Ci ha lasciato Aldo Motta

di Salvo Barbagallo

 

Aldo Motta ci ha lasciato, con riservatezza, come era nel suo stile di vita. Gentiluomo d’altri tempi, scrittore, profondo conoscitore del suo territorio, innamorato della “sua” città, Catania, dove si era trasferito da giovane da Licodia Eubea dove era nato 85 anni addietro.

Nel capoluogo etneo, appena diciottenne, entrò nella redazione del quotidiano “Corriere di Sicilia”, dove rimase per quasi vent’anni, prima come redattore sportivo e poi con il ruolo di caposervizio alla “Politica”. All’attività giornalistica preferì nel tempo dedicarsi alla pubblicazione di libri, quasi tutti come sfondo Catania e la sua gente. Con lo pseudonimo di “Anonimo Catanese” ha dato alle stampe L’estate ha l’anima nuda, Un’estate e poi niente, Cinquanta poesie inedite, Un racconto intimo, Diario intimo, Un paesino chiamato Acquarosa. Con il proprio nome una ricca produzione: Catania, una volta, A Catania con amore, C’era anche il Corriere di Sicilia, Palcoscenico e dintorni, Le riviste culturali italiane che hanno fatto costume e opinione, Quelle persiane chiuse, Breviario della storia di Catania, Diario di una gentildonna inglese che soggiornò a lungo in Catania, Catania antica in pillole, Racconti di paese, Le incredibili vicende di Grazia Longo rapita per amore ad Aci Sant’Antonio, Catania a pezzi (scritto con Tino Vittorio), Gli antichi mestieri. È stato anche autore di testi teatrali, quindi redattore capo del periodico “Arte e Folklore di Sicilia” ed ha collaborato con riviste letterarie nazionali.

Con la nostra Casa Editrice, la Mare Nostrum Edizioni, ha pubblicato “Catania, una volta“, e “Diario di una gentildonna inglese che soggiornò a lungo in Catania”.

Catania, una volta ovvero la realtà della memoria. Con “Catania, una volta” riaffiora un tempo che giovani, e meno giovani talvolta, non conoscono: un tempo che è parte integrante delle origini di questa Terra. Una città, un luogo, un territorio, un Paese hanno significato e valenza fino a quando il ricordo delle origini non si disperde e resta una “testimonianza” di ciò che hanno rappresentato nel trascorrere del tempo. È vero, la memoria è dura a morire, ma può rimanere sepolta dall’oblio e soffocata dalla superficialità degli individui che non amano guardare indietro convinti che poca importanza ha conoscere da dove si proviene. Con “Catania, una volta” riaffiora un tempo che giovani, e meno giovani talvolta, non conoscono: un tempo che è parte integrante delle origini di questa Terra.

Diario di una gentildonna inglese che soggiornò a lungo in Catania Il contrario di “verità” è “menzogna”, o anche “burla”, in siciliano “babbiata”. “pigghiata pu culu”. Qui nessuno si permette. Anche perché i fatti raccontati in questo “Diary” sono accaduti realmente. Controllabilissimi. La gentildonna d’oltre Manica, autrice del narrare, sapeva la lingua italiana come la donna medio-colta catanese, ai primi del ‘800, sapeva di lingua inglese; son pagine dunque ingenue chiazzate qua e là da locuzioni nostrane che soppiantano burle, verità e artifizi per diventare godibilissima lettura… Ricco di immagini d’epoca introvabili.

Aldo Motta è stato definito  scrittore e giornalista e “custode della memoria” che sente, con forza e vigore, il dovere che si è assunto. È così e molto di più.

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