Italia pacifica, affaroni e armi…

AW-129, ultima variante del A129 Mangusta (Mongoose), .E' costruito dalla Finmeccanica.
AW-129, ultima variante del A129 Mangusta (Mongoose), .E’ costruito dalla Finmeccanica.

Di Salvo Barbagallo

Ci preoccupiamo dei migranti e cerchiamo di accoglierli nel miglior dei modi (magari in hotel di lusso e in ville, oltre i centri di accoglienza ormai saturi), e poi, magari, ipotizziamo di farli lavorare gratis: una delle tante contraddizioni che il nostro Paese vive grazie (anche se non soprattutto) a chi ci governa.

Ci preoccupiamo della pericolosa invadenza del Califatto jihadista e del terrorismo ben armati quasi alle nostre frontiere; mandiamo i nostri militari in tanti territori “caldi” dove ci sparano a vista, ma non ci chiediamo se quelle armi puntate contro noi siano “made in Italy”: un’altra contraddizione (?) che il nostro Paese vive grazie (anche, se non soprattutto) a chi ci governa.

Pacifisti come ci autodefiniamo, la questione dei migranti rientra nella fattispecie, salvo a ricordarci che c’è stato (e forse c’è ancora) chi sui migranti specula e ci guadagna. Ma per le armi che, paradossalmente, potrebbero essere usate contro noi, per quelle armi che le nostre industrie belliche producono, quale spiegazione possono darci quanti si professano “pacifisti” e gli stessi  “nostri” governanti?

Leggiamo su “Il Fatto Quotidiano” un servizio (a firma Enrico Piovesana) sulla relazione depositata in Parlamento consegnata il 30 marzo scorso dal Sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio dei ministri alle cinque Commissioni permanenti di Camera e Senato che riguarda l’industria delle armi in Italia. Apprendiamo che è in notevole aumento la produzione italiana di armi per l’esportazione e che nel 2014 il valore globale delle licenze di esportazione è tornato a salire superando quello del 2013., ma, cosa maggiormente delicata, è che le armi italiane vanno a finire là dove non dovrebbero. L’esempio più evidente: i caccia militari sauditi, compresi gli Eurofighter acquistati da Finmeccanica, continuano a bombardare lo Yemen. E sono affiancanti nell’offensiva delle forze aeree di Emirati Arabi, Egitto, Bahrein, Giordania, Qatar e Kuwait, anche questi clienti dellindustria bellica italiana. In Yemen – sottolinea “Il fatto Quotidiano” – vengono colpiti non solo obiettivi militari dei ribelli sciiti ma anche quartieri residenziali, campi profughi, strade, ponti, mercati, mezzi pubblici, benzinai, fabbriche, uffici postali, e perfino scuole, ospedali e magazzini delle organizzazioni internazionali.

Giusta l’annotazione: “Nessuno batte ciglio”! E ciò nonostante che l’Organizzazione Mondiale della Sanità, abbia denunciato che solo nelle prime tre settimane di bombardamenti (25 marzo-15 aprile) sia stata provocata la morte di almeno 650 civili – tra cui 150 bambini – oltre a 2.200 feriti e 150mila sfollati. Altre centinaia di civili sono morti nelle ultime settimane: 58 solo il 1° maggio nel bombardamento dell’ospedale Raheda nei pressi della città di Taiz.

Per l’Italia Riyad si conferma il primo cliente extra-Nato, anche se la legge 185/90 impedisce di esportare armamenti verso Paesi in guerra. Tra i principali compratori di armi italiane, tutti gli altri Paesi arabi attualmente belligeranti in Yemen, destinatari di enormi forniture militari. Secondo la relazione governativa consegnata il 30 marzo a Camera e Senato, nel 2014 il Ministero degli Esteri ha autorizzato esportazioni militari verso l’Arabia Saudita per un valore di 300 milioni di euro, analogo il valore dell’export verso gli Emirati Arabi Uniti, con l’Egitto (32 milioni), il Bahrein (25 milioni), la Giordania (11 milioni), il Qatar (1,6 milioni) e il Kuwait (0,4 milioni).

Parliamo di armi: ben piazzati blindati, armi a microonde, bombe, missili, armi pesanti, leggere e munizioni, velivoli. Tutta merce di prima scelta e qualità: l’Italia che scende in piazza in nome della “pace” probabilmente ignora questi dati, il Governo indubbiamente ne è al corrente. Ma nessuno può obbiettare: la produzione bellica significa “lavoro”, e questo comparto “produttivo” non è mai in perdita. Se poi questa “produzione”, alla fine, produce anche morte, a chi importa? Non certo alle Banche che gestiscono le transazioni finanziarie tra i governi: dalla Deutsche Bank con il 32% delle operazioni (832 milioni), seguita da Bnp Paribas con il 13%  (328 milioni) e Barklays con il 10% (269 milioni)., alla BNL (6,6%, 172 milioni), all’Unicredit (5,3%, 138 milioni), al Banco di Brescia (4,4%,  114 milioni), UBI Banca (3,3%, 85 milioni), Intesa San Paolo (1,9%, 50 milioni), Banca Valsabbina (1,5%, 40 milioni), Banca Etruria (1,5%, 40 milioni), Carispezia (34 milioni), BP Emilia Romagna (33 milioni), CR Parma e Piacenza (11 milioni), Carige (8 milioni) e altre con operazioni per importi minori (BCC Cernusco, BP Spoleto, Banca delle Marche, BPM, BP Friuladria, Banca della Versilia e Lunigiana).

Insomma, da questo business ci guadagnano in tanti, perché il premier Matteo Renzi dovrebbe preoccuparsi?

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