Ennio Fantastichini: “Sono io il boss che torna”

INTERVISTA ESCLUSIVA A ENNIO FANTASTICHINI


Durante la 13esima edizione del TrailersFilmFest,

Giuseppe Stefano Proiti ha incontrato e intervistato il celebre attore di

“Mine vaganti”, “La Piovra 6”, e “Falcone e Borsellino”

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Ci risiamo: dopo un anno di assenza dalle case degli italiani, l’estenuante attesa è finalmente finita. Da stasera torna in prima assoluta alle 21.10 su Canale 5, la nuova “Squadra Antimafia”. E i riflettori sono puntati sulla new entry, l’attore Ennio Fantastichini, nei panni del boss Giovanni Reitani, tornato in Sicilia – dopo anni di latitanza all’estero – con sete di vendetta e l’intenzione di espandere il proprio illegale traffico internazionale di armi non convenzionali.

Tra adrenaliniche scene d’azione, rocamboleschi inseguimenti sparatorie, ma anche storie di passione e intrighi, la nuova truppa “Duomo” porterà avanti la sua lotta contro il male nel segno della giustizia e della legalità.

E proposito di giustizia e legalità, calzano proprio a pennello queste confessioni dell’attore a Giuseppe Stefano Proiti. Siamo curiosi di leggerle …

 

Buonasera Ennio Fantastichini, Lei è figlio di un maresciallo dei carabinieri, quindi nella sua famiglia il senso della legalità è particolarmente avvertito …

Direi di si, perché oltre a essere stato maresciallo dei carabinieri, mio padre era partigiano e l’8 settembre ha combattuto sul fronte per liberare il Paese dal nazifascismo. Quindi la mia era una famiglia abbastanza strutturata dal punto di vista etico; non sulla legalità con le virgolette, ma sulla legalità, col punto esclamativo! Certo, di questi tempi in cui tutti parlano di legalità, il mio è un altro punto di vista, un po’ “archeologico” se vogliamo, ma secondo me è quello che dovrebbe avere questo Paese, che in questi ultimi tempi con l’etica sembra abbia avuto qualche problema.

“Porte Aperte”, un film di Gianni Amelio del 1990, ispirato all’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia pubblicato nel 1987. Il tema è particolarmente forte perché si parla della pena di morte, un giudice che si scontra con i poteri dello Stato e con lo stesso imputato che servo di quell’ideologia fascista chiede di farsi fucilare. Cosa ci dice al riguardo?

Prima di parlare del film, comincerei appunto dalla bellezza del romanzo di Sciascia, che secondo me aveva in forma pura quella che è una sorta di visione “evangelica” della vita, il rispetto di essa e la contrarietà alla pena di morte. Il tema che affronta il giudice è quello più toccante. Stiamo parlando del “ventennio”: un momento in cui il nostro Paese esercitava il diritto della pena di morte, e questo avveniva anche per fini politici o di propaganda, com’è chiaro per il film. Perché uno dei primi omicidi che commette Scalia è quello del capo della confederazione fascista, quindi in questo senso si voleva una punizione esemplare.

In Italia «si dorme con le porte aperte»: era questa una delle più sinistre massime del regime, che molto teneva a sottolineare, in mancanza della libertà, il proprio culto dell’ordine. Ma, trasposta a Palermo, «città irredimibile», quella massima assume subito altri connotati. Qui, <<aperte>> sicuramente restavano <<le porte della follia>>. E, controparte della follia, quella vischiosità di rapporti che inficia ogni gesto, ogni parola…

Mi fa piacere che hai fatto questa citazione perché c’è una scena nel film dove il pubblico ministero dice: <<gli italiani la sera vogliono andare a dormire lasciando la porta aperta>>, e il giudice – forse in maniera molto rude ma concreta – controbatte: <<io la mia la chiudo>>. Ecco, credo che questa battuta, detta da un giudice a fianco del pm, racconti proprio la sfiducia, e mi sembra proprio una cosa fantastica. In più c’erano molti pezzi del film che grazie al libro diventavano fortemente filosofici per molti aspetti. Cioè il personaggio che faceva Carpentieri, il “piccolo giudice” contadino che legge Dostoevskij. Quindi c’è un’osservazione meravigliosa da parte di Sciascia, un’osservazione di quel sistema marcio e dolente che era il fascismo. Una società dove i diritti venivano soppressi, dove poi c’è il manifesto razziale ecc. Ma il tema affascinante era che un giudice, soprattutto bisogna pensare a un giudice palermitano di quegli anni, con quel suo rigore, intransigenza e anche forte antipatia – perché il personaggio è fortemente antipatico – possa essersi intrigato per un concetto puramente filosofico, che è il tentativo di salvare la vita a un assassino. Lo dice a un certo momento il personaggio di Gian Maria: <<io comunque non ucciderei nessuno>>. Ed è questo il tema fortissimo del ripensamento del giudice. Sottolineerei la curiosità e l’attrazione che corre fra questi due personaggi. E’ stato il film più importante della mia vita; lo è ancora. Io ho deciso di fare l’attore dopo aver visto “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”. Per cui per me fare un film con Gian Maria Volonté è stato come volare. E’ stata l’esperienza più straordinaria di tutta la mia vita. In questo senso mi sento un attore fortunato: perché io … il film … l’ho fatto!

13906861_1088179977903847_4660614197278023349_nL’art. 27 della nostra Costituzione rifiuta la pena di morte. Vieppiù: “Le pene non possono essere contrarie al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Lei cosa ne pensa?

Se uccidendo l’assassino tornasse in vita la vittima io sarei favorevole alla pena di morte. Ma resterebbe sempre un problema: che io sono diventato l’assassino. Credo che una società civile debba perdonare, non semplicemente punire. La pedagogia è luminosa, la mera punizione è oscura.

« In amore vince chi inganna. » … crede che la vita sia tutto uno “studio illegale”?

Eh si in questo film, abbiamo questo giovane avvocato che vuole fare il finto rampante,invece poi invece perde la testa per la collega Emilie Chomand. Beh, pure questo è un tema interessante. Prima di tutto le persone non sono mai quello che sembrano. Ma soprattutto le persone non fanno mai quello che dovrebbero. Dobbiamo diventare chi siamo. Non passare tutta la tua vita a rappresentare la vita di un altro. Questo lo può fare un attore. ;Ma le persone dovrebbero vivere la propria vita, non quella di un altro. E io credo che l’85 % della società, a voler essere generosi in questa percentuale, non riesce purtroppo che a vivere la vita di qualcun altro. Sta qui la tristezza.

<<La mafia è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà una fine>>. Crede che questa sia una frase da film, oppure queste famose parole potranno un giorno, trovare realizzazione?

Beh, io appartengo più al nichilismo dell’intelligenza che all’opportunismo dell’ignoranza. Non sono così fiducioso. Credo che sia un tema storico, molto complesso legato al passato, che ha radici profonde, e che queste radici profonde si riferiscono anche all’assenza dello Stato; insomma ci sono tutta una serie di problemi dietro. Però sono molto vicino a quello che diceva Falcone. Ricordo la preparazione per il film di Giovanni; è stata una delle cose che abbiamo fatto tutti con un’emozione indescrivibile, nel tentativo di raccontare la storia di due grandi persone che considero straordinarie. La cosa che mi ha molto colpito è quanto la gente – e dalle sceneggiature questo veniva fuori con evidenza – fosse molto infastidita dall’iperdinamismo legale di questi due soggetti. Mi viene in mente una scena molto bella, dove io a un certo punto entro in una banca siciliana per una perquisizione, e il presidente tutto basito afferma: <<signor giudice, non mi era mai successa sino a oggi una cosa simile>>. Giovanni tranquillamente seduto su quella sedia gli risponde: <<C’è sempre una prima volta, vorrà dire che cominciamo da oggi>>. Allora questo qui è un po’ il senso del lavoro di due persone coraggiose che hanno pagato con la loro vita, in una storia ancora molto oscura, non molto chiara dal mio punto di vista, e anche dal un punto di vista della storia non revisionista. Non è un caso che quel film finiva con l’immagine di un tizio che chiamava dal Viminale per il fatidico “appuntamento di Capaci”. Io credo a questa versione che i grandi eroi etici e pragmatici del Paese, come sono stati il signor Paolo Borsellino e il signor Giovanni Falcone non siano molto graditi a certe forze oscure del nostro Paese. Sono persone alle quali rivolgo sempre la mia ammirazione, e la mia stima profonda. Se l’Italia avesse più persone con questo senso dello Stato, con questa idea del dovere morale prima di agire ad ogni livello, forse questo sarebbe un Paese migliore. Ti lascio con questa parte “comica” in cui Falcone “gioca” a dire a Borsellino: <<Vedi di non farti scappare un colpo da quella pistola che hai tra le gambe perché io l’epitaffio per la tua tomba non l’ho ancora scritto>>. Borsellino: <<E invece per la tua l’hai scritto?>> Falcone: <<Si certo : “qui giace un imbecille che era convinto di sconfiggere la mafia” … >>. E’ così purtroppo, e lo dico ancora sorridendo, per portare avanti con l’amaro in bocca questa importante testimonianza. Perché purtroppo la storia è andata così: ma l’idea che la gente fosse infastidita, in virtù del fatto che queste due persone oneste stessero facendo solo il loro lavoro, è questa la cosa terribilmente preoccupante, che mi ha molto addolorato dopo che è stato intitolato un aeroporto (e non solo) a loro due.

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