La Torre di Babele, Minniti e gli altri

di Salvo Barbagallo

 

Dalla Genesi 11, 1-9

Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: “Venite, facciamoci mattoni e cociamoli al fuoco”. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra”. Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.

Religioni e origini non sono per molti, e da tempo, punti di riferimento, per altri diventano, magari, strumentalizzazioni per applicare violenze inaudite, così come la carità può trasformarsi in uno strumento che persegue altre finalità, spesso ignote. La globalizzazione, che poteva essere considerata un mezzo per la comprensione fra gli esseri viventi, sta scoprendo il suo lato oscuro, quello via da seguire, cioè, per cancellare le identità esistenti, per massificare tutti e tutto per sottostare a un controllo unico da parte di pochi privilegiati che detengono un potere difficilmente attaccabile.

Siamo nei giorni del Natale e affiorano segnali inquietanti per la Cristianità, segnali che i più non colgono sopraffatti dalle necessità del quotidiano. Si cerca di manipolare quel Natale conosciuto da secoli e secoli in nome di una presunta solidarietà verso coloro che soffrono, nascondendo che le sofferenze sono provocate proprio da chi enuncia principi di “pace” e di “fratellanza”, celando che quanto viene fatto ha alla base interessi di supremazia, di interferenze abusive per fini economici nelle realtà depresse, ignorando le difficoltà in cui versano coloro che prioritariamente dovrebbero essere aiutati. Ogni cosa è sotto gli occhi di tutti, chi tenta di reagire apertamente viene immediatamente tacciato con epiteti mirati alla sua emarginazione dal cosiddetto senso del sociale.

Parlano di “pace” coloro che producono armi e alimentano le guerre fra le genti che, poi, dicono di voler salvare.

Parlano di “solidarietà” verso i disperati che stanno lontano, senza, però, dare una mano a coloro che hanno vicino.

Apprezzabili e condivisibili le parole del premier Paolo Gentiloni L’Italia ha la capacità di tenere insieme l’accoglienza e la lotta ai trafficanti, e siamo fieri del riconoscimento di essere stato il Paese più pronto e capace di salvare vite umane, ma si dovrebbe chiedere anche cosa viene fatto concretamente per i connazionali che soffrono, per quanti fuggono disperati dall’Italia, quanta parte di quei grandi utili delle industrie di armi che vengono smerciate nei Paesi che (si sostiene) di voler soccorrere vengono indirizzate alla vera solidarietà? Giustissimo cercare di bloccare i barconi dei migranti, per evitare che finiscano in fondo alle acque del Mediterraneo, ma è preferibile importarli via aerea (come se fossero merce preziosa da mettere in cassaforte)? Ora nei programmi del ministro Minniti c’è l’importazione di ben diecimila fuggitivi: importiamo esseri umani, esportiamo armi, arnesi di distruzione. Un paradosso? Forse è solo la logica dell’utilità di pochi; ma quale è l’utilità per chi viene traslocato da un luogo all’altro, spezzando le proprie radici, non è facilmente individuabile e comprensibile, neanche per la gente che dovrebbe accogliere questa nuova “categoria” di oppressi.

L’immigrazione pilotata e forzata poco ha a che vedere con le effettive necessità delle collettività interessate, che quasi sicuramente necessitano di aiuti diretti e non di vedersi sottrarre energie vitali. L’integrazione obbligata poco ha a che vedere con l’integrazione spontanea: crea soltanto malessere nelle società.

Quale sarà la “lingua” dell’immediato futuro? Un denominatore comune e chiaro sta affiorando, come detto: una massificazione obbligata dove le diversità (tutte) saranno bandite: è questo il cammino e il “destino assegnato” del Terzo Millennio?

“Natale è per chi fugge”, ha detto il Pontefice, ma perché si deve “fuggire” dalla propria Terra? Perché chi può non si adopera per creare le condizioni di un vivere in pace, anziché alimentare le conflittualità? Interrogativi banali, in questo Natale dove si vogliono mettere a tacere le coscienze individuali e collettive. Fino a quando?

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