Italia armata nel cuore dell’Isis

di Salvo Barbagallo

Sono trascorsi pochi giorni da quando il premier Matteo Renzi, nel corso del “MED 2015 – Mediterranean Dialogues” (conferenza internazionale con tematica la Libia, promossa dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e dal segretario di Stato Usa John Kerry) ha espresso chiaramente il suo pensiero: “Il Mediterraneo è un’area straordinaria che può aiutare a costruire un nuovo ordine e una nuova idea di prosperità tra i popoli. Non c’è alternativa alla cooperazione di tutti i popoli del Mediterraneo e del Medio Oriente e di tutte le fedi religiose e le estrazioni culturali”.

soldPochi giorni trascorsi ed ecco un altro pronunciamento: 450/500 militari italiani andranno in Iraq, a difesa della diga di Mosul. Un annuncio, ovviamente, fatto in televisione, durante la trasmissione di Bruno Vespa “Porta a Porta”, in perfetto stile “Leopolda”, tralasciando di evidenziare che la diga di Mosul è in zona di guerra, a pochi chilometri dalla roccaforte irachena dell’Isis. Una decisione, ovviamente, non presa su due piedi, ma perfettamente rispondente alle sollecitazioni made in USA del presidente Obama. Sorpresi dell’annuncio anche al ministero della Difesa che – come ha potuto appurare Il Fatto Quotidiano – la decisione doveva essere resa pubblica più avanti, una volta definiti i dettagli operativi. Roberta Pinotti, ministro della Difesa, a sua volta ha tenuto subito a precisare che i militari italiani “non andranno a combattere” ma solo “a proteggere il lavoro dell’impresa italiana che compirà il lavori sulla diga…”.

Sul quotidiano Il Giornale di ieri (17 dicembre) Gian Micalessin ha scritto: l’invio di 450 nostri militari, annunciato da Renzi a Porta a Porta, ha poco a spartire con la strategia militare o la politica internazionale. L’iniziativa è la conseguenza del successo della Trevi di Cesena, ditta vincitrice di una gara lanciata dal «Corpo del Genio dei Marines» per il consolidamento della diga di Mosul compromessa da gravi problemi strutturali. Caduta nelle mani dell’Isis nell’estate 2014 e riconquistata dai curdi, la diga rischia di trasformarsi, come sottolinea l’appalto, in una «autentica arma di distruzione di massa». I lavori sono fondamentali per evitare un cedimento delle fondamenta che, oltre a spazzare via Mosul e mezzo milione di persone, sommergerebbe Baghdad. In questo contesto l’accesso della Trevi alla gara d’appalto è stato «facilitato» dalla presenza nel Nord Irak dei militari italiani già impegnati nell’addestramento delle milizie curde. Spacciare l’invio di 450 militari incaricati di proteggere una commessa come la concretizzazione di un disegno politico strategico è azzardato. E varrebbe forse la pena chiedersi se sia legittimo utilizzare i nostri militari alla stregua di «contractor» mandandoli a rischiare, non in base ad un disegno concordato con gli alleati, ma per difendere una gara d’appalto da 500 milioni di dollari…

Matteo RenziVale la pena ricordare che Il Fatto Quotidiano e Il Giornale fanno parte di quella (limitata?) schiera di quotidiani non graditi al premier Matteo Renzi e posti quasi quasi all’indice. Il perché è evidente: non essere “allineati” e non prendere ordini di scuderia, equivale a una disobbedienza civile per chi è abituato a non essere contrariato. Dunque non c’è motivo di stupirsi se i soldati italiani vanno in Irak a difendere gli interessi dell’Italia (?), così come non c’è da stupirsi se soldati (scusate, marines…) statunitensi risiedono da anni in Italia e, soprattutto, in Sicilia a difesa degli interessi (?) italiani.

E’ passato tanto, tanto tempo da quando Giorgio Napolitano pronunciava alla Camera dei deputati (il 15 novembre del 1955) queste frasi Onorevoli colleghi, abbiamo voluto intrattenervi su queste questioni per richiamare alla vostra attenzione delle gravi realtà che esistono nel nostro Paese, frutto della politica atlantica e di una anticipata, illegale applicazione della Convenzione di Londra e del Protocollo di Parigi. Le situazioni che si sono negli anni scorsi create a Napoli, a Livorno e nel Veneto con l’insediamento di basi e di forze straniere, non trovano più alcuna giustificazione nell’attuale fase dei rapporti internazionali, nella quale non troverebbe ugualmente alcuna giustificazione la, ratifica della Convenzione di Londra e del Protocollo di Parigi. Con il nostro voto contrario alla ratifica degli strumenti che ci sono stati sottoposti, noi siamo certi di rappresentare i sentimenti e le aspirazioni del popolo di Napoli, di Livorno e del Veneto, che vuol essere liberato dai pesi e dai pericoli della occupazione americana, i sentimenti e le aspirazioni di tutto il popolo italiano che non vuol veder ribaditi e aggravati – da atti come la Convenzione di Londra e il Protocollo di Parigi – gli oneri e i vincoli di una politica di oltranzismo atlantico e di riarmo, nel momento stesso in cui possibilità nuove di distensione e di pace maturano, anche se fra inevitabili contrasti e difficoltà, all’orizzonte internazionale…

Nell’anno in cui Giorgio Napolitano pronunciava questo intervento, in Sicilia iniziavano i lavori per la base della Naval Air Station di Sigonella. Lavori che poi si sono allargati in tutto il territorio dell’Isola con molte altre installazioni. Il contraccambio? I Siciliani non lo hanno mai visto…

 

 

Camera dei Deputati 10 novembre 1955

Dagli atti della discussione svoltasi il 10 novembre 1955 presso la Camera dei Deputati, pagg. 22050-22051 in merito a S. 679: ratifica ed esecuzione del Protocollo sullo statuto dei Quartieri generali militari internazionali creati in virtù del Trattato Nord Atlantico, firmato a Parigi il 28 agosto 1952 (A.C. 1445); S. 678: ratifica ed esecuzione della Convenzione tra gli Stati partecipanti al Trattato Nord Atlantico sullo statuto delle loro Forze armate, firmata a Londra il 19 giugno 1951 (A.C. 1446

“Onorevoli colleghi, applicare la Convenzione di Londra ed il Protocollo di Parigi con le deroghe che essi prevedono al nostro ordinamento giuridico, fiscale, doganale, senza che fossero stati approvati dal Parlamento, è stata una grave illegalità.

Ma assurdo è poi che si esegua la Convenzione, anche se non ratificata, nelle disposizioni che interessano e avvantaggiano le forze straniere, e non la si esegua solo nelle disposizioni che in qualche modo difendono gli interessi e garantiscono i diritti del nostro Paese.
Questo è quanto è accaduto, e ne abbiamo avuto conferma dall’onorevole Vedovato, che ha lamentato che la mancata ratifica della Convenzione e del Protocollo abbia causato danni finanziari al nostro Paese, perché ci ha impedito di ottenere certi indennizzi. Dunque, quando si trattava di ottenere indennizzi, ci0é della tutela di un nostro diritto in base alla Convenzione, vi ostava il fatto che la Convenzione non era stata ratificata dal Parlamento; quando si trattava di fare entrare in franchigia delle automobili o delle merci a tutto vantaggio degli Americani, allora non aveva alcuna importanza che la Convenzione non fosse stata discussa e ratificata dal nostro Parlamento.

Ma la illegalità che forse ha maggiormente colpito l’opinione pubblica napoletana è stata quella compiuta dalle forze straniere di stanza a Napoli, in violazione di un nostro diritto, nel caso del complesso di edifici costruito a Bagnoli dalla fondazione del Banco di Napoli. Il Banco di Napoli aveva costruito anni addietro un grosso complesso che doveva servire da asilo per l’infanzia povera e abbandonata di Napoli: 374 mila metri cubi, 400 mila metri quadrati di superficie, 77 mila metri quadrati di piazzali e di viali. Questi sono i dati, e credo che sia veramente il caso di definire imponente un tale complesso di opere, che avrebbe potuto accogliere ed assistere ben 4 mila bambini napoletani e, in un secondo momento, attraverso modeste estensioni, 7 mila bambini.

Subito dopo la guerra questo complesso di edifici fu occupato dagli Alleati, i quali ne fecero un ricovero per profughi dell’I.R.O. Ebbene, quando, a seguito di una lunga campagna di stampa e di opinione pubblica, sembrava finalmente che questi edifici potessero ritornare alla loro naturale destinazione e che la fondazione del Banco di Napoli potesse iniziare la propria opera di assistenza all’infanzia napoletana, ecco che questo complesso di edifici viene dato in affitto al comando delle forze atlantiche del sud Europa a Napoli, violandosi in questo modo le norme del codice civile che, agli articoli 25 e 28, stabilisce che non si possa disporre dei beni di una fondazione per uno scopo diverso da quello cui essi erano stati destinati.

Né questa illegalità, che è stata anche e soprattutto una cattiva azione contro l’infanzia napoletana, contro i bambini poveri di Napoli, può essere cancellata dal fatto che si ricavi un affitto di 300 milioni annui, tanto più che non si è avuta alcuna documentata assicurazione che essi (se pure sono regolarmente pagati) siano stati devoluti all’assistenza dei bambini di Napoli. Invece, da parte governativa, in risposta all’onorevole  Maglietta, è stato confermato che una certa somma è stata, anch’essa illegalmente, attribuita ad un ordine religioso, ai salesiani, per proprie attività di assistenza all’infanzia.
Onorevoli colleghi, abbiamo voluto intrattenervi su queste questioni per richiamare alla vostra attenzione delle gravi realtà che esistono nel nostro Paese, frutto della politica atlantica e di una anticipata, illegale applicazione della Convenzione di Londra e del Protocollo di Parigi. Le situazioni che si sono negli anni scorsi create a Napoli, a Livorno e nel Veneto con l’insediamento di basi e di forze straniere, non trovano più alcuna giustificazione nell’attuale fase dei rapporti internazionali, nella quale non troverebbe ugualmente alcuna giustificazione la, ratifica della Convenzione di Londra e del Protocollo di Parigi.

Con il nostro voto contrario alla ratifica degli strumenti che ci sono stati sottoposti, noi siamo certi di rappresentare i sentimenti e le aspirazioni del popolo di Napoli, di Livorno e del Veneto, che vuol essere liberato dai pesi e dai pericoli della occupazione americana, i sentimenti e le aspirazioni di tutto il popolo italiano che non vuol veder ribaditi e aggravati – da atti come la Convenzione di Londra e il Protocollo di Parigi – gli oneri e i vincoli di una politica di oltranzismo atlantico e di riarmo, nel momento stesso in cui possibilità nuove di distensione e di pace maturano, anche se fra inevitabili contrasti e difficoltà, all’orizzonte internazionale. (Applausi a sinistra – Congratulazioni)

Giorgio Napolitano

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