I paradossi dei “populismi” di ieri e quelli di oggi

di Salvo Barbagallo

 

Chi ha vissuto politicamente gli Anni Sessanta/Settanta ricorderà che il “populismo” era un appannaggio “esclusivo” delle élite più a sinistra dell’allora Sinistra ufficiale e dominante (il PCI). Oggi il “populismo” viene  indicato come sinonimo di fascismo, e a classificarlo in questo modo sono le èlite/minoranza di una Sinistra che non esiste più (ideologicamente parlando), ma che continua ad occupare molti importanti gangli della società. Una èlite che domina i mass media e che occupa posizioni di rilievo nel sistema economico mondiale, che dovrebbe, a sua volta, essere identificata come “casta” o, ancora meglio, come “Poteri forti”. Casta o Poteri forti che siano, la minoranza d’appartenenza difende a spada tratta i “sistemi” che condizionano la vita delle collettività di numerosi Paesi, in Europa come altrove.

In Italia il Governo nato da poche ore, che attende che gli venga concessa la scontata “fiducia” al Senato e al Parlamento, il Governo espressione palese delle forze che hanno vinto nella competizione del 4 marzo, questo Governo è stato etichettato “populista/fascista” ancor prima che venisse riconosciuto. Sui principali mass media (televisivi e cartacei) una scomposta e plateale avversione a tutti i livelli che fanno audience, come i programmi di cosiddetto intrattenimento. Avversione, non satira più o meno legittima, quando non addirittura offensiva, così come si è potuto notare. Nel Paese che dovrebbe essere di tutti non viene alimentato il Dialogo, né eventuali “conciliazioni” per un Bene collettivo: le espressioni che vediamo da quanti fanno politica, ma non sono stati acclamati come “vincitori”, affiorano sentimenti ostili che non dovrebbero avere giustificazioni, così come non dovrebbero aversi due pesi e due misure da usare quando fa comodo a una sola parte.

I “populismi” di ieri, di quegli anni Sessanta/Settanta che le nuove generazioni non possono ricordare perché “non” c’erano, vennero osteggiati dal Comunismo “ufficiale” e portati, dopo, anche alla loro “degenerazione” provocando estremi sviluppi di morte. Quelli che oggi vengono chiamati “populismi” non hanno le stesse radici, ma scaturiscono dalle stesse necessità, conseguenza di decenni di mal governo del Paese. E – attenzione – vengono osteggiati sia da sinistra che da destra. Sinistra e Destra che non possono ammettere che la competizione elettorale del 4 marzo scorso non è stata vinta da Matteo Salvini o da Luigi Di Maio, ma che è stata la vittoria della Gente. Gente/collettività (milioni di persone, di esseri umani, di Italiani) che hanno visto (a torto o a ragione, lo potrà dire solo il tempo) nei due leader e nelle compagini che rappresentano gli strumenti per dare una spallata ai “Sistemi” consolidati e trasversali. Quei “Sistemi” che oggi reagiscono con i potenti mezzi che hanno a disposizione.

Quale docente oggi vorrebbe riportare all’attenzione (storica?) quel movimento degli Anni Sessanta/Settanta che si chiamava “Servire il popolo” (Unione dei Comunisti Italiani Marxisti-Leninisti) sorto in l’opposizione a ciò che rappresentava lo Stato in Italia)? Nomi degni di rispetto, fra le fila di quel movimento: Aldo Brandirali, Angelo Arvati, Marco Bellocchio, Pierangelo Bertoli, Renato Mannheimer, Antonio Pennacchi, Fulvio Abbate, Luca Meldolesi, Antonio Polito, Barbara Pollastrini, Michele Santoro, Enzo Todeschini, Linda Lanzillotta, Nicola La Torre. Molti di questi hanno cambiato casacca, qualcuno è andato a destra, qualcun altro si è intruppato nella Sinistra di comodo, qualcuno è diventato prete… Tutto nell’ordine naturale delle cose della vita. Gli intellettuali odierni sono di tutt’altra pasta, al più possono esprimere personaggi rappresentativi come Matteo Renzi.

Il “populismo” odierno  -sempre che “populismo” debba essere considerato – è tutt’altra cosa, e noi, esprimendo la “nostra” personale “opinione”, non stiamo difendendo questa posizione, che di certo non ci appartiene. Ribadiamo ancora una volta il “diritto di scelta”, il “diritto/dovere” di esprimere “liberamente” il proprio pensiero, il diritto di essere “nel giusto” se si opera per il Bene di tutti. Almeno fino a quando qualcuno non dimostra con i fatti che si è in “errore” e senza che venga messa in campo la demagogia, strumento principale di chi ha potere.

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