Ci vuole un nuovo Papa Leone Magno?

350px-Incontro_di_leone_magno_e_attila_01Di Salvo Barbagallo

Incominciamo a togliere qualche parola dal nostro vocabolario comune e torniamo ad antiche terminologie non per sminuire pericoli e allarmi, ma (almeno) nel tentativo di mettere i tasselli sparsi nel loro punto giusto: usiamo la parola “barbari” in riferimento a coloro che attentano alla cosiddetta “democrazia”. E “barbari” sono quelli armati che sgozzano gli esseri umani come se la vita non avesse alcun valore, “barbari” quelli che distruggono chiese e villaggi in nome di un “Dio” che di certo non predica la violenza, “barbari” quelli che disprezzano qualsiasi tipo di diversità, “barbari” quanti non sanno (o non vogliono sapere, o non lo hanno mai saputo, o lo hanno dimenticato) cosa significhi civiltà, cultura e rispetto dell’Uomo.

Sicuramente oggi non sono i tempi di Papa Leone Magno che fermò Attila al Mincio per virtù divina: oggi le alabarde delle Guardie svizzere di Papa Francesco poco potrebbero contro i Kalashnikov dei fanatici che usano le insidie del terrorismo, ma certo è che la comunità internazionale sarà costretta, in un modo o in un altro, a mettere un freno alle ignominie che si stanno consumando al di là del Mediterraneo. Non è più solo la questione dei migranti che fuggono disperati dalla loro patria in guerra che devono essere accolti e assistiti, ora si fa pressante una questione di “interessi” multinazionali che diversi Paesi (compresa l’Italia) hanno necessità di tutelare. Ecco perché non è vero che non si fa nulla: la Francia ha già spedito in quell’area di tensione le sue navi, il nostro Paese ha inviato navi e incursori al largo della Libia. L’Italia, al di là delle esercitazioni navali ufficiali, si deve tenere pronta a difendere interessi strategici e commerciali in Libia, a cominciare dal “Greenstream”, il gasdotto sottomarino dell’Eni, che si sviluppa dalla stazione di compressione di Mellitah e il terminale di ricevimento del gas a Gela, in Sicilia. Un gasdotto di 520 chilometri, molti dei quali percorsi sotto il Mediterraneo, che può essere un facile obbiettivo da sabotare per le milizie barbare. Non solo – come ha scritto Umberto De Giovannangeli su “Huffington Post” – l’Italia adesso deve “evitare di trovarsi a rimorchio della Francia di Francois Hollande e, soprattutto” deve “contrastare il patto dei barconi stabilito fra le fazioni libiche affiliate allo Stato islamico dei Abu Bakr al-Baghdadi e le organizzazioni di trafficanti di esseri umani. Un patto da milioni di euro, sulla pelle di una umanità sofferente. Per fermare la jihad dei barconi, l’Italia non può attendere i tempi biblici delle Nazioni Unite”. Quindi è anche, e forse tutto, una questione “politica”, di “interessi” (comunque si vogliano definire) e non di questioni “religiose”. Il Vaticano “simbolo” da abbattere è solo un bluff.

Non c’è da stupirsi che di eventuali piani preventivi di intervento italiani non si parli, e al di là delle spacconate estemporanee che possono udirsi (In Libia come intelligence siamo il numero “uno”!) e che non portano alcun beneficio al “morale” del Paese, è comprensibile che gli organismi nazionali preposti alla sicurezza non stiano con le mani in mano, così come crediamo che siano in grado di prepararsi al peggio. Nelle condizioni attuali Papa Leone Magno si metterebbe da parte e lascerebbe tutto lo spazio utile di manovra a chi è competente in materia.

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