I superstiti del sistema

Ogni giorno veniamo bombardati da mille informazioni, sempre differenti e apparentemente slegate tra loro, ma tutte mettono in evidenza un problema di fondo: l’instabilità e la fragilità del sistema. Da notare il cambio di velocità con il quale le campagne mediatiche si sono susseguite nel tempo a partire dai cablogrammi di Wikileaks, che hanno assunto il ruolo di miccia di una bomba sociale globale caricata con malaffare dilagante e abbondante peggiocrazia.

Da diciotto mesi circa continuiamo ad assistere all’azzeramento dei vertici politici e dei relativi gruppi economici che li sostengono di tutto il sistema mondiale: in Nord Africa, in Medio Oriente, Europa e per certi versi anche negli Stati Uniti.

Sono state fatte guerre in nome della libertà e della democrazia, ma ad oggi il risultato certo è che da un regime dittatoriale si è passati ad un altro simile o peggio, come in Libia, ad uno scontro tra tribù.

Gli Stati occidentali mentre “esportavano democrazia” non si sono resi conto che stavano attingendo dalle proprie scorte ed il risultato finale lo abbiamo visto a Francoforte durante la manifestazione svoltasi a metà Maggio: manifestanti giunti da tutta Europa sono stati bloccati e scortati dalla polizia fuori dalla città, senza poter esprimere il loro dissenso contro la governance europea, che in modo autoritario e dirigistico elabora piani e strategie  tecnocratiche in assoluta autonomia.

Ruolo centrale e speculare è stato svolto e viene svolto dai media, da alcuni consapevolmente e da altri un po’ meno, scandendo e gestendo il timing tra una fase ed un’altra, tra un accadimento ed un altro.

L’Italia in tal senso fa scuola: la classe politica superstite si muove in simbiosi con i media e per questo non stupisce più di tanto sentir parlare oggi di una cosa e domani subito di un’altra.

Che la politica rappresenta lo strumento attraverso il quale tracciare le linee guida del futuro della società è una certezza; che la classe politica storica, ergo quella odierna, intenda la politica come un proprio strumento per tracciare le linee guida del futuro secondo gli interessi propri del presente, anche questa è una certezza, esempio: le nomine dell’Agcom.

Tutti, compreso Napolitano, definiscono il movimento 5 stelle come “l’antipolitica” ma ad oggi, paradossalmente, è l’unico movimento politico, insieme ai Radicali, ad avere un programma chiaro e definito. I siti internet dei partiti che oggi siedono in parlamento non fanno cenno ad alcun programma né per il presente né tanto meno per il futuro. D’altronde si trovano in buona compagnia: il governo Monti, democraticamente eletto dai leader internazionali, non ha mai presentato un documento programmatico d’insieme, ma di emergenza in emergenza ha introdotto riforme e norme che ad oggi poco o nulla hanno prodotto.

La certezza è che dalla politica al calcio, passando per le banche, le imprese ed il vaticano, ne abbiamo sentite di tutti i colori, forse anche troppe in così poco tempo, ma indipendentemente dal motivo per il quale sono saltate fuori, il dato oggettivo è che la parte marcia e minoritaria della società è aggrappata alla maggioranza della collettività come fa uno sciacallo con la carcassa di un cerbiatto.

Michele Cannavò

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