Italia oggi: da nord a sud tra clientelismo e parentopoli

di Salvo Barbagallo

 

Per il ministro dell’Interno Angelino Alfano non sono giorni facili e la prospettiva di certo non appare rosea: tutti gli sono addosso. Tutti sono scandalizzati per un modo di procedere dei politici, in generale, consolidato da anni e anni, ma al ministro dell’Interno non si vuole perdonare nulla. Il ministro si difende e afferma che il fango che sta scaturendo dall’inchiesta “Labirinto” della Procura di Roma non riguarda lui, bensì terze e quarte persone che parlano di me”, ma poi le indagini vanno al contrario delle parole. Per i mass media in tempo d’estate è l’argomento principe, e non potrebbe essere diversamente, passato il momento di sgomento, di attenzione e di commozione per la strage degli italiani in Bangladesh: ora può andarci di mezzo la tenuta del Governo nazionale, e la questione non può essere di certo presa sotto gamba.

Scrive Adalberto Signore sul quotidiano online Il Giornale: “Intorno al governo si stanno infatti addensando nubi troppo tossiche. Così letali che perfino il premier è costretto a schierare il catenaccio e buttare la palla in tribuna. Insomma, se solo un anno e mezzo fa l’inchiesta sulle grandi opere spinse il leader del Pd a chiedere e ottenere le dimissioni di Maurizio Lupi da ministro delle Infrastrutture, oggi Renzi non vorrebbe mettere in discussione la permanenza al governo di Angelino Alfano. Non tanto per il peso intrinseco di un ministero come quello degli Interni, quanto perché il quadro politico adesso è così instabile che anche il più piccolo degli smottamenti va accuratamente evitato (…)”.

Sull’agenzia Ansa si legge la difesa di Alfano per il padre “accusato” di avere presentato decine di curricula: “Oggi la barbarie illegale arriva a farmi scoprire, dalle intercettazioni tra due segretarie, che un uomo di ottant’anni, il cui fisico è da tempo fiaccato da una malattia neurodegenerativa che non lo rende pienamente autosufficiente avrebbe fatto ‘pressioni’ presso le Poste per non so quale fantastiliardo di segnalazioni (…)”.

La vicenda giudiziaria andrà avanti e metterà sicuramente in luce i possibili lati oscuri della situazione, ma intanto nei guai si ritrova lo stesso premier Matteo Renzi che vede per il suo ministro dell’Interno pressanti richieste di dimissioni. Ma come scrive ancora Adalberto Signore “oggi Renzi non vorrebbe mettere in discussione la permanenza al governo di Angelino Alfano. Non tanto per il peso intrinseco di un ministero come quello degli Interni, quanto perché il quadro politico adesso è così instabile che anche il più piccolo degli smottamenti va accuratamente evitato. L’effetto slavina, infatti, è dietro l’angolo. Così – anche se Renzi avrebbe fatto presente ad Alfano che è «incredibile» che un ministro dell’Interno scopra di un suo coinvolgimento in un’inchiesta del genere dai giornali – un suo passo indietro lo si chiederà solo nel caso in cui la situazione diventi ingestibile, magari proprio per lo stillicidio di notizie sui media”.

Probabilmente la tempesta si esaurirà alla prima notizia di un nuovo evento più importante che monopolizzerà i mass media e la questione, se non sarà dimenticata, passerà in secondo piano. Angelino Alfano e Matteo Renzi devono solo “resistere” all’impatto dei primi giorni. Il modus operandi dell’attuale politica non cambierà.

Noi rimandiamo a un nostro articolo pubblicato diversi mesi addietro. L’unica aggiunta? Forse quella che al “clientelismo” bisogna aggiungere la “parentopoli”.

Politica in crisi? Il “sistema Sicilia” regge e si esporta

15 marzo 2016

di Salvo Barbagallo

Se si dovesse andare a votare domani, il risultato della consultazione (prevedibilissimo) sarebbe l’assoluta vittoria dell’assenteismo. I politici conoscono la situazione e a loro sta bene in questo modo: meno votanti, più controllo (e indirizzo) da parte dell’apparato delle segreterie. La dissoluzione dei partiti di riferimento in campo nazionale, dalla sinistra alla destra, è sotto gli occhi di tutti: quanto è accaduto dall’avvento/fenomeno “Renzi” nel PD è la cartina di tornasole di una condizione di disagio (e “disagio” è dir poco) che si trascina da anni e anni, e che precede, da parte di chi dimostra di possedere un potere concreto, un controllo totale di ciò che rimane. Non si tratta di una questione di voler mettere il “nuovo” al posto del “vecchio”, ma di sovvertire ciò che è noto con quello che non si conosce, tenendo nel debito conto che chi riesce ad operare ha “naturalmente” qualche entità (non astratta) in grado di coprire opportunamente qualsiasi mossa, in qualsiasi direzione. A nostro avviso (ma, come ci piace ripetere, potremmo essere in errore) questo è il caso del premier Matteo Renzi che, come ha affermato Bersani, “governa” con i suoi voti. Che si chiami “Partito della Nazione” o in altro modo, quel che si presenterà alle scadenze elettorali nazionali, sarà comunque il “Partito di Renzi”, all’interno del quale ci starà tutto e ci starà la “maggioranza” di chi andrà a votare. Con questa ottica la “politica” non è in crisi, ma semplicemente “accentrata”, e lo sarà tangibilmente nei prossimi anni.

Quanto accade nel Continente influisce poco sulla Sicilia, che ha un “sistema” tutto suo, consolidato nel tempo. Al di là delle apparenti diatribe e dei non apparenti traslochi da una sigla “partitica” all’altra, per i politici di casa nostra (almeno quelli che “contano”) che sul territorio al di là dello Stretto e risalendo sempre più su, al nord, ci siano lotte spietate, tutto fa brodo: c’è sempre meno controllo per quanto si verifica all’estrema periferia insulare. Non solo: quei contrasti, quegli scontri quotidiani fra una fazione e l’altra, accrescono il potere e la capacità contrattuale dei professionisti e dei mestieranti della politica siciliana. I voti che provengono dalla Sicilia sono indispensabili sul piano nazionale, anche se subiscono progressiva riduzione per un’affluenza disertata delle urne.

Il “sistema Sicilia”, basato sull’efficienza delle segreterie, gioca (come ha costantemente fatto) sul forsennato e pilotato clientelismo, provocato dalle pressanti necessità che la collettività ha. Un posto di lavoro viene “concesso” solo quando chi è nelle condizioni di darlo, ne abbia una ricaduta di “consenso” accertabile e accertata. Qualsiasi emergenza torna utile ai professionisti e mestieranti della politica, che traggono il loro “potere” dalla poltrona che occupano, dal ruolo pubblico che ricoprono. Il serbatoio dal quale attingono linfa è costituito dagli enti pubblici e alla possibilità di collocarvi all’interno persone affidabili, pronte a dare un contraccambio. D’altra parte, c’è da ricordare che questo “sistema” è stato adottato pienamente dallo stesso premier Matteo Renzi che ha sistemato entità umane di sua fiducia nei posti chiave dell’apparato nazionale pubblico (e anche privato). La Sicilia insegna: ha dato un’impronta scudo-crociata al futuro, riuscendo a mutare lo stesso PD nazionale (per non parlare di quello siciliano). Il PD è la nuova “balena bianca” come ritiene l’ex presidente della Regione Siciliana Totò Cuffaro? Le etichette non servono a nulla, le definizioni possono essere utili soltanto se si cerca di capire quanto e cosa abbiano prodotto gli anni trascorsi in tema di “politica”.

Cosa attende gli italiani e i Siciliani? Niente di diverso di quanto hanno conosciuto e conoscono. Possono cambiare solo i volti, ma la “minestra” che viene servita è sempre la stessa.

 

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