Coronavirus: un futuro da inventare o già inventato?

di Salvo Barbagallo

 

La pandemia da Coronavirus sta ponendo alle creature umane, di qualsiasi colore o nazionalità, una serie di problemi che fino a pochi mesi addietro forse solo una ristretta cerchia di “esperti” si poneva e certo non la collettività mondiale.

Pur non essendo la prima pandemia che, nel tempo, ha colpito segnando drasticamente il destino di intere generazioni, questa del Coronavirus ha colto impreparati governi e popolazione, mettendo tragicamente in luce carenze e disfunzioni nell’ambito delle organizzazioni sanitarie di tanti Paesi, mostrando altrettanto tragicamente come anche a livello politico ritardi e incompetenze abbiano provocato migliaia di vittime che (probabilmente) si sarebbero potuto salvare, determinando crisi economiche che difficilmente potranno sanarsi.

In questi momenti, nei quali ancora (come suol dirsi) non si vede la luce al fondo del tunnel, pochi si pongono interrogativi sul come sia potuta accadere una vicenda simile che coinvolge tutti: giustamente la priorità – ieri, oggi, domani – è quella di “contenere” con i fragili mezzi a disposizione, il malefico contagio, mentre gli scienziati sono faticosamente al lavoro per trovare soluzioni, per “scoprire” un antidoto al virus mortale.

Non è tempo di interrogativi, adesso: gli interrogativi si porranno, si dovranno porre, in un “dopo” che attualmente non si è in grado di dire “quando” sarà.

Oggi, però, riteniamo che sia opportuno (almeno questa è la nostra “opinione”) incominciare a delineare l’immediato futuro; da quando cioè (parliamo dell’Italia, della Sicilia) inizierà la cosiddetta “fase 2”, quella della (presunta) ripresa, quando i responsabili del Governo decideranno (in base ai dati che la Sanità fornirà loro sulle “curve” di contagi e di defunti) di “riaprire” case, strade, attività commerciali e produttive, e riattivare in una normalità graduale anche i trasporti. Come fa notare Andrea Melegari (su “Analisi Difesa” di oggi, 6 aprile) La “prossima normalità” (così definita da Kevin Sneader e Shubham Singhal, consulenti di McKinsey) non sarà normale. Se ne sono già accorti quasi tutti coloro che stanno riflettendo sul post crisi sanitaria.

Potrebbe apparire “ovvia” la definizione di Kevi Sneader e Shubham Singhal, ma così non è: la realtà è sotto gli occhi di tutti. Le “restrizioni” che il Governo italiano ha “imposto” alla collettività nazionale per cercare di bloccare i contagi (modello, poi, seguito anche da altri Paesi colpiti da Coronavirus) hanno fatto comprendere ai più che il “modo” di interagire sociale non sarà più lo stesso, così come le “libertà” generali portate dalla globalizzazione sono state già compromesse in quanto, inevitabilmente, e nel timore dell’incognita Coronavirus, le “barriere” che si credevano crollate, torneranno ad alzarsi.

Nel clima di incertezza, che tenderà a crescere, conseguenzialmente muteranno non solo i rapporti interpersonali, ma anche quelli fra le stesse collettività. Non ci saranno modelli di riferimento, ma si dovrà inventare, a conclusione, un nuovo modo di vivere, di comunicare, di avere interscambi su basi inedite. A quel punto, in molti, si porranno quegli interrogativi che oggi non si possono e non si devono porre perché ora c’è soltanto da considerare l’imperativo della sopravvivenza.

Quale sarà lo scenario dell’immediato futuro se la prossima normalità non sarà normale?

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