L’emergenza esaltata, l’emergenza negata

di Salvo Barbagallo

In Italia i decessi per Coronavirus hanno superato la soglia dei trentacinquemila, nel mondo le vittime sono 584.940: a subire le conseguenze più pesanti sono gli Stati Uniti con 136.753 morti, e poi il Brasile con 75.366 morti e il Regno Unito con 45.053 morti. Sono cifre impressionanti che mettono paura, tenuto conto che ancora non c’è certezza sulla possibilità di applicare in tempi brevi un vaccino che sia veramente efficace. I Governi fronteggiano la situazione con metodologie non sempre adeguate, nel nostro Paese l’emergenza spesso non è compresa dall’intera collettività nazionale, le misure che adottano i responsabili della Cosa pubblica nostrana appaiono contraddittorie e, principalmente, finiscono con il generare polemiche che non sono utili a nessuno.

La reazione generale della collettività italiana è quella (nella migliore delle ipotesi) di ritenere “incompetenti” quanti stabiliscono le normative che i cittadini devono applicare. Una situazione sicuramente non facile: giustamente si insiste sulla puntualizzazione che ci si trova in una condizione di “emergenza”, ma molti non comprendono il perché vengono stabiliti “a rate” i termini e i tempi di durata dell’emergenza.

Sull’attuale fase di questa seconda emergenza fin troppo preannunciata da mesi e mesi, i mass media stanno giocando un ruolo fondamentale: c’è, infatti, chi alle ultime statistiche fornite e all’annuncio di un possibile “rinnovato” lockdown si allarma maggiormente, e c’è chi è portato a non credere più al grido di “al lupo, al lupo”. Questo è un primo punto (superficiale soltanto in apparenza) che sconcerta e disorienta. Sempre un numero maggiore di cittadini “comuni” si chiede: “A che gioco sta giocando il Governo?”. Il perdurare di un clima d’incertezza per l’immediato futuro in tante famiglie genera anche angoscia. Questo è il risultato visibile dell’emergenza “esaltata”.

L’altro punto, l’altro lato della medaglia, quello che riguarda i migranti che risultano positivi in giro per il territorio, suscita sensazioni ancora più contrastanti. “Preoccupante” è il serpeggiare non ufficiale di presunte indicazioni dall’alto che imporrebbero di non parlare di questa delicata questione. C’è da una parte una realtà che non si può contestare, cioè quella dei migranti raccolti, depositati nei porti siciliani e poi posti in quarantena nelle navi da crociera affittate dal Governo per la circostanza: il numero dei contagiati fra questa “tipologia” di sbarcati in Sicilia è noto alle Autorità, ma non si comprende perché non venga considerato “pericoloso” così come avviene quando si scopre un nuovo contagiato nelle altre regioni d’Italia. Dall’altra parte ci sono i migranti “autonomi”, quelli che giungono nelle coste siciliane con mezzi propri (non solo con barche fatiscenti, ma pure con motoscafi d’altura e velieri): questa “tipologia” di migranti (nella maggior parte dei casi) riesce a sfuggire a qualsiasi controllo e peregrina e si disperde in tutta Italia.

Ebbene, è lecito chiedersi perché questa dei migranti (sotto controllo o meno) che possono essere portatori di contagio, non viene considerata una “emergenza”?

Ieri il ministro  Luciana Lamorgese, si è recata a Tripoli, in Libia, per incontrare il premier Fayez al Sarraj. per discutere modalità comuni per fermare i barconi carichi di migranti diretti verso le coste dell’Italia meridionale. Una trasferta “diplomatica”, considerata inutile perché di certo non è Fayez al Sarraj a pilotare il flusso dei migranti, ma i trafficanti di esseri umani che in quelle zone la fanno da padroni, vista la situazione bellica in atto. I provvedimenti necessari per “bloccare” questa emergenza li può adottare innanzitutto il Governo della Regione Siciliana, con gli “strumenti” che lo Statuto Speciale gli permette, e lo stesso Governo nazionale in quanto di emergenza “nazionale” si tratta, e non circoscritta all’Isola.

Tante altre cose andrebbero dette e andranno dette…

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