Politica assente, urne vuote

di Marco Di Salvo

Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant” Tacito

Parrà come discutere di un gioco di società ormai ristretto a pochi, visti i numeri di chi è tornato a votare al ballottaggio, ma una riflessione post amministrative fuori dagli schemi delle reciproche propagande sarà il caso di farla.
Il gioco dei reciproci dispetti tra le varie parti del Pd ha avuto come risultato di limitare al massimo la capacità espansiva del progetto (?) Renzi e in questa occasione si è potuta saggiare la sua capacità come leader di parte. A occhio, scarsina, anzichenò. Non ha imposto la sua visione dove si è trovato di fronte a leader locali che hanno alzato la voce (preferendo far finta di nulla, cantare e portare la croce in casi clamorosi come quello campano e quello pugliese), ha dato l’impressione di voler consolidare la sua posizione di potere semplicemente acquisendo alla sua parte ex di ogni risma e colore (in questo non mostrandosi affatto diverso da chi lo ha preceduto) e, anche nei commenti post voto, pare non aver capito la lezione. A differenza delle precedenti europee, infatti, oggi si misurava anche la distanza tra le parole e i fatti del Governo Renzi e il risultato è stato, per molti aspetti, impietoso. Il rimbeccare le critiche ricevute descrivendo le assenze in cabina elettorale come legate ad interessi di parte, non migliora la figura fatta. Il PD di cui il presidente del consiglio è ancora segretario (come un De Mita qualsiasi) si è mostrato incapace di convincere i propri elettori ad abbracciare entusiasticamente le scelte fatte in quanto a candidati, soprattutto quelle che più rappresentavano la nuova linea. Ed è su questo che dovrebbero interrogarsi i dirigenti del Nazareno, piuttosto che lanciarsi in rinnovate caccie alle streghe interne ed esterne al partito.
Quanto agli oppositori del partito di maggioranza relativa al governo (che degli alleati a tempo determinato del PD non vale neanche la pena di parlare visto che hanno giocato partite sui tavoli più disparati), sono stati niente altro che i beneficiari di questa incapacità, in molti casi malgrè de leur (e dell’impresentabilità dei loro candidati). Dal centrodestra riunificato (su che contenuti è tutto da verificare) ai cinquestelle, in vincitori nelle singole competizioni non hanno dovuto fare altro che esporsi (poco) e dire “io ci sono, se proprio quelli vi stanno sulle palle e volete proprio tornare a votare”. Tattica vincente, per un giro. Ma durerà?
Il dato unificante di questa tornata elettorale è però la crescente incapacità dei partiti, dei movimenti, dei loro candidati (e, quando ci sono, dei loro consulenti) di portare la gente a votare. Ma ve li ricordate, i Cinquestelle, che fino a pochi anni fa si pregiavano di essere quelli che avrebbero riportato gli astenuti a votare (in questo imitati dal giovane Renzi e dal suo inno alla bella politica di veltroniana memoria)? Dove sono finiti i trascinatori delle folle? A vederli oggi, guidati dalla faccia da ragioniere di uno qualsiasi dei Di Maio che hanno scelto a rappresentarli, a conteggiare i +0,5% e indicarli come segni delle magnifiche sorti e progressive della rivoluzione grillina, fanno un po’ di tristezza. La politica è un’altra cosa. Speriamo di riuscire a ricordarcelo anche in futuro.

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