La crisi economica e finanziaria nella zona Euro

La crisi che vive l’economia mondiale è una conseguenza dei metodi di produzione ed espansione del sistema capitalista. E’, inoltre, di carattere strutturale e non solamente finanziaria come si pretende di dimostrare. Include anche altre crisi, come quella energetica, quella alimentare e quella climatica. La situazione attuale mette in pericolo l’umanità, ragion per cui le popolazioni devono attivarsi rapidamente.

          La situazione finanziaria attuale è il riflesso di un modello economico in cui la maniera migliore per accumulare profitti è speculare finanziariamente piuttosto che produrre beni reali. Ciò dura fino a che la bolla speculativa non esplode, come è successo anche in questa occasione. Questa infatti non è una delle crisi cicliche del capitalismo; anche se quella attuale è molto più profonda: oltre all’inevitabile sovrapproduzione che ha in sé il capitalismo, questa crisi globale significa l’esplosione di un modello economico che ha arrestato la produzione, generando disoccupazione e aumentando la povertà.

Già in crisi speculative precedenti i grandi gruppi economici e le banche avevano trovato nuovi campi di speculazione per continuare a fare grandi affari. La crisi di oggi già iniziava a preannunciarsi da anni e nemmeno le guerre sono riuscite ad evitarla. Le soluzioni errate a cui si è ricorso hanno fatto si che non scoppiasse solamente nel settore finanziario, ma che i suoi effetti si spostassero all’economia reale, provocando recessioni generalizzate, alti livelli di disoccupazione e una crisi anche sociale nelle economie globalizzate. Le conseguenze della crisi finanziaria devono ancora dispiegarsi del tutto. La loro entità può superare i calcoli più pessimisti. Le economie che soffriranno di più i suoi effetti saranno quelle che sono più legate ai circuiti economici mondiali, che dipendono dalle esportazioni ai paesi sviluppati o che hanno penalizzato o perso il loro mercato interno a causa del neoliberismo e della concorrenza internazionale.

Gli effetti sulla vita di milioni di persone potrebbero essere letali se non si affrontano le cause reali.
La crisi attuale è di nuovo tipo, non è come quelle tradizionali crisi cicliche che sono frutto del “mercato”. E’ una crisi con cause concrete: gruppi di speculatori che con la loro avidità di guadagni hanno portato al collasso del sistema, anche se bisogna chiarire che non sono solo un settore o un gruppo economico, ma una forma di investimento che realizzano tutti i grandi capitali che fingono di essere produttivi.
La recente crisi finanziaria è una chiara dimostrazione del fallimento ideologico del neoliberismo e dei suoi difensori, che hanno sollevato il dogma della mano invisibile del mercato che lo autoregolava. Ora sperano che la “mano invisibile dello Stato” li salvi, quando negli ultimi 25 anni hanno predicato che lo stato dovesse astenersi da ogni intervento.

Alla ricerca di soluzioni devono partecipare tutti i paesi, consultando la popolazione, e non solamente le grandi economie tra le quali si trovano le principali cause della crisi.

Se lasciamo la ricerca di soluzioni solo ai potenti, queste potrebbero produrre persino una maggiore speculazione, nel tentativo di recuperare le perdite. Già lo stanno facendo con le monete di alcuni paesi, portandole alla macro svalutazione e usando le riserve di questi Stati nell’inutile sforzo di arrestare la discesa. Sollevano anche la necessità di più controlli e regolamenti tentando di dare più potere ad istituzioni contestate come il FMI e la Banca Mondiale, che già consigliano ai paesi di aumentare la spesa fiscale aumentando il debito estero, mentre prima premevano o obbligavano ad agire in senso opposto.
Negli ultimi tempi paesi più potenti e le loro multinazionali si riuniscono per cercare delle soluzioni, ma in generale mettono l’accento sullo stabilizzare e salvare il sistema finanziario, ovvero la causa della crisi. Anche se dicono di voler riattivare l’economia o almeno di diminuire la profondità e la durata della recessione, insistono nel “Libero Commercio” e la concorrenza selvaggia, che salverà i grandi capitali assorbendo quelli piccoli.

Davanti all’incapacità di risolvere con i propri sforzi la recessione economica, le potenze approfondiranno il ricettario neoliberale verso un maggiore sfruttamento della manodopera e delle risorse naturali, cercando di riattivare la loro produzione. La crisi finanziaria può essere persino un pretesto per ignorare gli accordi internazionali che tendono ad affrontare la crisi climatica ed energetica.

Si deve evitare che si affronti la crisi con la tenuta del neoliberismo.

All’evidente fallimento ideologico e pratico del neoliberismo, deve corrispondere la più grande lotta sociale in quei paesi dove coloro che governano male insistono nella sua applicazione come soluzione, ma anche una maggiore sorveglianza sociale nel caso in cui i loro governi vogliano cambiare il corso economico, affrontando forti pressioni dei settori più reazionari e antinazionali. Non è possibile far pagare il prezzo di questa crisi alla popolazione (ceto medio in primis) per una politica monetaria attuata da Banche e imprenditori (la parola minuscola non è a caso) spregiudicati ai solo fini speculativi (guadagno facile) calpestando quella funzione nobile degli investimenti anche a scopo sociale oltre che a quello di lucro.

La crisi economica e finanziaria che stiamo attraversando – la più grave dal dopoguerra, non dimentichiamolo – ha richiesto risposte di politica economica senza precedenti, non solo nella loro entità ma anche nella tipologia. Le banche centrali, in particolare, hanno adottato misure cosiddette non convenzionali per cercare di migliorare l’efficacia della politica monetaria in un contesto di instabilità finanziaria. Anche le autorità fiscali hanno dovuto affrontare problemi nuovi, derivanti dall’eccesso di debito pubblico e in alcuni casi dalla perdita di fiducia dei mercati finanziari.

Queste innovazioni sollevano alcune problematiche di natura istituzionale, in particolare sul ruolo e sulle responsabilità delle varie autorità di politica economica, a livello nazionale e sopranazionale, sulle quali vorrei soffermarmi. Uno dei temi più discussi in questi mesi riguarda il rischio di confusione di ruoli, che può generare azzardo morale e in ultima istanza delegittimare le istituzioni e la loro credibilità.

Nel contesto europeo la questione si pone su due piani diversi. Il primo riguarda il rapporto tra la politica monetaria e la politica fiscale. Il secondo riguarda il rapporto tra le istituzioni europee e quelle nazionali, specificatamente riguardo alla politica di bilancio. Negli ultimi 18 mesi abbiamo assistito a due importanti innovazioni in Europa, come conseguenza della crisi, che hanno riguardato sia la politica monetaria, sia la politica fiscale. La prima è il programma di acquisto di titoli pubblici da parte dell’Eurosistema (BCE più banche centrali nazionali) – il cosiddetto SMP (Securities Markets Programme) – e la seconda è il Fondo per la Stabilità Finanziaria Europea – cosiddetta EFSF – che a regime diventerà l’ESM dopo la modifica del Trattato.

Prima di spiegare queste due innovazioni, è necessario fare un passo indietro e ricordare le due principali premesse dell’unione monetaria. La prima è la stabilità monetaria, definita come stabilità dei prezzi. La seconda è la stabilità delle finanze pubbliche. Per ottenere il primo obiettivo è stata creatala Banca CentraleEuropea, indipendente e capace di decidere un’unica politica monetaria per l’intera area dell’euro. Il secondo obiettivo invece si è basato su due meccanismi: il Patto di Stabilità e Crescita, che vincola le finanze pubbliche dei paesi membri; e la disciplina imposta dai mercati finanziari.

Sulla carta il sistema sembra quasi perfetto. La piena separazione tra potere monetario e quello fiscale crea i giusti incentivi, affinché ciascuno persegua con efficacia il proprio obiettivo. La sorveglianza delle politiche fiscali assicura che queste rimangano all’interno di parametri predefiniti, e se ciò non avviene sono previste sanzioni da parte delle istituzioni comunitarie e dei mercati finanziari.

Il sistema in realtà non è perfetto. Il motivo è che si basa su alcune ipotesi semplificatrici, care agli economisti, e forse anche ai giuristi, ma che non sempre corrispondono alla realtà. Ne illustro brevemente due.

La prima ipotesi riguarda la natura deterministica del sistema, che non considera la possibilità di shock, di errori di previsioni, di elementi di disturbo, che possono provocare situazioni di crisi, in particolare delle finanze pubbliche. In altre parole, si è fatta l’ipotesi – in larga parte teorica – che non ci sarebbero state crisi. L’esperienza, prima e dopo la nascita dell’euro, dimostra invece che ogni tanto si possono verificare problemi di finanza pubblica, per motivi diversi. Può essere per il non rispetto delle regole prestabilite e un’insufficiente sorveglianza da parte delle istituzioni multilaterali, come è stato il caso della Grecia. Oppure a seguito di squilibri accumulati nel settore privato, in particolare quello bancario, che diventano insostenibili e si trasformano in debito pubblico, come è il caso dell’Irlanda. O, infine, una crescita economica relativamente bassa che dopo una recessione riduce i margini di manovra della finanza pubblica e rende instabile la dinamica del debito, come nel caso portoghese.

A questi difetti di costruzione ci sono dei rimedi, come il rafforzamento della disciplina fiscale e una maggior sorveglianza sul debito privato – magari con poteri più accentrati per la vigilanza sul sistema finanziario, come quelli che sono stati adottati di recente a livello europeo. Le iniziative che sono state prese finora, e che sono attualmente in discussione trala Commissioneeuropea, il Consiglio e il Parlamento – vanno nella giusta direzione. Possono essere ulteriormente rafforzate. Tuttavia, la possibilità che si verifichi una crisi, e che un paese rischi di perdere l’accesso ai mercati finanziari, non può mai essere del tutto esclusa, soprattutto in un contesto di instabilità globale come quello attuale. Non si deve ripetere l’errore di ipotizzare che per qualche “magia” l’Europa sia immune da qualsiasi crisi.

La seconda ipotesi semplificatrice che è stata fatta dai padri fondatori è che i mercati funzionano in modo perfetto e sono in grado di valutare in ogni momento i vari rischi, inclusi quelli derivanti da un eccessivo accumulo di debito pubblico. L’esperienza di questi anni ha mostrato il contrario. Per un lungo periodo – che va all’incirca dall’inizio dell’euro fino a pressappoco il 2007 – i mercati hanno considerato che il rischio di credito dei vari emittenti sovrani dell’area dell’euro era sostanzialmente simile. Tuttavia, una volta scoppiata la crisi la valutazione del merito di credito ha subito un rovescio drammatico, ed è diventata per i paesi dell’euro addirittura peggiore di molti paesi in via di sviluppo.

La creazione della moneta unica ha generato una situazione completamente nuova sui mercati finanziari, che è stata forse sottovalutata non solo dai policy makers ma anche dalla letteratura economica. L’area dell’euro è infatti l’unica area al mondo in cui vi è una totale separazione tra istituzione monetaria e fiscale, nel quale il potere fiscale non può contare su quello monetario, non solo al fine di evitare un problema di solvibilità ma anche di liquidità. Le implicazioni di tale separazione non sono ancora state studiate a fondo dalla letteratura economica e ulteriori studi sono sicuramente auspicabili.

Da un lato tale separazione è molto sana perché spinge l’autorità fiscale ad adottare tutte le misure necessarie per assicurare la propria solvibilità. Il sistema tuttavia funziona bene solo nella misura in cui si ipotizza che il mercato sia in grado di valutare in modo adeguato la solvibilità di un paese e di calcolare il premio di rischio, distinguendo problemi di solvibilità da quelli di liquidità. In altre parole, la disciplina dei mercati è efficace e crea incentivi giusti se i mercati funzionano in modo adeguato.

Quando invece i mercati non funzionano in modo adeguato, perché il livello di incertezza è elevato, perché c’è contagio o per generale timore di rischio sistemico, gli operatori non sono più in grado di valutare adeguatamente i rischi e distinguerli tra di loro. Aspettative di difficoltá anche temporanee nel soddisfare il finanziamento del fabbisogno di un debitore (sovrano) possono generare aspettative di una crisi di liquiditá e quindi creare un rischio percepito, che può riflettersi nell’incertezza sul prezzo a cui vendere un determinato titolo, in particolare un’obbligazione pubblica. Tale situazione, specialmente se si protrae nel tempo, può degenerare in un problema di solvibilità che mette a repentaglio la stabilità economica e finanziaria del paese e dell’intera area. In queste circostanze rischiano di determinarsi condizioni che gli economisti definiscono di “equilibri multipli”, in cui il prezzo non necessariamente riflette i fondamentali economici.

Il passaggio da un equilibrio all’altro è imprevedibile e potrebbe essere determinato da comportamenti speculativi, che tendono ad auto-alimentarsi. Questo tipo di fenomeno è stato esaminato nella letteratura economica sulle crisi debitorie, a sua volta ispirata dall’analisi del ruolo dell’instabilitá delle aspettative nelle crisi bancarie e nelle “corse agli sportelli” originata dal celebrato lavoro del 1983 di Diamond e Dybvig (Bank runs, deposit insurance and liquidity, Journal of Political Economy).

Quando c’è una sola autorità fiscale e una sola autorità monetaria, è più difficile che si verifichi questo tipo di instabilità. Attraverso le proprie operazioni di mercato aperto, la banca centrale di fatto contribuisce a mantenere la liquidità dei mercati, a partire da quello dei titoli pubblici – che rappresenta il perno del sistema finanziario e pertanto del meccanismo di trasmissione della politica monetaria – consentendo così al mercato di prezzare i vari rischi in linea con i fondamentali e di trasmettere l’impulso della politica monetaria al sistema economico.

Il secondo motivo che può spiegare la valutazione di un rischio di credito eccessivo dei paesi dell’area dell’euro è l’autogol che hanno commesso i paesi europei nello sposare il concetto di Private Sector Involvement, nell’Ottobre 2010. Non voglio entrare nel dettaglio, ma in sostanza i paesi europei hanno cercato di deviare dalla prassi seguita finora e, dietro l’impulso di alcuni accademici e commentatori, hanno cercato di definire un accordo in base al quale un paese deve rinegoziare con i propri creditori le condizioni alle quali sono stati emessi i titoli di debito pubblico. Questo è un altro caso in cui la teoria può deviare fortemente dalla pratica e – soprattutto in un contesto di instabilità generale dei mercati – aggravare la crisi. Fatto sta che dall’autunno scorso i paesi dell’area dell’euro pagano un premio di rischio specifico, che di fatto penalizza gli stati sovrani membri dell’area dell’euro.

  • Incidenza della Politica Monetaria nell’Economia Reale (Moneta, Interesse e Liquidità)

Gli economisti di scuola neoclassica sostenevano che il tasso di interesse fosse il prezzo che portava in equilibrio la domanda di risparmio, ovvero l’investimento, e il risparmio stesso. La curva dell’investimento veniva mostrata come decrescente rispetto al tasso di interesse, in quanto al diminuire di questa variabile aumentava la convenienza ad investire. Il risparmio, invece, aumentava in maniera direttamente proporzionale rispetto al tasso di interesse. Di conseguenza, la scelta tra il consumare e il non consumare era dettata dal livello del tasso di interesse. Un aumento del risparmio personale era visto come un comportamento virtuoso e benefico nei confronti della comunità: aumentando il risparmio, infatti, il tasso di interesse sarebbe diminuito in quanto gli operatori si sarebbero trovati con risparmio inutilizzato e avrebbero deciso di prestarlo ad un tasso più basso, favorendo l’investimento.

Keynes capovolse questo ragionamento, osservando in primo luogo che non si poteva considerare l’atto di risparmiare esattamente uguale all’atto di aumentare l’investimento e l’occupazione. L’aumentata propensione al risparmio porta ad un minor livello del moltiplicatore e della domanda, mettendo in funzione un meccanismo che fa diminuire la produzione, l’occupazione e il reddito. Il tasso di interesse non porta in equilibrio risparmio e investimento (la quantità che si aggiusta è, invece, il reddito), ma domanda e offerta di moneta.

Nella Teoria generale si sostiene che il livello del risparmio è determinato dal livello del reddito, data la propensione al consumo (e, in via residuale, la propensione al risparmio). Il tasso di interesse entra in gioco in una fase successiva, ovvero nel momento in cui il percettore di reddito deve decidere come utilizzare il suo risparmio. Egli ha due opzioni: la prima è quella di conservare la moneta in forma liquida, la seconda è quella di acquistare titoli di credito. La scelta verrà effettuata proprio tenendo conto del livello del tasso di interesse. Per Keynes è possibile costruire una curva della domanda di moneta decrescente rispetto al tasso di interesse. Poiché il tasso di interesse non è mai negativo, sembra che sia impossibile che qualcuno voglia detenere moneta in forma liquida, perché potrebbe guadagnare acquistando titoli di credito, ma ciò non è verificato a causa dell’incertezza sui valori futuri del tasso di interesse. Le motivazioni principali che inducono a detenere moneta sono quattro: il movente del reddito, volto a detenere moneta in funzione delle transazioni che si desiderano effettuare; il movente commerciale, che spinge a detenere moneta per affrontare il periodo che intercorre tra il pagamento dei costi di produzione e il momento in cui si percepiscono i ricavi (insieme al movente del reddito, costituisce il movente per le transazioni); il movente precauzionale, che nasce dalla volontà di mettersi al sicuro da eventuali rischi; il movente speculativo. Quest’ultimo movente è quello che riveste maggiore importanza nella teoria keynesiana ed è quello che ha più rilievo nella determinazione del tasso di interesse di equilibrio. Un aumento del tasso di interesse spingerà gli operatori a detenere minore moneta per due motivi: il primo è che il costo-opportunità di detenere moneta aumenta, essendo misurato proprio dal tasso di interesse che si potrebbe guadagnare dando in prestito la moneta; il secondo è che quando il tasso di interesse aumenta, la maggior parte degli operatori pensa che esso discenderà e gli speculatori sanno che i propri titoli aumenteranno in valore, consentendo loro di ottenere guadagni in conto capitale. In questo senso, la moneta viene domandata non in quanto fonte di potere d’acquisto, ma in qualità di fondo di valore.

La curva della preferenza per la liquidità. Al tendere del tasso di interesse a un livello molto basso, tende a diventare assoluta.

La politica monetaria viene esercitata attraverso gli effetti provocati dalla Preferenza per la liquidità. Fino a quando, infatti, vi saranno operatori il cui pensiero differisce da quello del mercato riguardo alle prospettive del tasso di interesse, sarà possibile manovrarlo tramite operazioni di mercato aperto. Ad esempio, aumentando adeguatamente l’offerta di moneta, il prezzo delle obbligazioni aumenterà in modo da convincere chi ancora detiene titoli a venderle in cambio di moneta. Infatti, lo speculatore che detiene titoli, pensa che il tasso di interesse discenderà ulteriormente e che, quindi, potrà ottenere guadagni in conto capitale. Aumentando l’offerta di moneta in cambio di obbligazioni, il prezzo di queste salirà e alcuni operatori saranno disposti ad abbandonarle, convinti che il prezzo non potrà salire ulteriormente e il tasso di interesse non potrà scendere ulteriormente. Finché vi è una sorta di resistenza psicologica da vincere per rinunciare alla liquidità o per sceglierla, l’autorità monetaria ha il controllo sul tasso di interesse. Questo è ciò che Keynes vuole dire quando sostiene che è «interessante che la stabilità del sistema e la sua sensibilità a variazioni della quantità di moneta dipendano in così grande misura dall’esistenza di una varietà di opinioni riguardo a ciò che è incerto». Cosicché, nel momento in cui il tasso di interesse futuro è previsto all’unanimità, l’autorità monetaria perde il controllo di questa variabile. Ciò è particolarmente importante nel caso in cui il tasso di interesse diventa così basso che nessuno crederà ad ulteriori ribassi: la preferenza per la liquidità diventa assoluta. In questo modo, tutti gli operatori saranno disposti ad accettare di detenere moneta senza negoziazioni sul prezzo delle obbligazioni. Un ulteriore abbassamento dei tassi è reso difficile anche laddove l’opinione pubblica sia abituata ad alti tassi di interesse. Tassi più bassi rispetto a un determinato livello critico sarebbero poco credibili. Ciò è tipico delle economie legate a regimi di cambi fissi o controllati, o caratterizzate da una politica monetaria ondivaga e poco credibile.

  • Incidenza della Spesa Pubblica nell’Economia Reale

In un contesto economico finanziario come quello che stiamo attraversando, dove imprese e consumatori (Investimenti + Consumi = Domanda Aggregata) trovasi in una situazione di stallo (cosiddetta depressione da investimenti e depressione da domanda), ruolo fondamentale svolge il ruolo della spesa pubblica nel settore economico, anche in situazione di bilanci in passivo (Politiche di Bilancio).

La teoria Keynesiana sostiene che la stabilizzazione macroeconomica con intervento dei governi centrali (usando la politica fiscale) o delle banche centrali (usando la politica monetaria) può portare ad un risultato più efficace di una politica macroeconomica del laissez faire.

Menzione particolare spetta alla cosiddetta rivoluzione Keynesiana nel modo in cui gli economisti e gli uomini di governo vedono l’economia della nazione, specialmente riguardo all’opportunità dell’intervento pubblico nell’economia, tramite l’azione sulla domanda aggregata.

La principale argomentazione di Keynes è che in un’economia funestata da una debole domanda aggregata (come nel caso della Grande depressione), con una sentita difficoltà a procedere verso la crescita del reddito nazionale, il Governo – o, più in generale, il settore pubblico – ha la possibilità di incrementare la domanda aggregata tramite la spesa pubblica per l’acquisto di beni e servizi, fattore esogeno e finalizzato all’aumento di occupazione. Ciò potrà essere finanziato anche tramite politiche di deficit di bilancio; l’indebitamento pubblico, sotto determinate ipotesi, non aumenterà il tasso di interesse al punto di scoraggiare l’investimento privato.

In periodi di stagnazione economica, dove consumo e investimenti sono al minimo, non è detto che consumatori e investitori siano sensibili ad aumenti di quantità di moneta messa in circolazione con le operazioni di mercato aperto (cosiddetta fase di depressione). Ecco allora l’utilità della spesa pubblica quale volano che innesca la ripresa economica tramite l’investimento e la produzione di beni e servizi. Questo provocherà un aumento della produzione cha a sua volta aumenterà l’occupazione. I lavoratori prima disoccupati, oggi occupati percepiranno un reddito, che a sua volta verrà speso in acquisto di beni e servizi e in parte risparmiato (secondo il grado di propensione al consumo). Questa situazione provocherà un maggior gettito fiscale per lo Stato, sia da parte dei lavoratori (per i nuovi redditi) che da parte degli imprenditori (per maggior fatturato), nonché un ulteriore aumento della produzione causata dalla maggiore domanda dei nuovi lavoratori (moltiplicatore della spesa pubblica).

  • Conclusione

Oltre agli strumenti di Politica Economica appena menzionati, ve ne sono altri che meritano di essere menzionati:

  • Politica Fiscale per una più equa distribuzione dei redditi;
  • Drastica riduzione della spesa pubblica improduttiva;
  • Incentivi per gli investimenti finalizzati alla produzione di beni e servizi;
  • Interventi finalizzati alla lotta all’evasione e all’elusione;
  • Incentivi alla ricerca e alla formazione;
  • Formazione di una classe politica e dirigente all’altezza del compito;
  • Sistema elettorale che permetta una stabile compagine politica espressione solamente del popolo sovrano.

Se le cause di questa congiuntura sfavorevole sono da ricercarsi anche, e soprattutto, in una “degenerazione” del sistema finanziario e speculativo dovuta ad erronee valutazioni e speculazioni dei principali Istituti di credito mondiali, se le politiche atte a fronteggiare i sintomi della crisi devono necessariamente essere di respiro internazionale, è pur vero che alle singole autonomie territoriali è lasciato l’onere di mettere in atto le giuste migliorie del sistema locale per fronteggiare gli effetti della crisi.

 In questa ottica ogni Regione ed ogni distretto produttivo locale in generale, deve massimizzare la capacità di produrre ricchezza sfruttando le proprie attitudini e le proprie risorse. Il distretto Siciliano, annovera tra i suoi fattori produttivi più importanti sicuramente quello turistico e agricolo, legato alla bellezza ed alla storicità dei suoi luoghi ed il periodo estivo. Non credo che questa opportunità sia stata ben spesa.

Salvatore Ventura

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One Thought to “La crisi economica e finanziaria nella zona Euro”

  1. Complimenti per come è stata esposta la crisi nella zona euro, vorrei aggiungere una mia personale teoria, forse sbagliata. La recessione generalizzata viene prodotta quando manca la circolazione della liquidità (ancora si sta continuando a sottrarre moneta in circolazione) infatti la frase che viene generalmente detta “moneta non ne gira” sta a significare che si sta effettuando una politica del ritiro di denaro per essere sostituita da un altro tipo di moneta… quella elettronica (bancomat, carte di credito/debito, ecc.), un settore dove, se non erro, la VISA sta cercando di monopolizzare. Ma la moneta elettronica è anche facilmente controllabile?!?! Ma è anche vero che i dotti economisti giustificano il caso che una maggior quantità di moneta in circolazione ne causerebbe una svalutazione e ciò non è possibile!?!? BISOGNA MEDITARCI SU!

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