Storie vere di Resistenza, un Ricordo personale del 25 aprile

Te lo dovevo, papà! Non hai mai voluto che si parlasse di te. Questa volta, per questo 25 Aprile, me lo devi consentire. Sono orgogliosa di essere tua figlia e di avere imparato da te ad Amare, ad avere il Senso dello Stato, a comprendere il Senso del Sacrificio, a Resistere, Resistere in ogni circostanza e di fronte a qualsiasi avversità della vita.
Mio padre, medaglie e riconoscimenti vari per il suo lavoro, Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana, Invalido di guerra. Una lunga storia, questa.
Chiamato alle armi nel ’43, parte. Prigioniero dei tedeschi, subisce soprusi di ogni genere, provocazioni di tutti i tipi e sa che se sbaglia anche per un minimo particolare, la punizione è la fucilazione immediata. Riesce a fuggire scendendo con una corda attraverso l’inferriata di una finestra del Carcere. Una barca lo attende, ci sale: c’è riuscito; fuori verso la libertà. Sembra un sogno. Si ammala: è pleurite. L’Ospedale Militare lo attende. Si salva grazie all’aiuto di una famiglia di partigiani del Nord, che lo accoglie nella sua casa. Continua a combattere contro nazismo e fascismo. Il suo lavoro è prezioso e sarà presto riconosciuto tale. Aveva sposato mia madre prima di partire, contro il volere anche del Parroco della Chiesa Santa Croce (la Badia): un giovane di 21 anni con una ragazza di 19? Inaudito, impossibile! E fu possibile.
Riparte: una lunga separazione e 6 mesi senza notizie! Ma loro sanno, anche se non si vedono e non ci sono i telefonini per sentirsi. Torna da lei, nonostante le tentazioni e le certezze di vita assicurate al Nord. Vicissitudini di ogni tipo e sull’orlo di venire imprigionato e ucciso più volte. Giovane di 23 anni, dati i suoi trascorsi ben noti, è assunto immediatamente al Distretto Militare di Caltanissetta con una grandissima responsabilità:
Discriminare, decidere chi era stato fascista e chi no, chi si era macchiato di crimini di guerra e chi no. Da questa decisione scritta dipendeva il futuro di tanti: sarebbero stati assunti, avrebbero potuto partecipare a concorsi solo se non fascisti. Non ha mai discriminato, ha deciso sulla base di certezze e non di ipotesi vaghe, come sarebbe stato facile. Aveva anche l’occasione per vendicarsi di tutto quello che aveva subito. Nel suo vocabolario non c’era posto per la parola vendetta. “Perché non scrivi, non racconti la tua storia?” Gli diceva lo zio Nanà, come chiamavo Leonardo Sciascia. “Non ho tempo” la sua risposta. “Ne parlo io?” “No, ho fatto solo il mio dovere di Italiano.
Al suo funerale, ieri era l’anniversario della sua morte, ho incontrato tanti che non conoscevo, che non avevo mai visto. Non me ne aveva parlato, neanche quando nella mia campagna piantava alberi e fiori, a volte anche in maniera confusa, tutti insieme perché ognuno fosse libero di scegliere la sua strada. “La libertà – dicevi – la Libertà è fondamentale nella vita, dalla anche alle piante!
Sono venuti tutti a salutarmi, a farmi le condoglianze. “Lei non mi conosce – mi disse il primo, stringendomi la mano – Suo padre mi ha salvato” e così il secondo, il terzo….non so quanti. So, di certo, che con la sua vita e i suoi sacrifici per combattere per un ideale, ci ha lasciato un’eredità immensa e io ne sono fiera, ancor di più perché non aveva voluto aderire a nessuna sigla politica o sindacale; non era un compagno e mai avrebbe tollerato che qualcuno mi chiamasse compagna, avrebbe preteso di fare i dovuti distinguo pur nella battaglia comune: Insieme, ma ognuno con la sua Storia. Di certo la sua non può essere confusa con faziosità politiche di vario tipo e, di conseguenza, nemmeno la mia, che di Lui ho un indelebile ricordo soprattutto per quello che è riuscito a costruire dentro di me, per quei valori che mai nessuno mi potrà strappare.
Marisa Sedita

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