Con il marchio infamante “mafia” la Sicilia poteva arricchirsi

mafiaDi Salvo Barbagallo

 

E se la Sicilia avesse preso il copyright sulla parola “mafia” quanti miliardi avrebbe incassato negli ultimi 100 anni per l’uso di questo termine che viene fatto in tutte le parti del mondo ad ogni azione criminale che si consuma? Sicuramente tanti miliardi (e senza limiti di tempo) da non avere bisogno di “assistenza” economica da parte dello Stato italiano o dall’Unione Europea. Altrettanto sicuramente la Sicilia sarebbe stata nelle condizioni di abolire ogni tipo di tassa  che grava sulla collettività isolana e farla vivere più serenamente. Un vero peccato che nessuno abbia mai pensato di depositare “legalmente” questo “marchio” per trarne beneficio e non solo danno come accade normalmente.

Antonino Infranca in Ricerca e sviluppo, nella rubricaParole a Passeggio: Mafia” ci offre un simpatico quadro della realtà: “Con la parola “spaghetti” gli italiani sono conosciuti negli USA. Gli spaghetti così come la pizza sono, in realtà, stati inventati dai cinesi. Ci rimane “mamma”. Ma in realtà la parola italiana più conosciuta nel mondo non è “ciao” e nemmeno “spaghetti”, “pizza” o “mamma”, infatti se provate a chiederli a un cinese o a un arabo non le conoscerà. La parola italiana più usata nelle lingue straniere, in quasi tutte le lingue straniere, è di origine araba ed è mafia. Anche cinesi e arabi la conoscono. Un mio amico toscano mi racconta ancora che un giorno, viaggiando tra i Masai del Kenia, al momento di dichiarare di essere italiano, si sentì chiedere: “Mafioso?”. Quei Masai erano impazienti di vederne uno, lui si arrabbiò tantissimo. La stessa cosa gli accadde tra i Turkana in Etiopia. Non c’è da esserne orgogliosi.”.

Cosa significa “mafia”? Continua Antonino Infranca: “Il Vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli riporta, come origine etimologica la parola araba mahjas che significa “millanteria”. E con lo Zingarelli è d’accordo il Devoto-Oli. D’accordo si dichiara anche il D’Anna, ma con qualche riserva. E forse ha ragione ad avere qualche dubbio. Riporto altre due possibili origini etimologiche dall’arabo: da Ma afir, che era la stirpe nobiliare araba che occupò Palermo, e da mu afah, dove mu significa “integrità”, “forza”, “prosperità” e afah “proteggere” o “assicurare”.

Altri dizionari? Il Sabatini Coletti definisce la parola “Mafia” come il segno di riconoscimento impresso in modo indelebile su animali per indicarne l’appartenenza, la razza, la provenienza ecc., e come emblema o denominazione destinati a distinguere le merci o altri prodotti di una data impresa, o sinonimo di marchio di fabbrica, registrato, depositato, tutelato dalla legge per evitare imitazioni o contraffazioni.

Sappiamo tutti cos’è la “mafia”, al di là delle definizioni che ne danno i dizionari, e tutti (più o meno) siamo consapevoli che è un marchio infamante. Ciò che riteniamo negativo e non giusto è il fatto che ad ogni azione criminale che si verifica in qualsiasi parte del mondo, ovviamente non solo in Italia, si affibbia la parola “mafia”. A prescindere che i protagonisti del crimine possano essere cinesi, africani, norvegesi o di qualsiasi altro Paese, e il termine “mafia” conduce subito ad accostarlo – a u t o m a t i c a m e n t e – alla Sicilia e ai Siciliani. Riteniamo che ciò non sia giusto, leale e corretto, ma i mass media probabilmente non se ne rendono conto e non si accorgono del danno che procurano ad una popolazione che, suo malgrado, subisce il “marchio infamante”.

Accade continuamente e non c’è possibilità di “redenzione” o di “assoluzione”, nell’immaginario collettivo. Si è verificato in Italia recentemente con lo “scandalo” romano: “Mafia Capitale”, “La mafia di Roma”, “Stipendiati dalla cupola” (ecco, “cupola”, un altro termine che riconduce alla Sicilia!), eccetera. Che poi i protagonisti siano politici di partiti onorati e che siano di altre regioni, quell’immaginario collettivo, motore di tutte le opinioni, identifica nel “marchio” quell’operato delinquenziale.

Poca possibilità di scampo: si tratta di una “cultura” ormai profondamente radicata ovunque in Italia e nel resto del mondo: il “marchio” anche se non impresso a fuoco sulla pelle, per i Siciliani – sempre in quell’immaginario collettivo – è destinato a rimanere.

Così è, se vi pare…

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