Il popolo siciliano e quello italiano non hanno voluto

Still_life_with_Bibledi Guido Di Stefano

   I due popoli non hanno voluto! Quando si potevano costruire  “la meravigliosa nazione di Sicilia o almeno lo stato federato di Sicilia” e la grande nazione d’Italia non hanno voluto! E ora, anche quando lo volessero non potrebbero proprio:  quello che era già arduo è diventato fantascientifico e l’irto sentiero allora appena tracciato sta per essere definitivamente cancellato o forse è già un lontano miraggio.

   Ma andiamo con ordine.

La nostra dea e madre, la Sicilia, in ogni secolo è stata tradita, aggredita, vilipesa, umiliata, spogliata,  distrutta dai potentati laici e religiosi d’Europa e del mondo occidentale: è sempre risorta però.

   Nessun amico o alleato è stato mai veramente tale; anzi paradossalmente se c’è stato qualcuno che ha rispettato la parola data a un leader (re o meno) siciliano è da ricercare sul lembo africano e mediorentale del “mare nostrum”, il Mediterraneo.

   Chissà, se avessero tenuta a mente questa grande verità storica tutti i protagonisti e comprimari della vicende sicule negli ultimi tre secoli forse sarebbero state scritte ben altre pagine. E forse il Mediterraneo non sarebbe lo stagno di quelli che all’alba rinnegano gli amici della sera precedente e che amano cercare democratica compagnia perché le azioni di oggi siano più nefaste (o nefande?) di quelle di ieri e non reggano il confronto con  la malvagità di domani.

   Comunque abbandoniamo le ipotesi e torniamo ai fatti.

   Le tenebre del secondo conflitto mondiale cominciavano a diradarsi. Sembrava sorta l’alba di un nuovo giorno in quell’anno 1943 quando gli “alleati” sbarcarono in Sicilia. Tanti siciliani “collaborarono” allettati dalle più disparate promesse, sapientemente calibrate sulle esigenze (o meglio richieste) dei diversi gruppi collaboranti: si spaziava da una diffusa impunità alla indipendenza dell’isola (ipotesi non proprio condivisa da tutti i vincitori in atto e “in pectore”): ad ognuno il suo.

   Qualche dubbio cominciò a sorgere quando si manifestarono alcune “azioni” militari  che, operate da altri, sono sempre state bollate come “crimini” di guerra e contro l’umanità. Ma tant’è: chi vince è sempre nel giusto.

    Intanto era già il 1945 e il giorno “nuovo” volgeva a mezzogiorno: e i sogni d’indipendenza furono massacrati con le proditorie morti di Canepa e alcuni suoi intimi.

    Il mondo occidentale non si stracciò le vesti per l’orrendo crimine; semplicemente si tacitò tutto con la concessione (da parte del governo centrale) dello Statuto Speciale (documento pattizio datato 1946 di spessore internazionale ove fosse stato applicato). E fu recepito nella Carta costituzionale. Tutti felici, sereni, contenti: tanto tra il dire e il fare si frapponevano il tempo e le determinanti volontà di quanti in Italia e all’estero volevano che restasse tutto lettera (o meglio scrittura) morta.

   Grandiosi inizi per Sicilia e Italia post-belliche: il futuro dei due popoli era garantito dai due conquistati e meritati atti costituzionale!

   I popoli fiduciosi e galvanizzati delegarono (elessero) i loro rappresentanti. Erano i tempi in cui le parole ideale, ideologie, programmi, “res publica”, bene comune, giustizia, verità, libertà e merito conservavano ancora i significati e le implicazioni attribuiti loro dalla nostra millenaria cultura. I popoli votavano le idee e le ideologie proposte per il miglioramento della società e del benessere.

   Ed effettivamente ci furono importanti riscontri: i legislatori promulgavano leggi che ossequiavano la centralità della persona umana; leggi semplici e chiare che erano vere ed epocali riforme; a quei tempi imperava il concetto della separazione dei ruoli e delle competenze.

    Poi il meccanismo si guastò. Sarà forse successo perché gli elettori non “parlavano”, cioè non manifestavano con il voto il loro disappunto contro quanti risultavano inidonei o indegni: venivano abitudinariamente privilegiati con le preferenze i candidati in cima alle liste (i cosiddetti più forti e più idonei ai “favori”), fatte salve eclatanti eccezioni.

   I popoli potevano riprendere il controllo degli eletti e ricondurli alla retta via del “servizio pubblico”, ma molti non vollero e preferirono cedere alle tentazioni: denaro, potere, privilegi meritati e immeritati, cure particolari di “botteghe”, amici, parenti …  Effettivamente è facile sentirsi onnipotenti! E avere tutto senza “faticare”, potere fare (a proprio arbitrio) tutto quello che la legge non impedisce espressamente o non può impedire di fatto è per le menti (piccole) onnipotenza. E così anche verità e giustizia furono relegate tra le romantiche nostalgie.

   Ora che i popoli vorrebbero (forse) cambiare le “deleghe” non possono perché i potenti non mollano e continuano a perfezionare i metodi che consentono di mandare avanti i nominati: liste bloccate, listini, premi di maggioranza a raggruppamenti, governanti  “illuminati” (ma di quale luce?) imposti per capacità e meriti ignoti ai più …

   Si è aggiunto anche il controllo dei criteri di valutazione. Le divinità  dei palazzi del potere individuano discrezionalmente  i buoni (sempre componenti attivi dei loro cerchi più o meno magici)  e i cattivi (i reprobi dalle schiene diritte); loro stabiliscono pesi e misure da utilizzarsi nei giudizi dei comportamenti e nella determinazione degli eventuali castighi.

   E sono sempre loro gli onnipotenti (immemori che la storia ha sempre cancellato i volti dei loro analoghi precursori), efficacemente supportati da innumerevoli amici e/o sodali,  a determinare in quali momenti  quantitativi predefiniti   di “verità” debbano raggiungere gli “umani”, con i più popolari e comuni mezzi di diffusione (carta, etere, cyberspazio): già gli umani, vere vittime sacrificali, ai quali sarebbero capaci di fare credere che è opportuno incrementare conflitti e morti (dei popoli) per il bene dell’intera umanità (casualmente coincidente forse con loro signori e padroni). Ci sorge un dubbio: è corretto chiamarli mezzi di diffusione (alias mezzi di comunicazione di massa) o si dovrebbe usare l’espressione armi (di propaganda) di massa?

    Intanto mentre le macerie ci cadono ancora addosso tentano di ipnotizzarci con il “leit-motiv”: va tutto bene , siamo in ripresa (Sicilia, Italia e anche Europa). Chissà perché allora esperti “indipendenti” dall’estero (per esempio USA, Francia)  urlano che siamo nei guai e forse ne usciremo tra dieci anni.

   Sembra proprio che i nostri governanti (o amministratori) abbiano perduto mente e cuore e che lavorino per renderne  privi anche noi, poveri comuni mortali. Speriamo tanto che i pochi politici (attualmente operanti al  mondo) che non hanno “perso” mente e cuore ma li hanno posti al servizio delle loro genti (come provano i loro costanti rifiuti per certe direttive isteriche e/o imposte alla UE e/o dalla UE) riescano a “contagiare” benignamente tanti loro “omonimi di carica”.

   Intanto  gli innocenti muoiono per cause note o ignote, i popoli tribolano, il mondo rischia di esplodere e loro ci “sfidano” con imperturbabili  volti sorridenti.

   Basterebbe così poco per ben operare!

   Studio, meditazione, lavoro! Magari si potrebbe iniziare da testi antichi come Il  Libro del Siracide, una pregevole raccolta di perle di saggezza, presentate con linguaggio chiaro e comprensibile a tutti, anche a ogni cervello  “in tutt’altre faccende affaccendato”.

Ve ne presentiamo solo quattro, secondo noi particolarmente disattese nei nostri orizzonti:

  • Non sottometterti a un uomo stolto, e non essere parziale a favore di un potente.
  • Non meritare il titolo di calunniatore e non tendere insidie con la lingua, poiché la vergogna è per il ladro
    e una condanna severa per l’uomo falso.
  • Un re senza formazione rovinerà il suo popolo; una città prospererà per il senno dei capi.
  • Prima della fine non chiamare nessuno beato;

 

Un uomo si conosce veramente alla fine.

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