Italia, quanto costa mantenere la pace nostra e altrui?

di Salvo Barbagallo

Paese molto strano l’Italia: si fanno le battaglie in Europa per accedere a fondi che possano salvare l’economia del Paese, fatta a pezzi dal Coronavirus (e non solo), mentre non si guarda a risparmi di sorta, estremamente necessari soprattutto in questo momento, per quanto concerne le cosiddette “spese militari”. L’Italia, infatti, per mantenere impegni assunti (?) e per conservare l’immagine di “tutelatrice di pace” non bada a spese per mantenere, e magari incrementare, le “missioni” all’estero dei nostri militari, là dove si ritiene che questa “presenza” sia indispensabile (?).

Questo delle “missioni all’estero” è un argomento che i mass media ufficiali non toccano (quasi) mai, anche se si hanno discussioni (?) in merito in sede parlamentare. Per saperne qualcosa in più è necessario andare a esplorare i giornali specializzati nella materia, che spesso trattano adeguatamente la questione. Così grazie al giornale online “Analisi Difesa” e ad un approfondito articolo di Giovanni Martinelli, apprendiamo che anche quest’anno la “Deliberazione del Consiglio dei Ministri in merito alla partecipazione dell’Italia a ulteriori missioni internazionali” e la “Relazione analitica sulle missioni internazionali in corso, anche al fine della relativa proroga” sono arrivate all’attenzione del Parlamento con grave ritardo. Si direbbe: con i tempi che corrono è…plausibile, ma, come afferma Martinelli dimostra quanta strada debba essere ancora fatta per arrivare a una giusta attenzione politica ai temi della Difesa.

Non siamo qualificati per entrare nel merito dei “temi” e della “politica” della Difesa, cerchiamo di scoprire soltanto quanti militari italiani sono all’estero e perché: Ed ecco, per quanto apprendiamo, il quadro della situazione: Il dato saliente per il 2020 è costituito dall’avvio di 5 nuove missioni mentre per i mancati rinnovi ci si ferma a 2: più precisamente, la “Temporary International Presence in Hebron” (TIPH2) in Cisgiordania e il dispositivo “NATO Support to Turkey – Active Fence” a difesa dei confini sud-orientali dell’Alleanza, cioè la batteria SAMP-T schierata in Turchia. Ne risulta che, sommando quanto previsto per le vecchie e per le nuove si raggiungono le 41 missioni con un impegno complessivo di 8.613 militari come consistenza massima e 6.494 come consistenza media contro i 7.358 e 6.290 militari del 2019.

Quanto costano queste “missioni”? Per il 2020, i fondi richiesti per sostenere le missioni sono pari a 1.161,3 milioni di euro. Come noto però, con le Deliberazioni in oggetto si vanno a finanziare anche missioni di polizia, altre di natura civile più una serie di interventi di natura varia: di conseguenza, la somma effettiva a carico del Ministero della Difesa è pari a 1.129,4 milioni (1.082 per le missioni da riconfermare, più 47,4 milioni per quelle nuove).

Non siamo in grado di valutare se i fondi stanziati siano “sufficienti” o meno, cerchiamo di capire perché vengono spesi. Missioni con Organizzazioni di riferimento: 12 di queste avvengono in ambito UE, 9 in ambito NATO e 7 in ambito ONU. Ma il dato per certi versi più interessante è che altre 13 si svolgono o in ambito di coalizioni internazionali “ad hoc” o (soprattutto) su base nazionale; con il maggior numero di militari complessivamente impegnati. Fra le “missioni”, come illustra Martinelli, la “European Union Military Operation in the Mediterranean – EUNAVFOR MED Irini”, il cui compito principale è (o sarebbe…) quello di far rispettare l’embargo sulle armi imposto alla Libia. Qui l’Italia mette a disposizione un mezzo navale, 3 aeromobili e 517 militari come numero massimo (338 in media), per una spesa di 21,3 milioni. Una missione teoricamente importante per il nostro Paese, visto che il Comando ha sede a Roma ed è guidata dall’ammiraglio Fabio Agostini. La realtà però è ben diversa, come testimoniato anche su queste stesse pagine più e più volte. Inadeguata di fronte alla gravità e alla complessità della crisi libica nonché drammaticamente superata dagli eventi, di “Irini” oggi si fa davvero fatica a comprenderne appieno la ragion d’essere. Nel segno della grande attenzione per l’Africa anche gli altri 2 nuovi impegni (…) Nel segno della grande attenzione per l’Africa anche gli altri 2 nuovi impegni. In primo luogo per il Sahel, dove si richiede l’invio di un contingente da schierare nell’ambito della Task Force “Takuba”; una forza multinazionale a guida Francese, composta da Forze Speciali e il cui compito principale sarà quello di fornire attività di consulenza, assistenza, addestramento e “mentorship” a supporto delle Forze Armate e delle Forze Speciali locali. Tale Task Force si inserisce in un più ampio sforzo in atto nella regione, posto sotto il “cappello” della “Coalizione per il Sahel” che a sua volta comprende l’”Opération Barkhane” e la “Force conjointe du G5 Sahel” (FC-G5S). Per questa missione, l’Italia mette a disposizione 200 militari come consistenza massima, 20 mezzi terrestri e 8 aeromobili per un costo di 15,6 milioni; con lo schieramento previsto a partire da questa estate e raggiungimento della capacità operativa di Task Force nella primavera prossima (…) l’invio di un dispositivo aeronavale nel Golfo di Guinea, destinato ad attività di presenza, sorveglianza, e sicurezza. In particolare, per il contrasto di fenomeni di pirateria, delle attività di organizzazioni criminali ma anche per proteggere gli asset estrattivi dell‘ENI presenti nell’area (…).

Come può notarsi lo scenario in cui è presente l’Italia con i suoi militari è ampio: “Analisi Difesa” con l’articolo di Martinelli  – che invitiamo a leggere nella sua interezza – lo specifica in maniera più che esauriente, senza tralasciare aspetti che possono sfuggire all’attenzione. E infatti, nel quadro complessivo delle nostre missioni all’estero si segnala che il maggior numero di queste si svolge in Africa anche se poi sono quelle in Asia a impegnare più militari. Con l’Europa che, inevitabilmente, svolge ormai il ruolo di “Cenerentola”. Partendo proprio da questa area geografica è la missione NATO “Joint Enterprise” in Kosovo a richiedere ancora il maggior numero di uomini: 628, più 204 mezzi terrestri e un aereo per una spesa di 80,8 milioni, peraltro con un certo incremento degli organici (…) è il Mediterraneo a diventare rapido protagonista della scena. Innanzitutto con l’Operazione Sea “Guardian” in ambito NATO con 280 militari, una nave, un sottomarino e 2 mezzi aerei per un costo di 15 milioni di euro. Oltre a queste, una serie di conferme e/o potenziamenti a diversi dispositivi, sia carattere nazionale che a carattere NATO incentrati sul “Mare Nostrum”. Nella prima categoria ritroviamo “Mare Sicuro”, dispiegato nel Mediterraneo centrale e imperniato su di un insieme di assetti complessivamente importanti (754 militari, 6 mezzi navali e 8 aerei von un costo di 79 milioni di euro).

In ambito NATO sono poi diverse le operazioni che vedono coinvolto il nostro Paese; partendo da un’altra a carattere navale, sempre indirizzata al fronte Sud e implementata attraverso la partecipazione alle “Standing Naval Forces” dell’Alleanza Atlantica con 259 militari, 2+1 mezzi navali e 1 aereo al costo di 16,2 milioni. Oltre a queste, si aggiungono anche la missione di sorveglianza dello spazio aereo per l’area Sud-Orientale dell’Alleanza (con 2 aerei e 2,4 milioni), lo schieramento in Lettonia come “enhanced Forward Presence” (200 militari e 57 mezzi terrestri; e 24,6 milioni) e le missioni di “Air Policing” per la sorveglianza dello spazio aereo di alcuni Paesi dell’Alleanza stessa (135 militari e 12 mezzi aerei; 16,6 milioni).

L’elenco delle “missioni” non si esaurisce in ciò che abbiamo cercato di accentrare in sintesi: i nostri militari operano in Afghanistan, in Iraq, in Libano, in Pakistan, nel Corno d’Africa (che vede infatti schierate le missioni UE “EUNAVFOR Atalanta” (407 militari, 2 mezzi navali e 2 aerei), “EUTM Somalia” (con 148 militari, e 20 mezzi terrestri), EUCAP Somalia (15 militari), la missione bilaterale di addestramento delle forze di polizia somale e gibutiane (53 militari e 4 mezzi terrestri) e, infine, il personale schierato presso la base militare nazionale di Gibuti (117 militari e 18 mezzi terrestri) e altrove, mentre proseguono le diverse missioni nella vicina Libia, quella di natura militare, la “United Nations Support Mission In Libya” (UNSMIL) in ambito ONU (1 militare) e la “Missione Bilaterale di assistenza e supporto In Libia” (MIBIL) su base nazionale (400 militari, 142 mezzi terrestri e 2 aerei). Il costo totale è di 48 milioni di euro.

È un quadro destramente complesso quello che concerne i “costi” della presenza militare italiana nell’ambito di cooperazioni nazionali e internazionali all’estero. Costi che, a volte, sono anche di vite umane. Ma, di certo, non sono soltanto questi i “costi” della Difesa. La settimana scorso l’online del quotidiano “Il Giornale” dava notizia che Italia, Regno Unito e Svezia hanno stabilito un vero e proprio gruppo di lavoro industriale trilaterale per lo sviluppo del caccia Tempest, il velivolo di ultima generazione che dovrà sostituire l’Eurofighter Typhoon, compiendo così un vero e proprio balzo in avanti molto importante. La struttura trinazionale che costruirà il caccia vede la partecipazione delle rispettive maggiori industrie operanti nel campo della Difesa: per il Regno Unito Bae Systems, Leonardo Uk, Rolls Royce e Mbda Uk, per l’Italia Leonardo, Elettronica, Avio Aero e Mbda Italia e per la Svezia Saab e Gkn Aerospace Sweden.

Quanti miliardi di euro peseranno ulteriormente sul bilancio della Difesa? Cioè, a conclusione, sull’economia complessiva del Paese?

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