Capitano Ultimo: “Così prendemmo Riina: caccia senza paura”

Il colonnello de Caprio nello speciale sull’arresto nel 29mo anniversario della cattura

 “Ho provato quello che si prova nella battaglia, la voglia di vincere, la voglia di trovare un nemico invisibile e quindi diventare invisibile per trovare un nemico invisibile e prenderlo. E lo abbiamo fatto con forza”. Parole del colonnello Sergio de Caprio, alias ‘Capitano Ultimo’, nello speciale sull’arresto di Totò Riina in onda su ‘Ultimo Tv’ in occasione del 29esimo anniversario della cattura del ‘capo dei capi’, avvenuta il 15 gennaio del 1993. Un’intervista esclusiva al ‘Capitano Ultimo’ realizzata dal regista Ambrogio Crespi, che gestisce il canale ‘Ultimo Tv’ in streaming sui social. Le indagini che hanno portato all’arresto di Riina sono state eseguite utilizzando il metodo di Carlo Alberto dalla Chiesa perfezionato dal generale Mario Mori, mesi di pedinamento e riunioni operative tutte le sere.

“La tecnica del generale Carlo Alberto dalla Chiesa – afferma Ultimo – è una tecnica che deve essere interiorizzata e poi praticata in base alle sensibilità di ogni combattente, quindi ognuno poi la pratica in base alle proprie caratteristiche. Si tratta di interiorizzare e praticare soprattutto clandestinità e compartimentazione, che sono le cose più difficili ma sono i fattori risolutivi di ogni combattimento, di ogni lotta vera, non truccata, praticata sulla strada. L’abbiamo fatto in maniera semplice. Gli aspetti più importanti sono stati questa tecnica abbinata al profilo informativo, alle risultanze informative che ci ha fornito il collaboratore Balduccio Di Maggio. Mettendo insieme le indicazioni informative e i pedinamenti che avevamo svolto, abbiamo capito che c’era questo obiettivo in via Bernini 54 dove avevamo perso Domenico Ganci in un pedinamento e dove c’era un’utenza Enel di questi fratelli Sansone. Balduccio Di Maggio diceva: ‘Rina lo tengono o i Ganci della Noce o i fratelli Sansone di Passo di Rigano’. Per questo abbiamo capito che quello obiettivo era importante infatti siamo riusciti a catturare Riina”.

Attesa e pazienza, osservazione e riflessione sono state le armi di vittoria della squadra comandata da Capitano Ultimo. “L’attesa è un aspetto fondamentale della nostra attività – prosegue Ultimo -, l’attesa ti fa cambiare il rapporto con il tempo, è come quando prepari un agguato, i minuti diventano ore e paradossalmente le ore diventano minuti. Attendere, la pazienza, è quello che spinge un combattente a rimanere fermo giorni e giorni su una indicazione, su un elemento. È una caccia, e la caccia la vinci solo se hai pazienza. Mi ricordo questa attesa, che è l’attesa di tutti i giorni per ogni indagine, e la paura è un concetto che non ti appartiene quando combatti, la paura è un lusso che si possono permettere quelli che stanno lontano dalla lotta, dalla frontiera, dall’azione diretta. Quindi la paura no, ce l’hai o prima o dopo l’azione, durante l’azione sei concentrato, devi combattere e devi far tornare a casa tutti i tuoi combattenti sani, incolumi. Questa è la cosa più importante”.

“Con Riina in macchina e prigioniero – ricorda De Caprio -, insieme al Vichingo pensavo soltanto alla necessità di rimanere invisibili, di non dare nell’occhio nel traffico quotidiano di Palermo. Pensavo al dispositivo, alla copertura, alla protezione che gli altri dovevano darci e soprattutto al fatto che ognuno rimanesse nelle posizioni che gli avevo assegnato e che gli assegnavo nel movimento. Non pensi a molte cose, sei sempre concentrato sull’azione. Poi la soddisfazione ce l’hai dopo, capisci che hai raggiunto il tuo obiettivo e ti prepari all’obiettivo successivo”.

“Dopo l’arresto di Rina – rammenta ancora Ultimo – sono arrivate le minacce di morte, sono arrivati i collaboratori di giustizia, Salvatore Cancemi, Gioacchino La Barbera, Lo Piccolo, Anselmo Francesco Paolo, Calogero Gangi, e hanno iniziato a dire che c’erano dei progetti precisi per catturare e uccidere il ‘Capitano Ultimo’ stabiliti dall’intera cupola dell’associazione Cosa nostra, e quindi abbiamo lavorato con maggiore attenzione, abbiamo rinforzare il mio dispositivo e abbiamo continuato la lotta. Siamo andati noi a cercare loro mentre loro cercavano me. Ed è stata una bella battaglia”.

“Rina era il capo di Cosa nostra – sottolinea Ultimo -, era il responsabile delle stragi, il responsabile della politica criminale pianificata e organizzata da quest’organizzazione, era il responsabile della morte del Generale Dalla Chiesa, dei giudici Falcone e Borsellino, di tanti carabinieri, di tanti altri magistrati sconosciuti che hanno donato la loro vita per il bene comune. E quindi rappresentava un nemico importante e l’abbiamo preso”. Nel 2017 vene avanzata una richiesta di differimento pena per Riina per motivi di salute. Il Tribunale di Sorveglianza di Bologna la nega.

“Quando volevano far uscire Riina – spiega De Caprio – ho capito il pericolo del dare per scontati determinati concetti, determinate conoscenze sull’associazione Cosa nostra che nel tempo hanno perso la condivisione nella società civile. Il lavoro fatto da Falcone e da Borsellino e da tanti altri stava sgretolandosi. La peculiarità e il grave pericolo che rappresenta il modo di esistere dell’associazione Cosa nostra venivano sottovalutati. Ci sono state campagne di delegittimazione dello Stato e di minimizzazione della responsabilità di Cosa nostra nella stagione delle stragi che stavano dando i loro frutti e stanno dando i loro frutti. Dobbiamo ricominciare da capo a far capire quali sono i meccanismi alla base di questa organizzazione criminale e non abbassare mai le difese. Questo è un grave problema e lo dobbiamo affrontare con saggezza”.

“Con l’arresto di Riina è iniziato il declino della struttura del gruppo corleonese che dirigeva Cosa nostra in maniera assoluta – osserva Ultimo -, Cosa nostra si evolve nei figli, dei nipoti, nei legami di parentela, nei legami di sangue da cui trovano nuova linfa, evolvono e danno continuità all’azione criminale, e noi dobbiamo dare continuità all’azione di contrasto, di lotta che ci ha insegnato il Generale dalla Chiesa non distruggendo i reparti e gli uomini che combattono secondo i suoi principi ma proteggendoli e facendoli crescere e dandogli continuità. Questo è il grosso problema, questa è la grave responsabilità che hanno i vertici malati di alcune istituzione”.

Infine Ultimo lancia un messaggio alle giovani leve, alle nuove: “Ai giovani carabinieri, ai giovani magistrati, io che non sono nessuno, nella mia umiltà e nella mia nullità voglio dare un consiglio, ma più che altro la preghiera: donatevi per il bene comune, sacrificate voi stessi senza volere nulla in cambio, praticate il sacrificio che non paga, perché alla fine non c’è cosa più bella per poter combattere nel nome del popolo italiano”. “Il rapporto che ho con i falchi e con le aquile – conclude Ultimo – è un rapporto di amore, l’amore che deriva dalla condivisione del loro volo, della loro libertà. In realtà loro prendono il mio cuore, lo portano sopra le nuvole e mi fanno vedere quello che gli occhi degli uomini non possono vedere mai”. (AdnKronos)

Nella foto, Il colonnello de Caprio

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