Un “tecnico” dopo l’altro ed è il “requiem” per la democrazia

imageDi Guido Di Stefano

Molte nazioni sono o amano definirsi democratiche. E tutte sono accomunate da una strana usanza: si presentano al mondo con poteri esecutivi e legislativi legittimati dal “consenso” popolare, espresso nel “segreto” delle urne.

Chissà perché però in questa nostra Italia, definita patria del diritto, si è praticamente perduta la suddetta simpatica, per quanto strana, usanza di “darla vinta” (almeno apparentemente) al popolo. Qui da noi il popolo sceglie e chi non è popolo impone non solo i governi ma anche le leggi, che il parlamento deve avallare, passando anche tra le “forche caudine”.

Governi tecnici o tecnici non eletti al governo! Ma va! Proprio non si vuole capire: lo specialista viene consultato per ogni singolo problema specifico, giammai messo al vertice per la salute globale di una nazione.

Ai tempi antichi della nostra repubblica i nostri eletti si avvalevano dei tecnici e degli esperti, possibilmente dei migliori: e furono ottime leggi e fu la ricostruzione e fu lo stato sociale e fu il benessere.

Siamo sempre stati scettici nei confronti dei governi “detti” tecnici. Noi pensiamo e siamo convinti: un politico attivo, oculato ed onesto, nel dubbio, cercherà e si consulterà sempre con i migliori e tesaurizzerà le “conoscenze” ricevute; il tecnico, lo specialista, il migliore (secondo il battage pubblicitario che accompagna la sua designazione) si arrogherà sempre le doti di onniscienza ed infallibilità e, alla bisogna, si consulterà solo con se stesso nel male (che piangiamo) e nel bene (che ci sforziamo di vedere).

Dov’è la sovranità popolare con i tecnici ed i governi tecnici? Se il popolo indica “A” perche il governo deve rappresentare magari “X” che non si è presentato al giudizio degli elettori? Perché le stesse leggi “sottoposte” al voto del parlamento “odorano” di “Y” e “Z”?

Già perché dobbiamo chiederci: siamo in democrazia, in tecnocrazia, in plutocrazia, in gerontocrazia, in generica oligarchia?

L’Italia, che ieri fu patria del diritto, oggi ci sembra l’ultima culla dei “bizantinismi” estremi e l’alta scuola dei poteri non popolari, che vantano fedelissimi “verbalmente” pronti a “spendersi” per il bene comune (a chi?).

Incominciamo a convincerci che pesa e ci incatena un substrato culturale da psicanalizzare e rimuovere.

Oggi si parla di real-politik. Bene rammentiamo che già Niccolò Machiavelli la enunciò e giustificò con il suo “Il fine giustifica i mezzi”: ma la prassi era in auge a quei tempi in diversi contesti (di potere e sovranità sul popolo principalmente) ed aveva avuto corso anche nei secoli precedenti un po’ in tutto il bacino mediterraneo.

Se ricordassimo sempre che “libertà, fraternità, uguaglianza” iniziano con “ascolto, rispetto, dovere”! Se!

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