Luoghi della memoria agricola siciliana… Palmenti e quartare

di Gaetano Consalvo

 

Vi sono luoghi della memoria in cui ci si ritrova quasi per magia, forse per caso o per qualche strana coincidenza… In essi riaffiorano lontani ricordi d’infanzia che evocano antiche tradizioni ormai perdute. Recentemente abbiamo ricevuto una visita presso la nostra sede di Motta Camastra dell’ “Istituto per la Cultura Siciliana”, Museo “Antico Frantoio”: scrigno prezioso delle nostre antiche tradizioni popolari. Riteniamo tale rara testimonianza degna della nostra attenzione. La visita del nostro gradito ospite Sig. Spoto Mario fu Consalvo ci ha dato modo di confrontarci in una entusiasmante discussione sulle tradizioni Siciliane da cui ne è scaturito il racconto di una preziosa testimonianze sull’antica conta delle quartare durante la vendemmia. Abbiamo ritenuto opportuno riportarla qui di seguito, perché a nostro avviso, di fondamentale importanza.

A N T I C H I   P A L M E N T I   S I C I L I A N I

 

*****

 

Con il mio papà sin dagli anni 50 si produceva del vino, non a scopo commerciale.

Due ettari di terra nel comune di Trecastagni in provincia di Catania in buona parte coltivata a vigneto, la terra ben soleggiata e ben ventilata dava un ottimo vino. Basta pensare che il grande Marco De Bartoli ha battezzato uno dei suoi eccellenti vini “SOLE E VENTO”.  Il sole matura i grappoli ma anche il vento ha un importante ruolo, mantenendo i grappoli asciutti anche all’interno, dove quando gonfi e maturi tendono a trattenere l’umidità della notte e l’acqua delle prime piogge, in mancanza di SOLE E VENTO inevitabilmente si creerebbero delle muffe all’interno che pregiudicherebbero in modo drastico la qualità del vino.

Negli antichi palmenti di Trecastagni ricordo sin da bambino una simpatica conta. A fine lavoro dopo i vari passaggi di pigiatura e torchiatura il mosto fermentato per un periodo tra 24 e 72 ore a secondo della decisione di mio padre e del “ MASTRO DI CONSO” andava a riversarsi nel RICEVITORE ( vasca in muratura ricavata al di sotto del livello terra) a questo punto con una scaletta in legno il “mastro di conzo” aveva l’onore ed il piacere di prelevare il mosto, il prodotto di un anno di cure e lavori. Immergendo la scaletta accedeva dentro e con la “QUARTARA”, una volta in coccio al mio tempo zincata, iniziava il prelievo del mosto che veniva trasportato nelle otri, un tempo lontano in pelli di pecora, al mio tempo in tela spessissima, per essere poi imbottato in cantina.

 

 

 

 

L’ANTICA CONTA DELLE QUARTARE:

 

 

Anziché     1       Nomini i Diu                     in nome di Dio

“               2       E di Maria

“               3       San Giuseppi                S. Giuseppe

“               4       Cumpagnia                     Tutti i Santi

“               5        Abbiamu                         Gettiamo

“             17      Non si cunta                 Non si conta

“             19      San Giuseppi                S.Giuseppe (ripetizione ma

è così che contavano)

“              50      Taghia unu        Taglia uno (veniva incisa una tacca)

“            100     Taghia rui          Taglia due (seconda tacca ecc.)

 

 

RICORDI D’INFANZIA DEGLI ANNI 50, GIÀ ALLORA QUASI DIMENTICATI

 

TRECASTAGNI – CT        20-11-2019   Mario Spoto fu Consalvo

 

In chiusura, a tal proposito, osservando i nostri reperti di antiche Quartare ci è venuta in mente una curiosità: diversi esemplari, all’incirca a metà del collo del recipiente presentano uno strano foro sulla cui funzione non possiamo far a meno d’interrogarci. Ebbene questo serviva ad indicare il livello di riempimento, dando così maggior precisione all’unità di misura. Tuttavia spesso accadeva che quando il padrone doveva pagare il corrispettivo del lavoro agli operai raramente si raggiungeva tale livello. Piuttosto quando si doveva esigere dal contadino, il padrone chiudeva il foro col dito raggiungendo la misura abbondando fino all’orlo. Come si suol dire “ due pesi e due misure “.

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