Epitaffio per l’Europa. Ovvero: tutto è perduto anche l’onore

di Guido Di Stefano

C’era una volta l’onore in Europa e nel Mediterraneo!

Dall’Occidente all’Oriente, dal nord al sud “giostravano” i cavalieri senza macchia e senza paura, difensori dei deboli e degli oppressi, paladini di donne, vecchi e bambini. Si facevano vanto non di denaro e potere ma dell’onore e del coraggio. Intrepidi e puri, gioia e speranza degli umili!

L’onore immacolato era il loro “garrulo” vessillo e non i tonanti onori dell’oro e del potere.

Grande conquista il senso dell’onore! Non fu esclusiva dignità dei cavalieri erranti! I capi, i loro rappresentanti, i diplomatici se ne fregiavano; i popoli coltivarono questa virtù!

Forse avrete sentito parlare delle perdute usanza della parola data “sul proprio onore”: quando con onore si intendeva l’orgoglio per l’identità, la cultura, la storia, la vita vissuta e il suo contesto, il credo, la società, la patria di appartenenza; quando onore si fondeva con dovere prima di chiamare il diritto.

E forse avrete sentito alcune antiche espressioni relative all’onore e agli impegni assunti (anche solo con la parola).

C’erano dei detti molto significativi in merito e ve ne citiamo due: “parola di re non torna mai indietro”;  “l’uomo per la parola e il bue per le corna”. Utilizzando i parametri (o misure) delle due espressioni giudicate voi il valore di tanti capi (e loro sodali) contemporanei, soprattutto nostrani, occidentali (europei e non).

E dire che la sesta crociata fu chiusa dai due principali antagonisti (un siculo e un curdo) con degli “impegni d’onore”.

Certo anche nei bei tempi andati i “metalli” e i poteri corrompevano tante persone: preferibilmente nel segreto dei silenzi però. Ora i “metalli” e i poteri corrompono molte più persone (con prezzi più bassi) con sfrontato clamore e con le sperticate lodi e acclamazioni dei conniventi cortigiani  e/o degli spericolati complici: tanto ogni eventuale pubblica esecrazione è ininfluente o per eccesso di democrazia (populismo con derive anarchiche) o per difetto di democrazia (dittature, oligarchie, plutocrazie).

E ne succedono delle belle in questo occidente sempre più tintinnante (per i metalli), fragoroso (per le bombe), mendace (raggiri e disinformazione o addirittura calunnie e bufale per i popoli) e spietato (sanguinario guerrafondaio e rapace neocolonialista)! Come si diceva una volta si riescono anche a imbastire questioni di “lana caprina”.

“Le bombe di Putin non porteranno la pace” annuncia Obama! Ma perché le sue bombe sono per caso taumaturgiche?

La CEDU (Corte Europea dei Diritti Umani) ha condannato la Svizzera (Stato sovrano, democratico, pacifico, neutrale ecc.) perché ha giudicato e condannato un signore che è incorso in una violazione penale (secondo la legge e la giustizia Svizzera e umana) quale negazionista del genocidio armeno e come tale istigatore di odio e violenza razziale. Ma allora perché non si interessano delle legislazioni e giustizie penali occidentali che prevedono in alcuni casi e posti la pena capitale e che per il negazionismo sono molto più pesanti degli Svizzeri. Forse alcuni popoli hanno un minimo valore e peso in occidente? Il criterio discriminante è forse numerico oppure “ideologico”?

Non scendiamo nei particolari dei crimini di guerra e crimini di Stato che annoverano tra le terre violate la Sicilia, anche in tempi non troppo lontani: dagli scudi umani del 1943, agli omicidi successivi tra i quali quelli del 17 giugno 1945 e tanti altri oscuri che mai si chiariranno (solo per fare un esempio la strage di Ustica).

Gli eventi del 3° millennio sembra proprio indicare che l’Europa ha perso tutto, persino l’onore, persino la parola (anche dalle proprie costituzioni ai trattati).

Bush e Blair “denunciarono” le intenzioni bellicose-sterminatrici e i missili (avveniristici per lui) di Saddam Hussein e ne decretarono la sconfitta e la morte. La NATO è stata sua nemica: ma niente di quanto denunciato da loro è stato finora provato.

Obama e Sarkozy hanno processato-giudicato-condannato Gheddafi per crimini contro il suo popolo, confortati dalle “candide e disinteressate” testimonianze di pacifiche e umanitarie persone (si dice). La NATO, ormai onnipresente vindice dei poveri potenti occidentali ha colpito: chissà perché il criminale Gheddafi non è neppure arrivato in un tribunale per essere sommerso dalle testimonianze a lui contrarie.

Ancora dura il tormento per Assad accusato di sterminio del suo popolo con gas letali per cui erano tutti pronti a bombardarlo: Washington, Londra, Parigi, Roma, insomma tutta la NATO  scaldava motori e armi per la guerra. Ma  inaspettatamente dubbi riserve e controprove sono state dichiarate  dal un signore Russo e da una signora Svizzera. Ma pazienza: restano sul terreno e si moltiplicano (in multiformi entità) i ribelli, sfuggenti e invisibili dalle capitali occidentali.

E si arriva alla seduta plenaria per il 70° anniversario della fondazione dell’ONU. Parla chi può e chi vuole. Su tutti brilla Putin. Un capolavoro dell’arte diplomatica il suo discorso. Invita tutti (USA e NATO in particolare) alla pace, al dialogo e “sconsiglia” la politica dei blocchi e del conseguente espansionismo armato e disumano:  unire tutti nel cammino della collaborazione e del reciproco rispetto, soprattutto dei più piccoli e dei più bisognosi. Degno erede del conte di Cavour, del principe von Metternich e, insieme, degli antichi cavalieri.

Oseremmo dire che Putin ha parlato come un pari del nostro Federico II di Svevia. Ed è come lui inascoltato (o quasi) dai segreti (ma non troppo) poteri che condizionano le capitali occidentali, europee principalmente.

Per una migliore comprensione vi alleghiamo il testo dell’intervento “putiniano” così come riportato su “IMOLA oggi”, come tradotto  da  Sascha Picciotto e Marco Bordoni per Saker Italia.

IMOLA OGGI 29 settembre 2015

Sua eccellenza Signor Presidente,
Sua eccellenza Vice Segretario,
Distinti Capi di Stato e di Governo,
Signore e Signori,

Il settantesimo anniversario delle Nazioni Unite è una buona occasione per fare il punto della situazione sul passato e parlare del nostro comune futuro.
Nel 1945 i paesi che sconfissero il nazismo collaborarono insieme per ricostruire le solide fondamenta dell’ordine mondiale successivo alla seconda guerra mondiale. Lasciatemi ricordarvi che le decisioni chiave sui principi che rivestono questa cooperazione e la creazione delle Nazioni Unite furono prese nel nostro paese, a Yalta, all’ incontro dei capi della coalizione contro Hitler.

Il sistema di Yalta è nato in travaglio. E’ nato al costo di milioni di vittime e due guerre mondiali che hanno spazzato il pianeta nel ventesimo secolo. Siamo onesti: le Nazioni Unite hanno aiutato l’umanità durante tempi difficili, eventi drammatici, negli ultimi 70 anni. Hanno salvato il mondo da sconvolgimenti di larga scala.

Le Nazioni Unite sono uniche nella rappresentazione di legittimità e universalità. E’ vero che ultimamente le Nazioni Unite sono state ampiamente criticate per non essere state sufficientemente efficienti e per avere mancato al dovere di assumere decisioni su certe problematiche fondamentali a causa di insormontabili differenze, tra alcuni membri del Consiglio di Sicurezza in primis.

Vorrei comunque sottolineare che ci sono sempre state differenze alle Nazioni Unite durante i 70 anni della sua esistenza, il diritto di veto è sempre stato esercitato dagli Stati Uniti, dall’ Inghilterra, dalla Francia, dalla Cina, dall’ Unione Sovietica, dalla Russia.

E’ assolutamente naturale per rappresentanti di una tale organizzazione. Quando le Nazioni Unite furono create, i suoi fondatori non pensarono che ci sarebbe stata sempre unanimità, la missione dell’organizzazione è cercare e trovare compromessi, la sua forza deriva dal prendere in considerazione differenti punti di vista e opinioni.

Decisioni discusse all’ interno delle Nazioni Unite possono essere intese come risoluzione o meno. Come dicono i diplomatici, “può passare come può non farlo”. Qualunque azione uno Stato intraprenda per scavalcare questa procedura è illegittima e va contro lo statuto delle Nazioni Unite e il diritto internazionale.

Sappiamo tutti che dopo la fine della Guerra Fredda, ne siamo tutti coscienti, è apparso un singolo centro di dominazione mondiale.Coloro che si trovarono ai vertici della piramide furono tentati di pensare che, se erano così forti e eccezionali, ne sapevano di più, e non dovevano più confrontarsi con le Nazioni Unite che, invece di autorizzare e legittimare automaticamente le decisioni necessarie, spesso creavano ostacoli, o, per così dire, erano d’intralcio.

E’ ormai facile notare che le Nazioni Unite, nella loro forma originale, siano diventate obsolete, avendo raggiunto la loro missione storica. Ovviamente il mondo sta cambiando e le Nazioni Unite devono adattarsi a questa trasformazione naturale. La Russia è sempre pronta a lavorare assieme ai suoi interlocutori sulla base di un largo consenso; tuttavia consideriamo i tentativi di minare la legittimità di altre nazioni come estremamente pericolosi. Simili tentativi potrebbero portare al collasso dell’intera architettura delle relazioni internazionali: non ci sarebbero più regole se non quella della forza.

Un mondo dominato dall’ egoismo invece del lavoro collettivo, un mondo sempre più caratterizzato da direttive invece che uguaglianza. Ci sarebbe meno democrazia genuina e libertà, sarebbe un mondo dove veri stati indipendenti sarebbero rimpiazzati da protettorati e territori controllati dall’ esterno.

Che cos’è dunque la “sovranità nazionale”? Come menzionato dai miei colleghi prima di me, è la libertà, la libertà per ogni persona, nazione o stato di scegliere il proprio destino. Lo stesso vale per la questione della legittimità dell’autorità di stato. Non si dovrebbe giocare con le parole o manipolarle, ogni termine dovrebbe essere chiaro e trasparente per la legge internazionale, dovrebbe avere un criterio uniformemente comprensibile.

Siamo tutti diversi e dovremmo rispettarlo. Nessuno ha l’obbligo di adeguarsi ad un singolo modello di sviluppo che qualcun’altro ha riconosciuto una volta per tutte come l’unico adeguato. Dovremmo ricordarci tutti cosa ci ha insegnato il passato, ricordarci anche episodi passati della storia dell’Unione Sovietica, esperimenti sociali esportati per ottenere cambiamenti politici in altri paesi basati su preferenze ideologiche hanno spesso condotto a tragiche conseguenze e degradazione invece che progresso.

Sembra, nonostante questo, che invece che imparare dagli sbagli degli altri, tutti stiano ripetendoli. Ecco così che l’esportazione di rivoluzioni, questa volta cosiddette democratiche, continua. Sarebbe sufficiente osservare la situazione in Medio Oriente e in Nord Africa. Certamente i problemi politici e sociali nella regione si sono accumulati da tanto tempo e la popolazione desiderava cambiamenti.

Ma cosa è successo alla fine? Invece di portare riforme, un’aggressiva interferenza straniera ha prodotto una distruzione flagrante di istituzioni nazionali e la distruzione della vita stessa. Invece del trionfo della democrazia e del progresso abbiamo ottenuto la violenza, la povertà e un disastro sociale. E a nessuno importa nulla dei diritti umani, incluso il diritto alla vita.

Non posso che chiedere a coloro che hanno causato questa situazione: vi rendete conto adesso di ciò che avete fatto? Ho tuttavia il timore che nessuno mi risponderà. Infatti, politiche basate sulla presunzione, sul credersi eccezionali e godere di impunità, non sono mai state abbandonate. E’ ovvio, ormai, che il vuoto politico creato in alcuni paesi del Medio Oriente e in Nord Africa ha prodotto l’emergere di aree in cui vige l’anarchia: quest’ultime hanno cominciato immediatamente a popolarsi di estremisti e terroristi.

Decine di migliaia di soldati combattono sotto la bandiera del cosiddetto “Stato Islamico”. Tra le sue fila ci sono anche ex soldati iracheni che sono stati lasciati per strada dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003. Molte reclute arrivano anche dalla Libia, un Paese il cui Stato è stato distrutto in palese violazione della risoluzione delle Consiglio delle Nazioni Unite del 1973.

Ora i ranghi degli estremisti sono coadiuvati da membri della cosiddetta opposizione siriana “moderata” sostenuta dai paesi occidentali. Prima vengono addestrati e armati poi defezionano allo Stato Islamico. A parte questo, lo Stato Islamico non è arrivato dal nulla. E’ stato creato come strumento per far leva contro regimi secolari indesiderati. Avendo stabilito una testa di ponte in Iraq e Siria, lo Stato Islamico comincia ad espandersi attivamente in altre regioni. Cerca la dominazione nel mondo Islamico e pianifica di andare ben più distante.

La situazione è più che pericolosa. In queste circostanze è ipocrita e irresponsabile fare dichiarazioni rumorose sul terrorismo internazionale mentre si chiudono gli occhi di fronte ai canali di finanziamento e di sostegno ai terroristi, incluse le pratiche di traffico di droga, petrolio e armi. Sarebbe ugualmente irresponsabile provare a manipolare gruppi di estremisti, provare ad assoldarli per raggiungere i propri obiettivi politici sperando di riuscire a “gestirli” o, in altre parole, liquidarli, più tardi.

A coloro che credono sia possibile vorrei dire: cari signori, senza dubbio state dialogando con persone crudeli e violente, ma non sono in alcun modo primitive. Sono intelligenti quanto voi e non saprete mai chi sta manipolando chi. I recenti dati sui trasferimenti di armi a questa opposizione “moderata” ne sono la prova migliore.

Crediamo che qualsiasi tentativo di giocare con i terroristi, senza parlare di armarli, sia non solo ceco ma anche potenzialmente incendiario. Tutto ciò potrebbe risultare in un incremento drammatico della minaccia terrorista e abbracciare nuove regioni. Specialmente visto che lo Stato Islamico addestra i propri soldati in vari paesi, inclusi paesi europei.

Sfortunatamente la Russia non è una eccezione. Non possiamo permettere a questi criminali che conoscono l’odore del sangue di tornare a casa e continuare le loro malefatte. Nessuno lo desidera, non è vero?

La Russia è sempre stata decisa e consistente nell’ opporsi al terrorismo in tutte le sue forme. Oggi diamo assistenza militare e tecnica sia in Iraq che in Siria, dove stanno combattendo gruppi terroristi. Pensiamo sia un enorme sbaglio rifiutarsi di collaborare con il governo siriano e le sue forze armate che stanno combattendo il terrorismo con valore, faccia a faccia. Dovremmo poi riconoscere che nessuno tranne le forze armate del Presidente Assad e le milizie curde stanno combattendo veramente lo Stato Islamico e le altre organizzazioni terroristiche in Siria.

Cari colleghi,
Devo notare che l’approccio diretto che la Russia ha avuto è stata oggetto di pretesto per accusarla di crescenti ambizioni (come se coloro che sostengono tutto ciò non ne avessero affatto). Comunque, non riguarda le ambizioni della Russia ma il riconoscere il fatto che non possiamo più tollerare l’attuale situazione nel mondo.

In sostanza suggeriamo che dovremmo essere guidati da valori comuni e comuni interessi invece che ambizioni. Dobbiamo unire i nostri sforzi per affrontare i problemi che ciascuno di noi fronteggia sulle basi della legge internazionale, e genuinamente creare una larga coalizione internazionale contro il terrorismo.

Simile alla coalizione contro Hitler, questa potrebbe unire una larga porzione delle forze che sono desiderose di resistere con risolutezza a coloro che, come i Nazisti, seminano malvagità e odio per l’umanità.

Naturalmente i paesi musulmani sono invitati a giocare un ruolo chiave nella coalizione, specialmente perché lo Stato Islamico non solo li minaccia direttamente, ma dissacra per giunta una delle più grandi religioni del mondo con crimini sanguinosi. L’ideologia dei fondamentalisti fa una caricatura dell’Islam e perverte i suoi autentici valori umanistici. Vorrei rivolgermi ai capi religiosi dei Musulmani: la vostra autorità e la vostra guida è oggi molto importante. E’ essenziale evitare che la gente reclutata dai fanatici possa prendere decisioni sconsiderate. E quelli che sono già caduti nell’inganno e che, a causa di varie circostanze, si trovano fra i terroristi, devono essere aiutati a trovare la propria strada per una vita normale, deponendo le armi e mettendo fine alla lotta fratricida.

Come Presidente in carica del Consiglio di Sicurezza la Russia convocherà quanto prima un incontro fra ministri per analizzare in maniera globale le minacce in Medio Oriente. Prima di tutto, proponiamo che sia discusso se sia possibile convergere su di una risoluzione che consenta di coordinare le azioni di tutte le forze che contrastano lo Stato Islamico e le altre organizzazioni terroristiche.

Ancora una volta, questo coordinamento dovrebbe essere informato ai principi della Carta delle Nazioni Unite. Speriamo che la comunità internazionale sarà in grado di sviluppare una strategia complessiva di stabilizzazione politica e di ripresa sociale ed economica del Medio Oriente. Se questo avvenisse, non ci sarebbe bisogno di nuovi campi profughi.

Oggi il flusso di persone costrette a lasciare la loro madrepatria ha letteralmente congestionato l’Europa. Ora sono centinaia di migliaia, ma presto potrebbero essere milioni. Di fatto, è una nuova, grande e tragica migrazione di popoli. Ed è una severa lezione per gli Europei.

Vorrei sottolineare: i rifugiati, indubbiamente, hanno bisogno della nostra compassione e del nostro sostegno. In ogni caso, l’unico modo per risolvere questo problema alla radice è ripristinare l’autorità statale dove è stata distrutta, rinforzare le istituzioni governative, provvedere una assistenza globale (militare, economica e materiale) a paesi in una situazione difficile e, certamente, a quei popoli che non abbandonano loro case nonostante tutte le prove.

Naturalmente ogni assistenza a stati sovrani può e deve essere offerta, non imposta, ed esclusivamente e solamente in ossequio alla Carta delle Nazioni Unite. In altre parole, tutto quanto viene fatto e sarà fatto in questo campo, nella misura in cui osserverà le norme del diritto internazionale, meriterà sostegno. Tutto quanto, al contrario, contravverrà la Carta delle Nazioni Unite sarà respinto. Soprattutto credo che sia della massima importanza ripristinare le istituzioni governative in Libia, sostenere in governo dell’Iraq e fornire completa assistenza al legittimo governo della Siria.

Colleghi,

Assicurare la pace e la stabilità regionale globale rimane l’obiettivo chiave della comunità internazionale, con le Nazioni Unite al timone. Crediamo che questo significhi creare uno spazio di sicurezza equa ed indivisibile che non sia tale per pochi, ma per tutti. Si, è un impegno faticoso, difficile e che richiede tempo, ma semplicemente non ci sono alternative.

In ogni caso il costume mentale che richiede di ragionare per blocchi contrapposti del tempo della guerra fredda e il desiderio di esplorare nuove aree geopolitiche è ancora presente fra alcuni dei nostri colleghi. E’ riprovevole che alcuni dei nostri colleghi abbiano fin ora scelto una strada diversa: quella di esplorare nuovi spazi geopolitici.

Prima di tutto hanno continuato la loro politica di espansione della NATO e delle sue infrastrutture militari. In secondo luogo hanno offerto ai paesi dello spazio post sovietico una scelta ingannevole: essere Occidente, o essere Oriente. Prima o poi questa logica di confronto era destinata a produrre una grande crisi geopolitica. Questo è esattamente quanto accaduto in Ucraina, dove il malcontento popolare nei confronti delle autorità al potere è stato strumentalizzato e dove è stato orchestrato dall’esterno un colpo di stato militare che ha prodotto, come risultato, una guerra civile.

Crediamo che solo una piena e leale attuazione degli accordi di Minsk del 12 febbraio 2015 possa porre fine al bagno di sangue e consentire di uscire dal vicolo cieco. L’unità territoriale dell’Ucraina non può essere assicurata con le minacce e la forza delle armi. Quello che serve è una sincera attenzione per gli interessi ed i diritti della gente della regione del Donbass, e rispetto per la loro scelta. Bisogna concordare con loro, come previsto dagli accordi di Minsk, gli elementi chiave del profilo politico del paese. Questi passi garantiranno la crescita dell’Ucraina come paese civile, come un collegamento essenziale nella costruzione di un comune spazio di sicurezza e di cooperazione economica in Europa ed in Eurasia.

Signore e Signori,

ho menzionato volontariamente il comune spazio di cooperazione economica. Non molto tempo fa sembrava che nella sfera economica, con le sue oggettive leggi del mercato, ci saremmo abituati a vivere senza linee divisorie. Che avremmo edificato sulla base di regole trasparenti e concordate, inclusi i principi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, che affermano la libertà di commercio e di investimento in un contesto di libera competizione.

A dispetto di ciò al giorno d’oggi sanzioni unilaterali che aggirano la Carta delle Nazioni Unite sono diventate un elemento quasi fisso del panorama. Oltre a perseguire obiettivi politici, queste sanzioni servono come mezzo per eliminare la concorrenza.

Mi piacerebbe sottolineare un altro segno di crescente “autoreferenzialità economica”. Alcuni paesi hanno scelto di creare associazioni economiche chiuse ed “esclusive”, governate da regole contrattate nei retroscena, al segreto dagli stessi cittadini di quei paesi, dal grande pubblico e della comunità degli affari. Altri stati, i cui interessi potrebbero essere danneggiati, non sono informati di nulla. Sembra che dobbiamo essere per forza messi davanti al fatto compiuto, al cambiamento delle regole in favore di un ristretto gruppo di privilegiati, senza che l’Organizzazione Mondiale del Commercio abbia nulla da obiettare. Questo processo potrebbe sbilanciare completamente il sistema commerciale e disintegrare lo spazio economico globale.

Sono argomenti che toccano gli interessi di tutti gli stati ed influenzano il futuro dell’economia mondiale nel suo complesso. Ecco perché proponiamo di discuterli all’interno delle Nazioni Unite, dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e del G20.

Contro la politica di “limitazione”, al Russia propone di armonizzare i progetti economici regionali. Mi riferisco alla cosiddetta “integrazione delle integrazioni” basata su regole di commercio internazionale universali e trasparenti.

Per esempio vorrei menzionare i nostri piani di interconnettere l’Unione Economica Euroasiatica e l’iniziativa cinese della Cintura Economica della Via della Seta. Crediamo ancora che l’armonizzazione dei processi di integrazione fra l’Unione Economica Eurasiatica e l’Unione Europea sia una prospettiva molto promettente.

Signore e Signori.

questi argomenti che pesano sul futuro di tutti i popoli includono la sfida dei cambiamenti climatici globali. E’ nel nostro interesse che la conferenza che si terrà a Parigi a dicembre possa concludersi con un successo. Come parte del nostro contributo nazionale, abbiamo in programma di ridurre entro il 2030 le emissioni di gas serra del 70-75% rispetto ai livelli del 1990.

Suggerisco, comunque, che si assuma una visione più ampia della materia. Si, possiamo differire il problema per qualche tempo stabilendo quote sulle emissioni dannose o adottando altro misure che hanno un valore solo temporaneo. Ma non risolveremo il problema in questo modo. Ci serve un approccio totalmente diverso. Dobbiamo concentrarci sull’introduzione di tecnologie fondamentalmente nuove ispirate dalla natura che non danneggino l’ambiente ma che siano in armonia con esso. Queste tecnologie potrebbero ristabilire l’equilibrio fra biosfera e tecnosfera, alterato dalle attività umane. E’ davvero una sfida di portata planetaria, ma ho fiducia che il genere umano possa avere il potenziale intellettuale per affrontarla.

Dobbiamo unire i nostri sforzi. Mi appello, prima di tutto, ai paesi che hanno una solida base di ricerca scientifica e che hanno compiuto progressi significativi nelle scienze fondamentali. Proponiamo di organizzare uno speciale centro di confronto sotto gli auspici delle Nazioni Unite, per una valutazione complessiva delle materie correlate con il depauperamento delle risorse naturali, la distruzione dell’ambiente e i cambiamenti climatici. La Russia sarebbe pronta a co-sponsorizzare un simile centro.

Signore e Signori,

io mi trovavo a Londra il 10 gennaio 1946, quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite tenne la sua prima sessione. Zuleta Angel, un diplomatico colombiano Presidente della Commissione Preparatoria, aprì la sessione offrendo, credo, una concisa definizione dei principi basilari che le Nazioni Unite dovrebbero seguire nella loro azione: sfidare le doppiezze e gli inganni in spirito di cooperazione.

Oggi, le sue parole sono una guida per noi tutti.

La Russia crede nel grande potenziale delle Nazioni Unite, che dovrebbero aiutarci ad evitare un nuovo confronto globale e impegnarci in una cooperazione strategica. Assieme agli altri paesi, lavoreremo con costanza per rafforzare il ruolo di coordinamento centrale delle Nazioni Unite. Ho fiducia che lavorando assieme faremo del mondo un luogo pacifico e sicuro, e forniremo le condizioni per lo sviluppo di tutti gli stati e le Nazioni.
Grazie.

***

Tradotto da Sascha Picciotto e Marco Bordoni (che ringraziamo) per Saker Italia

Ed ecco che a breve distanza di tempo gli fa eco Henry Kissinger già premio Nobel per la pace (con merito) nel 1973, già consigliere per la sicurezza USA, già segretario di stato USA son due presidenti ovvero R. Nixon e G. Ford. Come cittadino USA e come esperto di comprovata abilità in termini precisi e decisi “ordina” al suo presidente e ai suoi governanti in genere di “darsi una calmata”, di cercare il dialogo, di avere “cura” del genere umano, rifuggendo i venti di guerra che spirano da tanti palazzi sordi alle volontà popolari.

E non finisce qui, perché arriva anche un “requiem” per l’UE pubblicato sul “Wall Street Journal” e ripreso da “IL NORD Quotidiano” in data 20 ottobre 2015.

L’editorialista Breth Stephens scrive che ”LA MORTE DELL’UNIONE EUROPEA E’ IN VISTA, E’ IL GUSCIO SECCO DI UNA CIVILTA’ ORMAI DISSECCATA”.

L’Europa sta morendo di “crisi culturale e identitaria” palesata dal “rispettoso” viaggio della Merkel in Turchia. Ultimamente è riuscita a “trasformare la propria identità in una “nientità””. Sta rinnegando perfino l’origine delle sue convinzionie cioè “il Cristianesimo e il Giudaismo; il liberalismo e l’Illuminismo; l’orgoglio marziale e l’ingegno; il capitalismo e la ricchezza. Ancor meno, soprattutto, crede nello sforzo e nel sacrificio, specie se consacrati a principi, ne’ all’idea di pagare o difendere questi ultimi“.

L’Europa sta “scalzando” le sue plurimillenarie radici.

L’Europa si sta svendendo scrive ancora Stephens e attua “una ‘machtpolitik’ al contrario”, che vede la Merkel e per suo tramite l’intera Ue “elemosinare favori di poco conto da potenze di second’ordine su questioni contingenti in cambio di vaste concessioni dalle implicazioni vaste e ramificate”.

Siamo proprio persi. Abbiamo proprio l’impressione che la maggioranza dei governanti europei sia rimasto invischiato in un’astuta  trappola esterna: “distruzione di fatto e di diritto dell’UE” in favore di una NATO (sempre più aggregazione di eserciti e armamenti, non di popoli) in dilagante espansione e crescente rapace aggressività, senza più confini fisici ma circoscritta dagli indefiniti e “incontrollabili” (dalla umanità “sana”) orizzonti della ricchezza e del potere.

Di seguito l’epitaffio di Stephen come riportato on-line da “IL NORD Quotidiano”.

Bret-Stephensda IL NORD QUOTIDIANO (on-line)

”LA MORTE DELL’UNIONE EUROPEA E’ IN VISTA, E’ IL GUSCIO SECCO DI UNA CIVILTA’ ORMAI DISSECCATA” (WALL STREET JOURNAL)

martedì 20 ottobre 2015

WASHINGTON – La morte dell’Europa, dell’Unione europea, è in vista, scrive l’editorialista Breth Stephens sul “Wall Street Journal”. Si tratta di una prospettiva “visibile e in rapido avvicinamento, alla stregua di un pianeta inquadrato dall’obiettivo di un satellite che vi si avvicina”.

L’Europa e il suo progetto unitario “stanno giungendo alla fine non tanto per la sua economia sclerotica, per la stagnazione demografica, o per le disfunzioni del suo superstato”. Né la causa è costituita “dal massiccio influsso di immigrati africani o mediorientali” che semmai hanno esposto le dimensioni del problema: “i disperati diretti in Europa non rappresentano che una flebile brezza contro il guscio secco di una civiltà ormai disseccata”.

A rappresentare appieno la crisi dell’Europa della Ue di natura soprattutto culturale e identitaria, è secondo Stephens, la recente visita della cancelliera tedesca Angela Merkel in Turchia, dove per conto dell’Ue si e’ piegata a qualunque compromesso di principio pur di elemosinare un arresto dei flussi migratori.

“L’Europa sta morendo perché è divenuta moralmente inetta. Non è nemmeno che l’Europa non si erga per nulla”. Piuttosto, “si è appiattita alla superficiale difesa di concetti superficiali: crede nei diritti umani, nella tolleranza, nell’apertura, nella pace e nel progresso, oltre che nell’ambiente e nel piacere”. Tutte belle cose, ma secondarie”. Ciò in cui invece l’Europa non crede più, accusa Stephens, “è ciò da cui le sue convinzioni hanno avuto origine: il Cristianesimo e il Giudaismo; il liberalismo e l’Illuminismo; l’orgoglio marziale e l’ingegno; il capitalismo e la ricchezza. Ancor meno, soprattutto, crede nello sforzo e nel sacrificio, specie se consacrati a principi, ne’ all’idea di pagare o difendere questi ultimi”.

Avendo “ignorato e attivamente minato le proprie fondamenta, la casa dell’Europa sta prevedibilmente cadendo a pezzi”. Il Vecchio Continente, scrive l’opinionista, ha scelto di rinunciare a darsi una identità e dunque una forma positiva: “Non è la Grecia e non è la Persia. Non è Cristianità né califfato. E queste sono differenze fondamentali: sostenere che l’Europa è una civiltà a sé stante non significa affermare che sia migliore o peggiore di altre, né che debba essere chiusa”.

Purtroppo, l’Europa ha scelto, secondo Stephens, di trasformare la propria identità in una “nientità'”. Ed è questo, secondo l’opinionista, che rende “cosi’ stramba e disarmante la politica estera di Angela Merkel. La Cancelliera è leader di un partito che si è dato il nome di ‘Unione cristiano-democratica’”, eppure “domenica era a Istanbul ad offrire un accordo che accelererebbe l’ingresso in Europa della Turchia”. Si tratta “di una ‘machtpolitik’ al contrario”, che vede la Merkel e per suo tramite l’intera Ue “elemosinare favori di poco conto da potenze di second’ordine su questioni contingenti in cambio di vaste concessioni dalle implicazioni vaste e ramificate”.

I turchi, ricorda Stephens, “sono 75 milioni, e il loro pil pro-capite è inferiore a quello di Panama”. Il loro leader “è un presidente eletto dal piglio autoritario che sostiene apertamente Hamas, nega il genocidio degli Armeni, incarcera i giornalisti e orchestra processi in stile sovietico contro i suoi oppositori politici”.

La Turchia, inoltre, “confina con Siria, Iraq e Iran. Questi diventerebbero i confini dell’Europa, se la Turchia ne divenisse un paese membro. Le tradizioni politiche liberali, il retaggio religioso e culturale dell’Europa, potrebbero sopravvivere a lungo al massiccio afflusso di migranti dal mondo islamico, nell’ordine di decine di milioni di individui?” per Stephens, la risposta è ovvia: “No, e non certo date le premesse della infelice convivenza dell’Europa con la sua popolazione musulmana, e certo non sulle premesse di una politica migratoria basata sul solo criterio dell’auto-compiacimento morale e umanitaristico”.

Stephens conclude il suo durissimo attacco all’Europa dicendosi consapevole che il suo editoriale verrà additato come moralmente riprovevole e politicamente scorretto: “E’ questa la natura dei nostri tempi: diventa difficile persino affermare che l’Europa non può essere tale senza il suo retaggio fondamentale, senza quel matrimonio di ragione e rivelazione che ha prodotto una civiltà all’apice del progresso tecnologico e al contempo della dignità umana”. 

Parole che suonano come un epitaffio.

Redazione Milano.

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