Chi controlla i controllori?

corruzioneDi Salvo Barbagallo

Il vecchio detto “Chi controlla i controllori” viene subito, e sempre, a galla quando qualche “grosso” scandalo finisce con coinvolgere personaggi considerati “al sopra di ogni sospetto”. In realtà non c’è niente di nuovo sotto il sole e come è vero che “una rondine non fa Primavera”, è anche vero che uno scandalo “una tantum” – cioè, un “evento” che si verifica “saltuariamente” – non può significare che tutti coloro che si battano per la “legalità”, che della legalità insomma ne hanno fatto una bandiera del “cambiamento”,  siano da mettere sullo stesso piano di coloro che la legalità la mettono sotto i piedi. Certo è che il confine che separa il lecito dall’illecito si fa, con il tempo, estremamente sottile là dove l’illecito si solidifica, avendo radici profonde, a discapito di comportamenti trasparenti difficili da mantenere in una società che pone al primo posto il profitto.

La Sicilia è stata da decenni e decenni additata come culla di un sistema di clientelismo, di assistenzialismo gestito da pochi a danno dei più, dove compare la costante del termine “mafia” che affiora nelle circostanze più disparate. Negli ultimi anni si è visto che questo “sistema” non sia un “fenomeno” isolato, ma – anche se gradualmente – si è allargato in maniera esponenziale su tutto il territorio nazionale, coinvolgendo vari strati sociali del Paese. Non è una consolazione per i Siciliani avere registrato che il “primato” della corruzione non appartiene soltanto alla Sicilia, ma è un dato di fatto del quale bisogna tenere conto. Molto semplicisticamente si potrebbe dire “mal comune, mezzo gaudio”, nella realtà non si può affrontare l’attuale situazione con battute di facile consumo. Senza tirare in ballo il “moralismo” spicciolo, di reazione quando si verificano episodi di una certa rilevanza, andrebbe rilevata – con consapevolezza – la necessità di una “svolta” che possa rimettere nel giusto posto i tasselli di un mosaico scompaginato da opportunismi e interessi di parte, di lobby, di casta, eccetera.

I casi Antonello Montante (presidente di Confindustria Sicilia) e Roberto Helg (presidente della Camera di Commercio di Palermo e vice presidente di Gesap, la società che gestisce l’aeroporto del capoluogo regionale), quali che siano origini, motivazioni e conclusioni, sono significativi di un malessere diffuso che viene da lontano e non conosce dove finisce. Potrebbero essere i segnali del sistema che scricchiola? Troppo ottimistico l’interrogativo, al quale ovviamente non si può dare risposta. I “poteri forti” che indirizzano – nel bene e nel male – la vita di una società (in particolare, quella Siciliana) sono conosciuti, sono “noti” i protagonisti di Primavere e Inverni, così come è nota la diffidenza “spontanea” verso chi si atteggia (e magari lo è) a “paladino” del bene che vuole (o intende) combattere il “male”, quale che sia. I problemi della Sicilia, d’altra parte, sono altrettanto conosciuti, il termine “sviluppo” non incanta nessuno da tempo e chi ne parla (o ne ha parlato) spesso scompare nel vuoto più assoluto unitamente allo “sviluppo” che non c’è stato, ma solo preannunciato.

E’ incontrovertibile che ogni casta, ogni lobby, ogni aggregazione di potere faccia (o tende a fare) i propri interessi: gli “incidenti” di percorso possono verificarsi. Alla fine non cambia nulla, tutto resta come era prima.

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