Prima e seconda Repubblica: l’occasionale confronto

In tempi di lockdown, mi sono trovato,  il  21 gennaio 2021, a seguire, con frenesia compulsiva (dovuta alla clausura  imposta dal DPCM che ti obbliga a rimanere chiusi dentro le mura di casa senza sapere cosa fare), tutti i talk show  e i notiziari che, giornalmente, si fanno concorrenza sui vari canali televisivi: da Agorà ad Omnibus, da Coffee break a l’Aria che tira, e così via. 

Non a caso ho scritto per esteso la data, perché  era  una giornata particolare: cento anni prima nasceva a Livorno il PCI e, dunque, c’era da aspettarsi che le televisioni   avrebbero lungamente parlato del secolare accadimento. Non sono stato deluso! Con in testa la RAI, tutte le reti televisive si sono fatte giustamente trovare schierate in  pompa magna a parlarci della storica decisione antiriformista di Gramsci e di Bordiga che, se da un lato diede vita al più grande partito comunista dell’Europa occidentale, dall’altro divise il Partito socialista ed il movimento operaio, indebolendo entrambi e favorendo, di lì a poco, la “passeggiata su Roma” di Mussolini. La cosa difficile da digerire è quella di vedere chi, oggi, commemora la nascita di quel Partito dopo avergli cambiato il nome, averlo chiuso ed aver intrapreso la via del Riformismo. Ora, delle due, l’una: da una parte ci stanno Turati, Treves, Saragat e Craxi; dall’altra Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer; scegliere i primi, quelli della coerenza storica riformista, significa abiurare i secondi e viceversa., tanto più che fu proprio la discriminante antiriformista che giustificò quella scissione comunista.  I riformisti erano, secondo la linea del Comintern, i “socialtraditori”, “i socialfascisti” che andavano annientati, se possibile, anche fisicamente, come avevano fatto i bolscevichi con i menscevichi a Mosca. Per la verità, non scherzarono neppure i socialdemocratici tedeschi che, memori dell’esperienza bolscevica, non esitarono a sedare nel sangue la rivolta  “spartachista” del 1919. Insomma tra socialisti riformisti e comunisti è storia di divisioni e cannonate (a parte la comune lotta al nazi-fascismo, anche se rimangono da chiarire i silenzi assordanti di quasi tutto il gruppo dirigente del PCI di allora sul patto Ribbentrop – Molotov), perché appartenenti a forze generate da culture politiche ed istituzionali diverse, da diverse concezioni della convivenza sociale, da una diversa concezione dell’uomo. Agli inizi degli anni ottanta, quando Craxi rimette in circolo, in Italia, la parola “Riformismo”, rimasta oscurata per decenni dal dominio comunicativo del PCI, le sue parole furono: “Fino a ieri, dare del riformista ad un militante della Sinistra italiana, era peggio che dargli del cornuto!” Certo, si può e si deve cambiare idea quando ci  si trova  di fronte all’inappellabile giudizio della storia, ma una volta operata la revisione, bisogna essere conseguenti ed evitare di confondere le acque facendo i cerchiobottisti: un riformista  non  soffia sulle cento candeline della torta comunista per commemorare l’errore politico e festeggiare la memoria di quanti avrebbero volentieri organizzato  un viaggio in treno, di sola andata, verso la Siberia per tutti i riformisti. Bisogna fare i conti con la propria storia. Bisognerebbe , ad esempio, chiarire  se i tanti rubli arrivati in Italia servirono, oltre che a finanziare la costruzione del Partito, anche alla costruzione  della rete di spionaggio sovietica in Italia e nell’Occidente. A proposito, che fine ha fatto l’elenco Mitrokhin, dove c’erano scritti tutti i nomi degli spioni italiani al servizio del KGB in Italia? Non sarebbe stato male capire, in maniera chiara ed approfondita, a che livello di inquinamento arrivò la vita politica ed istituzionale italiana, fortemente infiltrata, dall’altra parte, anche dalla CIA.    
Ironia della sorte, a novantasei anni, il 19 gennaio 2021, muore Emanuele Macaluso, dirigente della CGIL e poi del PCI: uno di quegli uomini che segnano la vita sociale e politica di un Paese, mettendo insieme la lotta per i diritti dei lavoratori, la capacità di saper dirigere con intelligenza, in Sicilia ed in Italia, la difficile e complessa linea politica  di quel  Partito, l’idea di non concepire l’impegno politico senza il continuo impegno culturale. Possiamo dire: cose d’altri tempi!  Ed infatti la conferma che si tratti, ormai, di un’altra era, mi arriva lo stesso giorno, sempre  saltando da un canale all’altro della Tv: oltre al centenario del PCI ed alla morte di Macaluso, bisogna dare spazio al Senato della Repubblica, impegnato a votare la fiducia al Governo Conte., messo in crisi, in piena pandemia, dall’irrefrenabile protagonismo di Renzi (che dopo il 40% dei voti raccolti nel 2014, non perde occasione per apparire peggiore di quello che, in realtà, è). Durante tutta la giornata, ripresi dalle telecamere, si vedono consumare squarci di vita politica veramente sorprendenti. Alcuni esempi:  Renzi, dopo aver ritirato le sue Ministre, alla fine non  vota contro il Governo ma si astiene (pare che se non avesse fatto così, avrebbe perso la quasi totalità dei suoi gruppi parlamentari); due di Forza Italia votano a favore di Conte e uno dei due è la ex segretaria particolare di Berlusconi …;  si cercano spasmodicamente quelli che, ai tempi del “cavaliere,” si chiamavano “responsabili” e che, ora, si chiamano “costruttori”, ma sempre di saltafossi si tratta;  in due votano in “zona cesarini” per consentire a Conte di raggiungere almeno 156 voti,  rimanendo nascosti al bar fino a quando non gli  arriva qualche conferma su qualcosa di cui necessitavano: sono Nencini e Ciampolillo  (inutile sottolineare che la peggior figura non la fa il sig. Ciampolillo, personaggio sconosciuto e transitorio della nostra Politica; la figuraccia è quella di Nencini che se ne va in giro con, in tasca, un rinnovato simbolo del PSI, che evoca comunque almeno cento anni di lotte e  di storia, usandolo con la disinvoltura dell’ultimo arrivato;  Conte chiede ufficialmente “aiuto” all’emiciclo, instaurando una procedura parlamentare alla quale non avevamo ancora assistito (d’altra parte ancora non si capisce se è leader dei Cinque Stelle o è solo leader di se stesso), lasciandoci l’inquietante notizia che, non appena aperta la crisi del suo Governo, ad entrare in campo per difendere la sua poltrona a Palazzo Chigi siano stati un paio di cardinali ed un vecchio ma autorevolissimo generale dei Servizi Segreti; ed infine il mitico intervento del Senatore Cioffi che, finalmente, può prendere la parola ed offrirci il meglio di sé stesso. Non c’è tanto da divertirsi sulle elucubrazioni del senatore pentastellato, che mischia il ciclo del glucosio,  la fotosintesi clorofilliana, l’improbabile ”amicizia” tra il  carbonio e l’azoto, con la Politica, facendo ridere mezza Italia.. Cioffi ha    rappresentato iconicamente la dequalificazione totale a cui è andato incontro il nostro mondo della Politica. In questo momento, il Parlamento è pieno di Cioffi. D’altra parte è il Popolo italiano che ha dato ai Cinquestelle un consenso pari a quello della DC di De Gasperi …

Se, come durante il 21 gennaio scorso, la qualità del confronto  politico, ideologico ed appassionato  (dentro il quale si formò la classe dirigente e si formarono gli statisti e gli amministratori di un grande Paese complesso come l’Italia) impersonata da Emanuele Macaluso, finisce fortuitamente per essere messa in parallelo con quella espressa in una giornata di straordinaria attività politica dal nostro attuale personale, quello della cosiddetta Seconda Repubblica, l’impressione che se ne ricava è veramente sconfortante, perché, l’aggettivo che ti viene subito da appioppare a Conte, a Renzi, agli eredi “riformisti” di Berlinguer, alla Meloni (che sarebbe l’erede di Almirante…), a Salvini che è rimasto l’unico sostenitore di Trump nell’universo mondo, è: ridicoli !!

Capita spesso, ormai, di sentir dire: “molto meglio quelli di una volta…”, “almeno una volta ci facevamo rispettare perfino dall’America …”, “con i partiti almeno si riusciva a partecipare”… La Prima Repubblica, durante la sua ultima declinazione, fece tanti errori: i Partiti andarono oltre i confini stabiliti dalla Costituzione, i costi della Politica aumentarono in maniera eccessiva, il clientelismo divenne una forma di assuefazione all’illecito che coinvolgeva allo stesso modo politica e clientela, però, la Prima Repubblica, seppe far uscire l’Italia dalle tenebre del secondo dopoguerra, facendola diventare una delle potenze economiche più autorevoli, costruendo una società più giusta e più equa, diventando interlocutrice stimata di un processo di pacificazione del Mondo sempre in pericolo.

Purtroppo è facile prevedere che la Seconda non andrà mai oltre le roboanti dichiarazioni dei suoi esponenti, pronti a definire “storico” il più insignificante degli eventi. Il fatto è che il Paese ora si trova senza un’adeguata classe dirigente, senza Partiti (che, costituzionalmente,  sono i soggetti designati a provvedere alla maturazione e al  selezionamento, con il metodo democratico, del personale politico – tranne che non si voglia considerare Partiti le associazioni padronali di adesso), senza ideologie (pare comunque di essere entrati in una fase post-ideologica che ci consente di essere di destra, di sinistra o di centro a secondo dell’umore con il quale ci svegliamo la mattina), ma soprattutto senza idee.

La Storia ci insegna che,  per ricostruire quello che si distrugge in pochissimo tempo, invece di cambiarlo o di modificarlo secondo le esigenze, ci vogliono decenni per poi ricostruirlo. Dunque, bisogna armarsi di pazienza, guardando al passato per trovare le ragioni del rilancio del nostro sistema democratico. Aspettando che la Provvidenza ci mandi qualche leader, che sia veramente tale e che non abbia la sola prerogativa di essere giovane, perché la gioventù non basta se non c’è l’intuito e la maturità che  sopperiscano alla mancanza di esperienza.

Tra flussi e riflussi, ho sempre preferito i primi ai secondi. Oggi, al contrario, penso che si debba entrare in una seria fase di riflusso che tenga conto delle  novità che, intanto, si sono accumulate per ricostruire  l’ordine democratico dalla babele che abbiamo generato. Forse il coronavirus, la peste dei nostri giorni, come le pesti del passato, ci costringerà a farlo.          

Michele Sciortino

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