50 anni fa il sequestro del giornalista Mauro De Mauro e la stagione dei delitti eccellenti

Mauro De Mauro scomparso prime notizie

di Salvo Barbagallo

Tanti i “misteri” di Sicilia che nel corso dei decenni non hanno trovato soluzione, nonostante serrate indagini da parte degli investigatori. Realtà con marchio “Sicilia Doc” passate nel dimenticatoio, ma rispolverate in occasione delle “ricorrenze”, tutte buone occasioni per celebrazioni spesso di facciata che consentono ai personaggi politici del momento sulla scena di mettersi in vista. Concluse le cerimonie ogni cosa torna negli archivi in attesa del periodico rinnovo della celebrazione.

Episodi che hanno caratterizzato la vita dell’Isola dal dopoguerra fino alla stagione di “Mani pulite” con delitti che non hanno mai avuto se non parziali verità, ma quasi mai spiegazioni convincenti sui rapporti tra i cosiddetti “Poteri forti”, la “politica”, gli “Organismi istituzionali” e la criminalità organizzata definita semplicemente “mafia” le cui connessioni trasversali hanno costantemente bloccato lo sviluppo di un territorio vitale per la stessa economia dell’intero Paese. Pura e semplice “cronaca” di fatti criminali che ha nascosto e continua a nascondere articolati interessi locali strettamente legati a interessi nazionali e internazionali. Raramente si va oltre le celebrazioni.

Ricordiamo il “Caso De Mauro” con le pagine tratte dal libro “L’Avvenire che non venne” pubblicato nel 2006.

Il 16 settembre del 1970 viene sequestrato a Palermo Mauro De Mauro, redattore del quotidiano L’Ora, edito nel capoluogo regionale. Alcuni sconosciuti bloccano il giornalista, a tarda sera, davanti all’androne della sua abitazione, in viale delle Magnolie.

Mauro De Mauro non si aspettava certo d’essere sequestrato, e non fare più ritorno alla sua famiglia: aveva lasciato la sede del giornale verso  e 20 e 45, un quarto d’ora dopo si era fermato in una farmacia, nei pressi della sede del quotidiano, in via San Francesco. Aveva comperato alcuni medicinali, poi era salito in macchina (una BMW scura) per avviarsi verso casa.

Si ferma in un bar vicino alla sua abitazione, in via Pirandello: qui compera due etti di caffè, due pacchetti di sigarette, e una bottiglia di vino rosso gradito al futuro genero, Salvo Mirto, fidanzato della figlia Franca, suo ospite a cena. Pochi attimi dopo posteggia la vettura di fronte al palazzo dove è il suo appartamento. Dall’altra parte della strada lo vedono la Figlia Franca e il fidanzato, che entrano nell’androne dell’edificio, e lo chiamano dopo averlo visto avvicinarsi con in mano alcuni pacchi. Mentre l’ascensore è in arrivo la figlia Franca sente il padre parlare con qualcuno poi il rumore della BMW che si allontana e di lui non si saprà nulla nel corso della serata. All’indomani, su denuncia della famiglia allarmata per la scomparsa del congiunto, iniziano le ricerche: la vettura del giornalista viene ritrovata a poche centinaia di metri del Viale delle Magnolie, in via D’Asaro. All’interno sui sedili, si trovano i pacchetti del caffè, le sigarette, la bottiglia di vino; in una tasca interna un bigliettino d’appunti.

Le prime indagini degli inquirenti si indirizzano sui servizi che il giornalista stava effettuando sulla speculazione edilizia: è una traccia che viene abbandonata presto. La figura del sequestro di persona, sosterrà l’allora capo della Mobile palermitana Nino  Mendolia, non esiste nel codice operativo della mafia, almeno della vecchia mafia. La pista che seguono i carabinieri – il comandante della Legione è il colonnello Dalla Chiesa – è quella della droga: forse Mauro De Mauro aveva scoperto qualcosa sul traffico degli stupefacenti tra Sicilia e Stati Uniti, e in tal senso indirizzeranno al procuratore Pietro Scaglione un voluminoso dossier. Ma la moglie del giornalista, Elda De Mauro dichiarerà al giudice istruttorio Fratantonio che il marito, almeno da due anni, non si occupava dell’argomento. In effetti Mauro De Mauro aveva scritto il suo ultimo servizio sulla droga e sul contrabbando nel 1968.

Attraverso la ricostruzione di colloqui avuti con amici e colleghi sembra prendere corpo la pista sul «Caso Mattei»: il giornalista stava conducendo una ricerca per conto del regista cinematografico Francesco Rosi, che stava realizzando un film sugli ultimi giorni trascorsi dal presidente dell’ENI in Sicilia. E’ probabile che De Mauro avesse scoperto qualcosa di «sensazionale», se al collega Lucio Galluzzo, alcuni giorni prima del suo rapimento, confidava che aveva per le mani una «cosa grossissima: roba da far tremare l’Italia», riferendosi al soggetto del film di Rosi.

Sulle ultime ore di Enrico Mattei, Mauro De Mauro aveva già raccolto sin dall’indomani dell’incidente di Bascapè avvenuto il 27 ottobre del 1962, molte testimonianze: il giornalista si era recato immediatamente a Gagliano Castelferrato, ricostruendo accuratamente le ultime due giornate di Mattei, gli incontri che aveva avuto, l’ultimo discorso che aveva tenuto, non immaginando, a quell’epoca, che fra quel prezioso materiale potesse esserci la chiave di lettura di uno degli episodi più misteriosi della storia italiana ed isolana. Quel materiale lo ripasserà in esame quando Rosi lo incaricherà di collaborare al suo film. Una delle ultime persone che Mauro De Mauri incontrerà prima della sua scomparsa, nel corso della sua ricerca, sarà Graziano Verzotto, già uomo di fiducia di  Mattei, poi presidente dell’Ente minerario siciliano da anni ed a tutt’oggi latitante  perché coinvolto negli scandali dei fondi neri dell’EMS. Dunque Enrico Mattei e il petrolio siciliano (…)

Dalla scomparsa di Mauro De Mauro molti fatti delittuosi si susseguono a Palermo, con tragica cadenza, con protagonisti che perdono la vita in modo violento: un lungo rosario di morte che si snoda per anni e che sembra non avere fine. Fatti criminosi all’apparenza slegati fra loro, ma comunque con un sottile sottofondo comune, con un denominatore comune che fa riferimento sempre e costantemente alle forze della Mafia.

A otto mesi di distanza dal sequestro del giornalista del quotidiano L’Ora, il 5 maggio 1971, in via Dei Cipressi a Palermo, con undici colpi di pistola, viene assassinato il procuratore capo della Repubblica Pietro Scaglione, un omicidio che suscita scalpore in tutta Italia, che provoca reazioni di varia natura (…). Per quanto attiene la scomparsa di Mauro De Mauro, molti hanno sostenuto che Scaglione avesse fatto prendere alle indagini indirizzi diversi da quelli indicati dagli stessi carabinieri, quali la pista del traffico degli stupefacenti. Anche sulla fine di questo personaggio la verità non salterà mai fuori.

E’ lunga, quasi interminabile, la lista dei nomi di personaggi che perdono la vita in modo violento nella battaglia che vede contrapposte le forze dell’ordine alla grande organizzazione criminale della mafia.

II 19 agosto del 1977 viene trucidato il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo (49 anni) comandante del nucleo investigativo di Palermo: viene ucciso alla periferia di Corleone, alle pendici del monte Ficuzza, davanti alla sua casa di villeggiatura mentre passeggia con un suo amico, l’insegnante Filippo Costa di Misilmeri che, nell’agguato, resterà ferito mortalmente. I due avevano appena finito di cenare (erano le 22) e stavano tranquillamente chiacchierando, allorché un commando di killer li prende di mira, sparando all’impazzata.

Giuseppe Russo era nato a Cosenza nel 1928: sposato e padre di un figlio, durante la sua carriera aveva ricevuto ben sedici encomi. Impegnato nella lotta contro la mafia e la malavita, si era occupato a fondo del caso De Mauro e di quello di Scaglione.

Il 25 maggio del 1978, in pieno centro cittadino, viene assassinato il noto «pezzo da 90» Giuseppe Di Cristina: era compare d’anello con Graziano Verzotto, che gli fu testimone alle nozze, quando sposò nel 1960 Antonina Legami, figlia di un alto esponente del PCI di Riesi.

L’otto settembre dello stesso anno, a Catania, in un agguato, viene ferito gravemente un altro big, Giuseppe Calderone: l’uomo stava percorrendo, a bordo di una «A 112» una strada alla periferia di Acicastello, quando la vettura viene affiancata da una «Alfetta» che supera l’utilitaria ponendovisi davanti. I killer sparano a lupara, e con pistole calibro «38» e «7,65». Nonostante i numerosi colpi ricevuti, Giuseppe Calderone non muore sul luogo dell’attentato, ma in una clinica del capoluogo, qualche giorno dopo.

La figura di Giuseppe Calderone era considerata di grande rilievo nella mappa della malavita organizzata: nato a Catania l’ 11 gennaio del 1925, in un modo o in un altro, avrebbe avuto a che fare con le grandi organizzazioni del crimine che agivano sia in territorio nazionale che internazionale. Giuseppe Calderone, unitamente a Graziano Verzotto, fu testimone alle nozze di Giuseppe Di Cristina. La morte dei due personaggi è l’apice di una serie di delitti (35, fino a quel momento) avvenuti all’interno della mafia, forse per un «ricambio» di quadri nella complessa struttura dei vertici del crìmine.

II 26 gennaio del 1979 a cadere sotto il fuoco di sicari è la volta del giornalista Mario Francese, redattore del quotidiano palermitano «Il giornale di Sicilia». Mario Francese, 54 anni nativo di Floridia, in provincia di Siracusa, viene assassinato alle 21 e 30 sotto il portone della sua abitazione, sita in viale Campania, da tre killer che gli esplodono cinque colpi di pistola da una vecchia «Giulia» 1300 in movimento. Mario Francese svolgeva da anni inchieste su alcuni delitti di mafia e sull’uccisione del colonnello Giuseppe Russo.

II 9 marzo dello stesso anno altro omicidio «eccellente», viene ucciso Michele Reina, segretario provinciale della DC palermitana: un’altra esecuzione con sfondo la mafia e forse i delitti precedenti.

Quattro mesi dopo, il 21 luglio, a perdere la vita è il capo della Mobile di Palermo, Boris Giuliano: viene assassinato alle 8 del mattino, con tre colpi alla tempia, esplosigli contro da distanza ravvicinata da un killer, mentre stava prendendo un caffè in un bar di via Alfieri. Boris Giuliano stava indagando sul clan di Luciano Liggio, ma non aveva mai abbandonato le ricerche per scoprire le verità nascoste sulla fine di Mauro De Mauro: «Per me – continuava a ripetere il capo della Mobile – il caso De Mauro non è chiuso, e periodicamente riesco ad aggiungere un tassello». A Palermo, in quel periodo, sono in molti a ritenere che i «tasselli» messi insieme nel tempo, avessero indotto Boris Giuliano a rivedere profondamente le sue convinzioni su quel caso. Giuliano sembrava fortemente convinto che il sequestro del giornalista de «L’Ora» fosse collegato alla fine di Mattei.

Il filo che lega questi omicidi è estremamente tenue, ma alcuni nomi appaiono costantemente presenti nella trama di un mosaico dove mancano i principali elementi per far comprendere cosa raffiguri il quadro. Qua e là continua a comparire il nome di Graziano Verzotto, un personaggio al quale si fa riferimento in diverse inchieste.

Graziano Verzotto, nato a S. Giustina in Colle, in provincia di Padova nel 1923, dal 1944 al 1945 è comandante di una formazione partigiana denominata «La brigata Damiano Chiesa», che operava nella zona di Camposampiero nei pressi di Padova. Dopo la guerra lasciò il paese perchè i suoi concittadini gli attribuivano la responsabilità di una strage per rappresaglia a una azione condotta dalla sua brigata. I tedeschi fucilarono ventidue ostaggi di San Giustina del Colle, fra cui il parroco e il cappellano. Lasciato il luogo d’origine, Verzotto si trasferì a Catania, quale funzionario della Democrazia Cristiana, della quale faceva parte in qualità di membro della segreteria centrale. Era il 1948: aveva l’incarico di organizzare il partito nell’hinterland catanese. Qui prese parte attiva alla preparazione delle elezioni politiche appoggiando la candidatura di Maria Nicotra Fiorini (che verrà eletta) che nel luglio del 1949 prenderà in moglie. Nel 1954 Enrico Mattei – che aveva conosciuto Verzotto durante il periodo della lotta partigiana – chiama l’uomo politico all’ENI nell’ufficio per le pubbliche relazioni. Nel 1958 Graziano Verzotto si presenta come candidato alla Camera, ma non viene eletto. Nel 1961 viene nominato capo delle relazioni pubbliche dell’ENI in Sicilia e l’anno dopo diviene segretario regionale del suo partito. Nel 1968 viene eletto senatore nel collegio di Noto, ma si dimette dalla carica preferendo dedicarsi completamente alla direzione (assunta un anno prima) dell’Ente minerario siciliano (EMS). E’ in questo stesso periodo che Verzotto fa assumere alla SOCHIMISI Giuseppe Di Cristina, legandosi anche a Giuseppe Calderone, proprio per quel vincolo di «comparato d’anello» di cui abbiamo detto.

A mettere alla direzione dell’EMS Verzotto è Vito Guarrasi.

Altro profilo. Guarrasi è nato a Palermo il 1914. La sua storia incomincia alla fine della guerra, per meglio dire al settembre del 1943. Ha ventinove anni, ed è addetto allo Stato maggiore dell’esercito a Roma. Guarrasi fa parte della Commissione italiana d’armistizio, alle dirette dipendenze del generale Castellano. Durante il periodo dell’occupazione alleata in Sicilia è molto legato a Charles Poletti, rappresentante del governo alleato nell’isola. A Cassibile, e poi a Tunisi, Guarrasi è in contatto con Max Corvo, capo dell’OSS durante lo sbarco in Sicilia. E’ molto vicino ai separatisti nel periodo che il movimento è in auge (amico intimo del primo sindaco di Palermo, il noto Lucio Tasca Bordonaro).

Nel dopoguerra si impegna nella lotta a gruppi politico-mafiosi che avevano spadroneggiato durante il ventennio. Poi apre uno studio legale a Palermo, e fa da intermediario in molte transazioni che effettua la Regione. Diviene membro del Consiglio generale della Confederazione industriale della Sicilia, e nel 1956 lo stesso presidente della confederazione ingegnere La Cavera, lo sceglie quale componente di una missione di industriali siciliani negli Stati Uniti. Quando Enrico Mattei prende a interessarsi del sottosuolo siciliano, Guarrasi diventa consulente dell’ENI.

Due anni dopo Silvio Milazzo, presidente della Regione, lo nomina segretario generale del «Piano quinquennale per la ricostruzione della Sicilia», controllando di fatto tutti i rapporti fra presidenza della Regione ed enti finanziari siciliani. Nel 1960 gli viene tolta la consulenza dell’ENI, che riavrà dopo la morte di Mattei, divenendo un uomo chiave per i rapporti con le compagnie americane.

Delicato stabilire il nesso preciso che lega questi personaggi dei quali abbiamo tracciato il profilo: è una storia tremendamente ingarbugliata dove si corre il rischio continuamente di perdere il filo.

Guarrasi, per esempio, salta fuori nel 1972 come facente parte del consiglio di amministrazione della GEFI, che controllava la Banca Loria, del gruppo di Michele Sindona. La Banca Loria, poi Banco di Milano secondo le indagini della Magistratura, aveva depositi di «fondi neri» dell’EMS.

Della GEFI, dal 18 aprile 1972, entrò a far parte Graziano Verzotto. E’ tutto un giro vizioso, come si può notare, nel quale è difficile raccapezzarsi. E’ risaputo che Graziano Verzotto, è latitante da diversi anni, ricercato dalla polizia, proprio per lo scandalo che portò alla scoperta di tali «fondi neri», e dello scandalo Sindona concernente la Banca Lorìa, diretta da Ugo De Luca che (stante alle indagini) teneva stretti contatti con Luciano Liggio (…).

Il 9 novembre del 1979 il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, giunge a Palermo: una visita sollecitata dal presidente della Regione Piersanti Mattarella; una visita che voleva significare la presenza dello Stato in Sicilia dopo la serie di omicidi perpetrati contro personaggi di sicuro vaglio. Nel corso dell’anno sono caduti il giornalista Mario Francese (26 gennaio), il capo della squadra Mobile Boris Giuliano (21 luglio), il magistrato Cesare Terranova (25 settembre).

Per Sandro Pertini l’impatto con la realtà isolana è abbastanza violento: ha un incontro con le vedove della mafia (in quella circostanza è presente anche la madre del sindacalista Salvatore Carnevale, signora Serio); un incontro con i terremotati del Belice che, dopo undici anni dal terribile evento sono ancora in attesa di una casa; un incontro con i rappresentanti del governo regionale, con Piersanti Mattarella e il presidente dell’Assemblea Michelangelo Russo; un incontro con giovani palermitani che gli pongono domande imbarazzanti. A Pertini si mostra una Sicilia non certo oleografica, turistica e folkloristica, ma una Sicilia nei suoi aspetti più drammatici. Una visita, questa del capo dello Stato, che non era apparsa come una passeggiata evasiva, ma come un avvenimento che assumeva particolare significato.

L’angoscia per Sandro Pertini non si conclude con questi incontri che denunciano una situazione al limite di rottura: mentre l’indomani sta per lasciare il capoluogo regionale, diretto a Catania, Pertini riceve la notizia di una strage avvenuta al casello di San Gregorio, dell’autostrada Catania-Messina. Tre carabinieri sono stati trucidati poco dopo le cinque del mattino, mentre stavano effettuando la traduzione del detenuto Angelo Pavone, dal carcere del capoluogo etneo a quello di Bologna (…).

(tratto da “L’Avvenire che non venne” di Salvo Barbagallo, Armando Siciliano Editore 2006).

  • Il boss Giuseppe Di Cristina assassinato
  • La notizia dell'assassinio del colonnello Giuseppe Russo
  • La notizia dell'assassinio del giornalista Mario Francese
  • Il segretario DC Michele Reina assassinato
  • Il Procuratore Pietro Scaglione assassinato

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