Dopo la Gran Bretagna, Sicilia-Exit dall’Italia? Troppo bello per capirlo?

di Salvo Barbagallo

 

Troppe riflessioni e considerazioni scaturiscono dal voto referendario della Gran Bretagna e dalla decisione popolare dell’uscita (Brexit) del Paese dall’Unione Europea. Senza andare ad approfondire, diciamo subito (a nostro avviso) che questo risultato “inaspettato” è il frutto della politica che gli USA hanno condotto negli ultimi anni verso il Vecchio Continente, tendente a “cancellare” le singole identità nazionali per favorire solo apparentemente un’Europa omogenea ma nella realtà “sottomessa” o da “sottomettere” sotto tutti i punti di vista. L’Europa di oggi non è quella che si prefiggevano i Padri fondatori, ma l’assemblamento di entità territoriali tenute insieme da interessi particolaristici e non complessivi. Lo scatto, definito d’orgoglio, della Gran Bretagna è la dimostrazione che il “sistema” “Unione” è stato logorato da tempo da conflittualità la cui origine dovrebbe essere ricercata nelle spinte contrastanti esistenti e nella mancanza di un vero “programma” condiviso da tutti i Paesi dell’UE. Ecco perché esultano gli euroscettici di mezza Europa per il risultato del referendum britannico, ed ecco perché già Francia e Olanda parlano di “Frexit” e “Nexit”, e Scozia e Nord Irlanda di “indipendenza” e la Catalogna esulta sperando un’uscita dalla Spagna nelle imminenti elezioni.

Questo è quanto viene da pensare “a caldo” senza andare a scavare più a fondo.

Un altro elemento da tenere sul tappeto sarebbe quello dello stato di salute dei singoli Paesi dell’UE: molti appaiono “spaccati”. È il risultato delle politiche dissennate dei vari premier nei confronti delle collettività che rappresentano. Come nel “Caso Italia” dove ad ogni competizione elettorale metà degli aventi diritti al voto non si presenta alle urne. Questo è uno dei motivi per cui ora Matteo Renzi si preoccupa del Referendum sul quale ha puntato il suo futuro e quello del suo governo.

Pensate a immaginare se, in questo momento storico, la Sicilia avesse quello stesso scatto d’orgoglio che caratterizzò i primi Anni Quaranta quando, a viva forza, i Siciliani si battevano per avere l’Indipendenza. Scatto d’orgoglio che venne soffocato nel sangue e con la concessione alla Sicilia di una Autonomia Speciale prima ancora che nascesse la Repubblica Italiana. Sicilia Regione a Statuto Speciale? Certo, uno Statuto mai applicato  per “compromessi occulti”, e ora seppellito dal governo Crocetta. Ebbene, oggi una “Exit” della Sicilia dall’Italia e dall’Europa, cosa comporterebbe? Una proposta simile potrebbe essere considerata folle, ma solo perché nessun politico, nessun responsabile della Cosa pubblica, nessun rappresentante della collettività ha mai posto in evidenza gli elementi che hanno determinato il mancato sviluppo della Sicilia, non ha mai fatto rimarcare che la Sicilia è un territorio occupato militarmente da forze straniere (quelle degli USA) alleate a un’Italia in condizioni di sudditanza. Un’Exit della Sicilia dall’Italia e dall’UE provocherebbe un terremoto mille e mille volte superiore a quello che la Gran Bretagna ha causato ieri con il suo “scatto d’orgoglio”, ponendo un punto fermo ad un futuro che per i britannici si presentava già incerto. Ma la Sicilia il suo scatto d’orgoglio l’ha messo in naftalina, fra gli abiti considerati fuori moda.

Quel che accadrà da domani in poi sarà tutto da scoprire e ci sarà sicuramente tempo e modo per guardare con chiarezza la nuova situazione venutasi a creare. Forse la prospettiva che apparirà sarà compresa solo dalle ultime generazioni che domani, probabilmente, riusciranno a mettere da parte (magari senza forzate “rottamazioni”) quanti si sono compromessi nel passato e nel presente.

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