Strage di Ustica: dopo 40 anni lo Stato risarcisce Itavia?

di Salvo Barbagallo

 

Ustica, una piaga nella storia italiana e internazionale, una piaga ancora non risanata dopo decenni di verità nascoste, di processi. Il tragico evento è noto come “la strage di Ustica”: alle 20:59 del 27 giugno 1980 sopra il braccio di mare compreso tra le isole di Ponza e Ustica, un Douglas DC-9 della compagnia aerea Itavia  – volo di linea IH870 – partito da Bologna Borgo Panigale e diretto a Palermo Punta Raisi perdeva il contatto radio con l’aeroporto di Roma-Ciampino. Era precipitato portando in fondo al mare Tirreno tutti gli 81 occupanti tra passeggeri ed equipaggio. Il giorno dopo il mare restituisce una quarantina di corpi. L’autopsia che verrà effettuata rivela che i passeggeri sono morti in seguito alle gravissime lesioni polmonari dovute a decompressione; alcuni corpi presentano lesioni traumatiche. Significa, spiegano gli esperti, che sono deceduti quando la cabina pressurizzata dell’aereo si è spaccata, in aria; e l’aereo poi è precipitato. Ma cos’è successo esattamente? Si parla di incidente strutturale. Di esplosione a bordo. Di un possibile attentato. Vengono nominate commissioni d’inchiesta, perizie e contro-perizie a non finire, una ridda di ipotesi e una lunga serie depistaggi. A pagare le conseguenze della strage oltre le famiglie delle vittime, la Compagnia aerea Itavia che dopo sei mesi, il 10 dicembre del 1980, si vede costretta a sospendere le attività di volo, mentre il 23 gennaio del 1981 le Autorità aeronautiche dichiaravano decaduti tutti i servizi di linea e la risoluzione delle convenzioni.

Ha scritto il giudice Rosario Priore: “il disastro di Ustica ha scatenato processi di deviazione o comunque di inquinamento delle indagini. Gli interessi dietro l’evento e di contrasto di ogni ricerca di verità sono stati tanti, e non solo all’interno del Paese, ma specie presso istituzioni di altri Stati, tali da ostacolare, specialmente attraverso l’occultamento delle prove e il lancio di sempre nuove ipotesi, con il chiaro intento di soffocare l’inchiesta, il raggiungimento della comprensione dei fatti…”.

Gli amministratori dell’Itavia, viste le risultanze dei processi che confermavano in più riprese che il DC-9 Itavia era stato abbattuto da un missile, intentavano causa al Ministero della Difesa in quanto non aveva assicurato la sicurezza nei cieli nazionali, e al Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture accusato di aver permesso ad altri velivoli la circolazione contemporanea sulla stessa rotta del DC-9.

Ebbene, dopo 40 anni questa vicenda giudiziaria si chiude con la condanna dei Ministeri di Difesa e Trasporti con sentenza esecutiva della Corte d’Appello di Roma pubblicata martedì scorso (21 aprile) che stabilisce in 330 milioni il risarcimento a Itavia per i danni subìti sia per l’abbattimento del Dc-9, sia per il danno apportato alla società dalla cessata attività.

Lo Stato, dunque, paga! Una notizia passata (quasi) inosservata (a quel che abbiamo potuto notare soltanto il quotidiano “Il Sole 24 Ore ha dedicato a questo “evento” una pagina) e “trascurata” dai mass media, forse perché siamo in tempi di pandemia da Coronavirus e ogni altro argomento deve passare in seconda linea.

Lo Stato, dunque, pagherà veramente? Oppure finirà come per i familiari delle vittime costretti a inseguire lo Stato con pignoramenti?

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