Quel che non vogliamo sapere sui migranti

di Vittorio Spada

 

Il 19 aprile scorso su questo giornale pubblicavamo un articolo dal titolo significativo “Migranti: in nome della solidarietà forti contrasti”. Queste le prime frasi: Continuano a chiamarla “emergenza migranti” l’ininterrotta affluenza di fuggitivi raccolti dalle navi di soccorso che ormai stazionano (quasi) in forma stabile davanti alle coste della Libia. Lo stesso pontefice ha sottolineato che “Quelli che arrivano in Europa scappano dalla guerra o dalla fame. E noi siamo in qualche modo colpevoli perché sfruttiamo le loro terre ma non facciamo alcun tipo di investimento affinché loro possano trarre beneficio”. Parole sagge e cristiane che, purtroppo, non vengono accolte nel loro profondo significato (…).

Ebbene, i giorni passano, e passano anche i mesi e la situazione anziché chiarirsi si complica ulteriormente, i contrasti si moltiplicano in maniera esponenziale. Insomma, non cambia nulla, anzi le condizioni complessive peggiorano senza che una soluzione “condivisa” venga trovata. Forse che una “soluzione” non si vuole trovare? O forse la”volontà” di una parte che governa il Paese è mirata e segue determinate “linee” che trovano la loro radice altrove, fuori dalla stessa Italia? Non sappiamo e non possiamo dare risposte a queste interrogativi, ma resta il fatto che la problematica che riguarda i migranti e la loro accoglienza è sotto gli occhi di tutti, come sotto gli occhi di tutti sono stati gli “scandali” che, nel tempo, hanno caratterizzato la delicata questione. C’è “qualcosa” che sfugge alla logica, un “qualcosa” che, probabilmente, sta alla base della controversa vicenda.

E pur tuttavia della “vicenda” si parla e se ne parla anche dettagliatamente, con dati alla mano, spesso con “prove” difficilmente confutabili. Così come ha fatto giorni addietro, nell’Editoriale del giornale online Analisi Difesa a firma del direttore Gianandrea Gaiani, che riprendiamo e proponiamo ai nostri lettori per cercare di eliminare gli alibi inconsci del “non sappiamo, non conosciamo…”. Così come riproponiamo l’articolo del nostro direttore Salvo Barbagallo pubblicato due mesi addietro.

Certo, a nostro avviso, si dovrebbe mettere la parola “fine” a quella tragedia che è stata trasformata in drammatica telenovela che disorienta i “puri” e condanna gli “impuri” che non condividono il “pensiero governativo”. Ma, anche in questo caso, probabilmente manca (strumentalmente?) l’effettiva “volontà” di risolvere la “cosa”, ed è inevitabile chiedersi “a chi giova?”.


ANALISI DIFESA -13 giugno, da IL MATTINO – 12 giugno

Immigrati illegali: lezione dalla Libia all’Italia ambigua

di Gianandrea Gaiani

in Editoriale

Emarginata dall’Europa, che non ha nessuna intenzione di condividere i flussi di immigrati illegali che accogliamo in blocco dalla Libia, l’Italia viene ormai ridicolizzata quotidianamente anche dallo pseudo governo libico di Fayez al-Sarraj la cui debolissima Guardia Costiera con i suoi poveri e piccoli mezzi sta impartendo una lezione militare alle flotte italiane e Ue sul fronte del contrasto ai trafficanti.

Come giovedì scorso anche sabato la Guardia costiera libica ha riportato indietro 438 migranti illegali bloccati in mare dalle motovedette mentre lasciavano la Libia su due gommoni e due barconi. Lo ha segnalato il portavoce della Marina libica, l’ammiraglio Ayob Amr Ghasem. L’intervento, verso le 7 di sabato mattina, è stato effettuato 8 miglia al largo di Mellitah, la località a ovest di Tripoli dove ha sede il terminal del gasdotto dell’ENI Greenstream.

I migranti illegali sono rappresentativi del campionario di nazionalità che da tempo raggiugono illegalmente l’Italia da Africa Occidentale e Bangladesh, per la quasi totalità migranti economici che non fuggono da guerre o persecuzioni e che non avrebbero diritto a nessun tipo di asilo per il diritto internazionale. L’ammiraglio Ghasem ha precisato che le quattro imbarcazioni erano scortate da “un gruppo di protezione” dei trafficanti su due motoscafi Viper che sono stati attaccati dalle motovedette libiche con la distruzione di uno, la fuga dell’altro e l’arresto di cinque criminali libici armati di kalashnikov.

“In presenza dell’Alto commissariato per i rifugiati” ha riferito ancora Ghasem all’Ansa, “i migranti sono stati consegnati al centro di accoglienza di al-Nasr mentre durante l’intervento “è stata rilevata la presenza di navi delle Ong internazionali” che sembravano attendere barconi e gommoni carichi di immigrati illegali per raccoglierli e portarli in Italia.

Nelle ultime settimane la Guardia costiera libica, in linea con accordi presi con l’Italia, ha condotto varie operazioni di blocco di migranti ingaggiando in almeno due occasioni scontri a fuoco con i trafficanti che scortano le imbarcazioni dei migranti verso il largo dove sono state rilevate le navi soccorso di diverse Ong. Ma il governo italiano che fa oltre a coprire di ridicolo la residua credibilità e dignità nazionale? Addestriamo gli equipaggi della Guardia Costiera libica a cui regaliamo vecchie motovedette poco e male armate ma poi li lasciamo soli ad affrontare i trafficanti? Schieriamo una decina di navi militari nel Canale di Sicilia più altrettante navi europee, con aerei, elicotteri, droni e satelliti al costo di centinaia di milioni di euro annui e ce lo devono riferire i libici che le navi delle Ong si danno appuntamento con i trafficanti per imbarcare gli immigrati clandestini?

Già perché al di là del linguaggio politicamente corretto che impone l’uso di termini “inclusivi” (e ricorda la “neolingua” del regime Orwelliano di 1984) si tratta proprio di clandestini come dimostra il fatto che gli oltre mille scafisti catturati dall’ottobre 2013 a oggi dalle flotte militari e poi consegnati alle autorità italiane (per la gran parte subito liberati tranne quelli accusati di aver provocato tragici naufragi) vengono tutti incriminati per “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Ciò significa che i loro clienti sono definibili “immigrati clandestini” almeno finchè non sbarcano in Italia e chiedono eventualmente asilo.

Meglio ricominciare a parlare chiaro su un tema tanto grave da destabilizzare la Ue e seminare il caos in Italia. Possibile che a Roma nessuno sappia niente dei rapporti trafficanti-Ong denunciati dai libici? Oppure ci si tappa occhi e orecchie per non compromettere il business delle lobbies del soccorso e di quelle dell’accoglienza: solo queste ultime si divideranno quest’anno circa 5 miliardi di euro, poco meno dei 6 miliardi che secondo le stime di Europol incassano annualmente i trafficanti in Libia.

Il presidente del consiglio Paolo Gentiloni e il ministro degli Interni, Marco Minniti, escano dall’ambiguità insita nell’affermazione “governare i flussi” per dirci chiaramente se hanno davvero la volontà di fermare un’immigrazione illegale inaccettabile per i suoi costi sociali, politici e legati alla sicurezza oppure se non ne hanno la volontà o la capacità a causa delle pressioni lobbistiche cui sono sottoposti. La differenza è sostanziale non solo per comprendere se l’Italia ha ancora un residuo di sovranità nazionale ma anche per renderci conto se l’attuale classe politica è in grado di risolvere problemi o si limita solo a ingigantirli per permettere a lobbies nazionali o straniere di trarne profitto. Aspetto non secondario, specie in vista di elezioni.

Se abbiamo ancora una sovranità cosa aspetta il governo a impedire l’accesso ai porti nazionali a tutte le navi straniere, civili e militari, che trasbordano migranti illegali? Un’azione motivata dalle ambiguità e reticenze di molte Ong, che peraltro hanno anche rifiutato in parte di fornire chiarimenti sul loro operato e i loro finanziatori davanti a una commissione parlamentare, ma giustificata anche dal diritto internazionale.

Di porti sicuri in cui sbarcare i “naufraghi” raccolti in mare, come stabilisce la Convenzione di Amburgo, ve ne sono diversi a Malta, in Tunisia e nella stessa Tripolitania libica, ben più vicini di quelli italiani, mentre le navi militari delle flotte europee sarebbero così costrette a sbarcare nei loro paesi di bandiera i migranti, come ha auspicato (ma dovrebbe ordinarlo) Minniti giorni fa. Certo una simile iniziativa farebbe venire meno la già scarsa solidarietà dell’Europa che ci ha concesso il “contentino” delle flotte di Frontex e Operazione Sophia a cui nessuno Stato membro parteciperebbe con proprie navi e dovesse farsi carico dei migranti illegali soccorsi in mare.

Poco male perché le flotte europee (come quelle italiane) finora non hanno fatto nulla per contrastare i trafficanti mentre sul piano concreto fermare i flussi migratori dalla Libia sarebbe possibile in pochi giorni, specie ora che la Guardia Costiera libica sembra combattere davvero i trafficanti. Basta affiancare le loro motovedette con le nostre potenti flotte per fermare i barconi e i gommoni appena salpati, riportando i migranti in territorio libico in aree attrezzate dove l’Onu, dopo tante chiacchiere, potrebbe finalmente istituire campi profughi da cui rimpatriare i migranti illegali. Sgombriamo il campo dagli equivoci: non stiamo effettuando nessun a missione umanitaria, non accogliamo popoli perseguitati o minacciati di genocidio (come yazidi e cristiani caldei massacrati dall’Isis) né popoli in fuga da regimi dispotici (come il migliaio di boat people vietnamiti che tre navi militari italiane raccolsero nel Pacifico nel 1979). Noi accogliamo solo chiunque abbia denaro per pagare lautamente trafficanti collusi col terrorismo jihadista, per oltre il 95% uomini cui non chiediamo neppure di dimostrare la propria reale identità. Respingimenti assistiti e coordinati farebbero cessare le morti in mare (e nel deserto libico) ma anche i flussi poiché nessuno pagherebbe e rischierebbe la vita sapendo che non potrà raggiungere le coste italiane e l’Europa.

Roma potrebbe chiedere anche la cooperazione di Tunisi (ci costerebbe meno di quanto spendiamo per l’accoglienza) che ha già campi dell’Onu per i migranti raccolti in mare e che nel 2011 permise il rimpatrio con un ponte aereo internazionale di un milione di lavoratori stranieri, asiatici e africani fuggiti dalla Libia durante la guerra contro Muammar Gheddafi. Quanto ai trafficanti l’intelligence delle missioni navali italiana (Mare Sicuro) ed europea (Operazione Sophia), guidate da ammiragli italiani, hanno raccolto tutte le informazioni necessarie per individuare e neutralizzare le reti criminali che gestiscono i flussi, in modo autonomo e in cooperazione con le eventuali autorità libiche.

Basterebbe poco, se ci fosse la volontà, anche a impedire ai trafficanti di rifornirsi di gommoni, comprati in Cina e diretti ai porti libici via Turchia e Malta. Un “commercio legittimo” che le flotte militari non sono autorizzate a contrastare ma che probabilmente potrebbe venire compromesso esercitando le giuste e reiterate pressioni sul governo maltese che non soccorre né accoglie immigrati ma lucra sul business dei gommoni. Insomma, è solo una questione di volontà e capacità politica. Se la priorità del governo italiano sono ancora gli interessi nazionali lo dimostri ora: in una settimana possiamo azzerare i flussi con gli stessi mezzi navali che abbiamo usato finora per arricchire i trafficanti e la lobby dell’accoglienza.


LA VOCE DELL’ISOLA – 19 aprile 2017

Migranti: in nome della solidarietà forti contrasti sociali

di Salvo Barbagallo

Continuano a chiamarla “emergenza migranti” l’ininterrotta affluenza di fuggitivi raccolti dalle navi di soccorso che ormai stazionano (quasi) in forma stabile davanti alle coste della Libia. Lo stesso pontefice ha sottolineato che Quelli che arrivano in Europa scappano dalla guerra o dalla fame. E noi siamo in qualche modo colpevoli perché sfruttiamo le loro terre ma non facciamo alcun tipo di investimento affinché loro possano trarne beneficio. Parole sagge e cristiane che, purtroppo, non vengono accolte nel loro profondo significato.

Giorni addietro scrivevamo su questo giornale “È opportuno che la diplomazia italiana compia tutti i passi possibili con tutte le varie sfaccettature che rappresentano la Libia di oggi, ma gli accordi non servono a nulla se il problema non viene risolto a monte. Nelle attuali condizioni a trarre vantaggio dalla “buona volontà” dell’Italia volta ad “aiutare” chi governa quel Paese (in un modo o in un altro), sono soltanto le diverse e contrapposte “parti” libiche. Che hanno (alla fine e forse) ben ragione di approfittare delle elargizione che vengono date in cambio di una firma (poco affidabile) tracciata su un foglio di carta (…). Ora, quando nel giro di tre giorni, sono stati salvati nel Mediterraneo, a poche miglia dalla Libia, 8.5oo esseri umani, il termine “emergenza” torna alla ribalta, ovviamente affiancato alle parole “dovere dell’accoglienza” e “solidarietà”, senza guardare, però, ai pesanti risvolti..

C’è un passaggio nel volume “Nuovi figli di Enea. Geopolitica delle migrazioni: Mediterraneo e Balcani” (in uscita per le edizioni “Vox Populi – Il Nodo di Gordio”) che dovrebbe far riflettere: (…) Una gestione dell’emigrazione basata esclusivamente su slanci emotivi, o ancor peggio su sensi di colpa indotti per varie ragioni, rischia di provocare effetti disastrosi non solo sulla popolazione italiana ma sugli stessi migranti che si vorrebbe aiutare. Occorre partire dai dati di realtà. Che sono sotto gli occhi di chiunque voglia vederli. In Italia il tasso di disoccupazione generale ed ufficiale supera l’11% (ma quello reale è superiore, perché basta un voucher all’anno per risultare “occupati”) e quello giovanile è intorno al 40%. Dunque diventa difficile spacciare le migrazioni come risposta alla mancanza di manodopera. Falsa, ormai, anche la giustificazione che i migranti accettano lavori che gli italiani rifiutano (…).

Per quanto concerne i migranti che vengono sbarcati nei porti della Sicilia e della Calabria, è la condizione in cui versa oggi la Libia che difficilmente può portare a una via d’uscita: servono a ben poco i patti e gli accordi siglati dal Governo italiano sia con il Governo di Fayez Al Sarraj (voluto e imposto dall’Onu e avallato anche dall’Italia), sia con i Capi delle Tribù libiche. La questione non potrà essere risolta fin quando non viene effettuato un concreto “controllo” in territorio libico dei profughi che in migliaia sulle spiagge restano in attesa di salire sui barconi gestiti dai trafficanti, che poi li abbandonano appena in vista delle navi soccorritrici. La Comunità internazionale (euro mediterranea) non si è mai mossa in questa direzione, creando delle specifiche “commissioni” in grado di analizzare la provenienza dei flussi dei fuggitivi, e in grado di “regolamentare” gli stessi flussi all’origine. C’è da chiedersi il “perché” non sia stata intrapresa nessuna iniziativa in questa direzione. Non si è avvertita (almeno sino ad ora) “la necessità di una disamina più articolata della situazione attuale e delle prospettive euro-mediterranee per districarsi nel ginepraio delle complesse dinamiche geopolitiche, economiche e sociali che si intessono tra le due sponde del Mare Nostrum“.

Il risultato? Maggiore affluenza ora che il bel tempo favorisce la “migrazione”, mentre nei centri d’accoglienza in Sicilia le condizioni di vita diventano inaccettabili.

 

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