Tante donne possono cambiare il mondo

La simbolica data del 25 novembre, mi suggerisce delle profonde riflessioni che spero di essere in grado di tradurre in parole, poiché in presenza di tematiche talmente delicate parecchie sono le emozioni che si affollano e riecheggiano dentro i pensieri e nel cuore.

Da 12 anni viene celebrata la “Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne” indetta dall’ONU nel ricordo di una triplice violenza sessuale, con conseguente assassinio, di tre sorelle domenicane,  che fu determinata dalla loro  reazione al regime politico imperante in tale contesto nazionale negli anni ‘60.

L’obiettivo è quello di porre in essere una  forte sensibilizzazione, nel tentativo di scongiurare condotte violente gravi che rappresentano il principale ostacolo alla piena realizzazione del principio di eguaglianza che dovrebbe legare uomini e donne.

La violenza di genere nella sua pervasività e molteplicità di estrinsecazioni, rappresenta ancora oggi un fenomeno grave e difficile da scardinare che spesso affonda le proprie radici nello scenario endofamiliare, nel tratto deviante assunto dalla società moderna (nell’ambito della quale la dura conquista dell’emancipazione femminile non assume ancora il sapore deciso della piena libertà e parità tra i sessi), nell’imperare di  un’ inaccettabile misoginia che si traduce in aggressioni gravi alla dignità umana e al pieno sviluppo e svolgimento della personalità.

Le condotte di abuso ovunque si consumino o vengano anche solo velatamente accennate, quindi il discorso vale tanto per i  paesi industrializzati quanto per quelli in via di sviluppo, assumono una portata sconvolgente e segnano una pesante battuta d’arresto per il raggiungimento di condizioni di piena uguaglianza tra le donne di tutto il mondo. Come ha avuto modo di precisare il Segretario Generale dell’ONU Ban Kii Moon “il diritto delle donne e delle ragazze di vivere libere dalla violenza è inalienabile e fondamentale ed è sancito dalla legislazione internazionale sui diritti umani”.

Il mantenimento di una visione di genere della donna e l’enfatizzazione della sua diversità rispetto alla componente maschile del contesto sociale entro il quale si trova a vivere ed agire, nel corso delle diverse epoche, è stato funzionale alla cristallizzazione di una visione patriarcale e gerarchica dei rapporti umani. Dei retaggi di un simile approccio all’universo della femminilità perdurano anche nell’attuale sistema legislativo italiano, nell’ambito del quale hanno vigore

una serie di fattispecie sessualmente pregnanti che nella loro differente disciplina e struttura enfatizzano la distinzione tra varie figure di donna a seconda che ad essa si possa attribuire la qualità o lo status di moglie, madre o convivente more uxorio; sicuramente come più accettabili sono avvertite, invece, quelle differenziazioni che si incardinano su un diverso modo di concepire il grado di sviluppo della capacità e dell’autodeterminazione sessuale e che contribuiscono a delimitare il cosiddetto statuto penale della donna.

Sono trascorsi solo pochi decenni da quando figure normative discutibili, come quella, per fare un esempio su tutti, del matrimonio riparatore, disciplinato quale causa di estinzione del reato di violenza carnale concepito peraltro come oltraggio alla morale pubblica e non come reato contro la persona, sono state estromesse dal nostro ordinamento  in quanto espressione di una civiltà giuridica superata e incentrata su una visione, dai tratti fortemente maschilisti, della società e della famiglia consolidatasi nel ventennio fascista.

Chiare ed attuali, nella loro forza vibrante, riecheggiano nella mia mente le parole della celebre arringa pronunciata da Tina Lagostena Bassi nel più celebre dei processi per stupro, e nella loro cruda lucidità quelle della testimonianza diretta di Franca Rame, così come ancora eclatante e rivoluzionario agli occhi delle ragazze più emancipate ed indipendenti dei nostri giorni, nella loro ostentata e sicura padronanza di una sensuale e a tratti sfacciata femminilità, apparirà il gesto di ribellione alle consuetudini ataviche, espressione manifesta della più tradizionale mentalità sicula, di Franca Viola che opponendosi strenuamente a quello che doveva essere il suo matrimonio riparatore della simulata “fuitina” divenne simbolo di libertà e dignità per tutte quelle donne siciliane che, avendo subito le medesime violenze e imposizioni endogamiche, trovarono nel suo esempio il coraggio per “dire no” e rifiutare le miopi e rigide logiche sociali dell’ epoca.

A colpi di indignazione si è cercato di scardinare il mito della donna mero oggetto del desiderio e di provocante eccitatrice di moti seduttivi, cercando di conferirle anche un ruolo più imperioso in quanto soggetto pensante e ormai vaghi sono gli echi della dottrina della vis grata puellae.

Ma, bisogna sempre porsi nella condizione di spirito per cui  un processo per l’accertamento di condotte non solo sessualmente ma anche penalmente rilevanti può, se non sapientemente imbastito e gestito nell’avvicendarsi delle varie fasi, sfociare in una serie di squilibri che possono trasformare la donna da perno, attorno alla cui tutela incentrare l’attività processuale, a vittima nuovamente violata, nella dimensione più intima della sua persona, qualora frugando nei suoi trascorsi si cerchi di metterne in discussione il modo di vivere la propria sessualità.

La capacità di prendere coscienza della violazione subita è sicuramente aumentata tra le donne, e più forte è divenuto il coraggio di denunciare, a fronte di un aumento esponenziale delle forme di violenza subite, rivolgendosi alle molteplici forme  e canali di tutela predisposti dal sistema sociale e di Giustizia.

Il fenomeno della violenza subita è talmente dilagante e polimorfo da rappresentare la prima causa di morte o invalidità permanente tra le donne occidentali ( non è un caso che tali fenomeni dilaghino in questo contesto socio-culturale nell’ambito del quale è fortemente in crisi l’identità maschile, e il connesso principio di autorità, e il consumismo, il benessere e l’edonismo hanno, per così dire, sbaragliato il controllo del desiderio sessuale) e il carattere degradante dell’affronto è maggiormente acuito dalla constatazione che artefici delle condotte lesive dell’intimità sono, nella stragrande maggioranza dei casi, familiari e conoscenti delle stesse vittime.

L’abuso consumatosi tra le mura domestiche o all’interno della cerchia dei contatti abituali, è quello maggiormente soffocato e represso dalla regola del silenzio e avvertito come colpa, con le connesse conseguenze di disagio psicologico e gli inevitabili riverberi sul piano dei rapporti interpersonali e generazionali, ed è spesso con rifiuto che una donna abusata vive, successivamente alla violenza subita e apparentemente metabolizzata, il suo divenire madre; solo di rado accade che l’evento che dovrebbe essere avvertito come il coronamento della femminilità, per antonomasia generatrice e traboccante di vita, diviene occasione per superare il pregiudizio vissuto in chiave catartica e rinnovatrice.

La violenza a carico della donna assume mille diverse connotazioni, in rapporto all’ambiente in cui viene consumata e in ragione delle motivazioni che alla sua realizzazione sono sottese, e sempre più spesso assume i tratti del cosiddetto crimine perfetto.

Se tali fenomeni continuano ad essere taciuti e accettati supinamente come qualcosa di sbagliato, si rischierà di proseguire nell’apprestamento di terreni sempre più fertili per l’attecchimento di queste condotte criminose e umilianti e sempre più aridi rispetto alla possibilità di approntare soluzioni che allontanino gli artefici dalla prospettiva dell’impunità e della reiterazione.

Negli ultimi 20 anni si è diffusa molto la consapevolezza del problema e le campagne mediatiche condotte a livello mondiale contro ogni forma di violenza di genere hanno portato a dei risultati fino a qualche decennio fa impensabili, ma molto rimane da fare perché in ogni angolo del pianeta si diffonda la cultura dell’eguaglianza e della parità di diritti e condizioni di trattamento tra uomo e donna.

Le violenze fisiche connotate da immane aggressività, le violenze psicologiche, le minacce, gli schiaffi, le percosse, le lesioni da calci e pugni, le morti da soffocamento, i ricatti sessuali sul posto di lavoro o in vista di un impiego, gli stupri soprattutto se consumatisi come punizione di guerra, i rapporti sessuali indesiderati o umilianti richiesti e violentemente imposti dal partner in nome di un inesistente ius in corpus, le mutilazioni genitali femminili se commesse su bambine o ragazzine  incapaci, in forza della tenerissima età, di scegliere se sottoporsi o meno a tali pratiche e spesso ignare dei rischi per la salute connessi a metodiche di esecuzione barbare e lontane dai doverosi presidi igienico-sanitari, lo sfruttamento della prostituzione ancor più grave se minorile, la pedopornografia, il turismo sessuale, la mercificazione del corpo femminile e di converso l’annientamento di tale corporeità sotto cappe informi che nascondono anche lo sguardo della donna, le ustioni chimiche come punizione o condanna a morte nei nuclei familiari di stampo mafioso o laddove i precetti religiosi sono interpretati in chiave fondamentalistica, le lapidazioni come punizione di un presunto adulterio,  lo stalking e gli atti persecutori di ogni genere, le più subdole forme di amore criminale e l’elenco potrebbe purtroppo continuare, sono esempi di “femicidio” che vanno combattuti e prevenuti, perché una donna non la si uccide, nel suo meraviglioso essere tale, solo abusando del suo corpo ma anche e soprattutto tracciando solchi indelebili nella sua anima.

La sfida è quella di veicolare un messaggio di “tolleranza zero” forte e chiaro in tutto il globo: per far questo indispensabili sono le energie dei giovani, speranza e futuro della società, promuovendo tra di essi modelli comportamentali sani. Troppi giovani crescono circondati da stereotipi negativi e mentalità da scardinare. Solo parlando della violenza contro le donne e attivandosi per lo scardinamento della stessa si può arrivare a spezzare quella catena di comportamenti insani che perdurano da generazioni.

Una donna da sola non può cambiare nulla ma tante donne possono cambiare il mondo.

Il fiore della femminilità risiede nel cuore di ogni donna, la bellezza esteriore può sfiorire col passare delle primavere e l’incedere inesorabile del tempo può velare il bagliore e la nitidezza dello sguardo, ma una donna vera nasce e muore tale, non cede al compromesso e non rinuncia al suo valore.

Luciana Cusimano

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One Thought to “Tante donne possono cambiare il mondo”

  1. ma davvero!! Ben trovata , cara Luciana, sono molto felice di condividere questo impegno!

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