Libia/Sicilia, tsunami profughi

di Salvo Barbagallo

 

Fayez al Serraj
Fayez al Serraj

Mentre l’attenzione (a volte morbosa) si accentra nuovamente sul superattico di Bertone e dopo che il Vaticano ha confermato l’apertura dell’indagine per i finanziamenti della ristrutturazione dell’appartamento dell’ex Segretario di Stato Vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone, (in un certo senso) è stata messa la sordina a quel “qualcosa” che è in forte ebollizione in Libia, dopo l’arrivo a Tripoli del capo del Consiglio presidenziale Fayez al Serraj. Poche le notizie in “tempo reale” che giungono, come avviene normalmente alla vigilia eventi importanti, di quel “qualcosa” ancora incerto che potrebbe cambiare l’immediato futuro di quel Paese e (inevitabilmente) di tutti i territori vicini. Sicilia compresa.

Scontri a Tripoli
Scontri a Tripoli

Le informazioni (almeno per quanto ci concerne) sono ferme  alle prime battute di Fayez al Serraj: il Consiglio presidenziale libico ha “assunto i pieni poteri a Tripoli”. Appena insediato, al Serraj ha lanciato un appello per combattere l’Isis: Unificare gli sforzi dei libici per contrastare Daesh. Ma a Tripoli, in contrapposizione, c’è anche il leader islamista Khalifa Ghwell, che ha proclamato lo stato di emergenza, dichiarando: Al Sarraj ha due opzioni: consegnarsi alle autorità o tornare a Tunisi, è pienamente responsabile del suo ingresso illegale. L’unità nazionale della Libia appare lontana, a prescindere da come la pensa l’ONU e i Paesi pronti a dare il loro apporto al governo riconosciuto dallo stesso ONU. Le prime ore di al Serraj hanno visto le milizia del capo misuratino ribelle Salah Badi attaccare le milizie di Misurata fedeli al neo-premier. Sono andati contro i soldati che proteggono la base navale dove si trova la sede provvisoria del governo Serraj, hanno bloccato la strada dall’aeroporto di Mitiga verso il centro e occupato l’ex piazza Verde di Gheddafi. Come inizio “unitario” non c’è male. Il seguito? Ancora non noto pubblicamente. Ciò che è noto, invece, è che in Libia sono attive tre compagini governative: due con sede a Tobruk e Tripoli non ufficialmente riconosciute dall’Onu come legittime rappresentanti del popolo libico, più il governo guidato da al Serraj che invece gode del sostegno delle Nazioni Unite ma che fino a quando non è arrivato a Tripoli si riuniva a Tunisi. A Tobruk non riconoscono il premier. Non c’è male.

Altre cose note: se Fayez al Serraj ne farà richiesta “formale” alla comunità internazionale, è pronto (operativo in 30/60 giorni) il dispiegamento su territorio libico del «Liam», il Libya International Assistance Mission, previsto dalle Nazioni Unite. Trenta Paesi (Usa, europei, arabi) sono pronti a inviare propri addestratori per ricostruire le forze armate e di polizia della Libia, e fungere da presidio di alcune infrastrutture strategiche. Inoltre il governo libico riconosciuto potrebbe chiedere a governi amici – quello degli Usa, della Francia, della Gran Bretagna, dell’Italia – di aiutarli nel conflitto contro i terroristi jihadisti con  raid aerei o con l’intervento di truppe speciali.

ProfughiA fronte di questa situazione “fluida” il problema dei profughi che già si trovano sul territorio libico (calcolati in 450 mila) in “attesa” di trovare la via di fuga (cioè imbarcarsi) attraversando il Mediterraneo per raggiungere l’Europa. Un flusso che in questa primavera/estate potrà considerarsi un vero tsunami che si riverserà sulle coste siciliane. La domanda: la Sicilia avrà la capacità di accoglienza indispensabile per le necessità che si porranno? Necessità, d’altra parte, facilmente prevedibili…. Basterebbe chiedere come sono stati accolti gli oltre tremilasettecento profughi sbarcati in Sicilia negli ultimi tre mesi per avere consapevolezza di come potranno essere accolti in trecentomila e più.

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