Salvini, chi pilota le aggressioni?

Un uomo rimasto ferito a seguito degli scontri tra manifestanti di sinistra e forze dell'ordine durante il comizio elettorale del segratario federale della Lega Nord, Matteo Salvini, a Massa (Massa Carrara), 16 maggio 2015..ANSA/RICCARDO DALLE LUCHE
Un uomo rimasto ferito a seguito degli scontri tra manifestanti di sinistra e forze dell’ordine durante il comizio elettorale del segratario federale della Lega Nord, Matteo Salvini, a Massa (Massa Carrara), 16 maggio 2015..ANSA/RICCARDO DALLE LUCHE

Di Salvo Barbagallo

Gli ultimi episodi che hanno visto protagonista il leader della Lega Matteo Salvini  a Massa Carrara, a Viareggio, a Pisa e prima a Gela (e anche altrove) costituiscono, a nostro avviso, il campanello d’allarme di un clima di tensione, non certo sommerso, che si sta allargando da un capo all’altro d’Italia. Cercare di minimizzare gli avvenimenti, come tenta di fare il ministro dell’Interno Angelino Alfano, non muta lo stato delle cose: affermare, infatti, che “in relazione alle iniziative politiche di Salvini, che si sono svolte in 62 province, sono state impiegate 8.465 unità delle Forze dell’Ordine”, e che anche Berlusconi subiva attacchi pesanti e che questo tipo di episodi si è sempre verificato in passato, non giustifica, né “spiega” le violenze che si manifestano oggi. Il punto non è solo quello che queste “agitazioni” potrebbero trasformare Matteo Salvini in un “eroe perseguitato” (Salvini non è Masaniello), ma quello di porsi l’interrogativo “a chi giova tutto ciò?”. Definire poi i centri sociali “fascismo rosso” è un altro errore: etichettare l’intolleranza con un “colore” (pseudo) politico è sviante e non corrisponde alla realtà.

A chi giovano scioperi, proteste, contestazioni e scontri? Di certo non alla democrazia, ma se il Governo attuale non tiene conto (o non tiene nel “debito” conto) di ciò che da qualche mese a questa parte si verifica nel Paese, possiamo dire che è cieco o preferisce lasciar fare. Ci si chiede, allora,  “siamo ancora in piena democrazia? Oppure, possiamo dire che della “democrazia” non frega più niente a nessuno? Probabilmente la nostra è un ottica distorta da concezioni e principi che oggi in molti (probabilmente in moltissimi) ritengono superati, così come appare superato il ricordo del vero 25 aprile ora utilizzato per rinverdire rancori e contrapposizioni che non dovrebbero avere alcun senso, sia da una parte, che dall’altra. Il fatto è che si dimentichi con troppa facilità o, al contrario, il fatto è che c’è chi vorrebbe riportare all’attualità momenti di un passato (recente o remoto) che ha lasciato profonde ferite. Tirando le somme,  è questione che dovrebbe fare riflettere chi di politica vive e, soprattutto, che dovrebbe far riflettere chi ha la responsabilità del Governo del Paese. C’è forse qualche entità non astratta che intende (o intenderebbe) trasformare l’Italia in un campo di perenne instabilità? Potrebbe anche darsi, ma sarebbe un retaggio del passato che non dovrebbe trovare riscontri.

Le contestazioni a Matteo Salvini appaiono, pertanto,  pretestuose e strumentali: archiviato Berlusconi, archiviato Grillo, è “ovvio” che su qualcuno l’attenzione della collettività va indirizzata. Appanata (almeno in questo momento) la figura dell’altro Matteo nazionale, che ha già incassato una serie di successi nel suo piano di adattamento (e non cambiamento) della politica parlamentare, sono rimasti sul tappeto tutti i problemi (dicansi tutti, se non maggiorati) che il Paese si porta sulle spalle da anni. Forse è questo il motivo principale che vede in primo piano i contrasti esacerbati: distogliere l’interesse da ciò che è concreto e vitale per la gente. Dal lavoro che non c’è (per giovani e meno giovani), al mancato rimborso dei soldi sottratti alle pensioni, alle riforme che peggiorano e non migliorano.

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