Perché non chiedere a Trump di dismettere le basi di Sigonella e Niscemi?

di Salvo Barbagallo

 

Apprendiamo da un servizio di Franco Iacch sul quotidiano Il Giornale che il Pentagono sta rivedendo il piano di dismissione delle basi in Europa: L’European Infrastructure Consolidation, elaborato dalla Base Closure and Realignment Commission del Congresso, prevede la chiusura di quindici basi in Europa per un risparmio stimato di 500 milioni di dollari l’anno (…) Le basi che vedranno una chiusura parziale o totale sono quelle attualmente dislocate nel Regno Unito, Germania, Belgio, Olanda, Italia e Portogallo (…) Le dismissioni in Italia dovrebbero essere confermate. Parte del Pisa Ammo Storage Area, adibita allo stoccaggio delle munizioni tra Pisa e Livorno, sarà convertita in area non operativa. Parzialmente chiuso Camp Darby, vicino Livorno: metà della base sarà dismessa e consegnata all’Italia. Il Vicenza Health Center, infine, sarà ridimensionato a livello ambulatoriale (…). Ben poca cosa, per come si può notare, per quanto riguarda il nostro Paese sul cui territorio sono collocate una sessantina di basi e non meno (?) di ventimila uomini fortemente equipaggiati con materiale bellico avanzato (bombe nucleari, aerei, flottiglie, droni, impianti di comunicazioni, eccetera). Dalle ultime notizie reperite (superate perché risalenti a qualche anno addietro) sappiamo che l’Italia è il quinto avamposto statunitense nel mondo per numero d’installazioni militari, dopo Germania, con 179 basi, Giappone con 103, Afghanistan con 100 e Corea del Sud con 89.

Nella visita in USA di quattro giorni addietro, il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha discusso con il Presidente Donald Trump di Libia, di terrorismo, di rapporti commerciali, ricevendo conferme che L’Italia è un alleato “vitale” per gli Stati Uniti d’America, ma l’argomento delle installazioni a Stelle e Striscie non si è minimamente toccato, né sfiorato alla lontana. Come ha dichiarato Paolo Gentiloni, l’Italia contribuisce alla pace e alla stabilità nel Mediterraneo e in Siria, ma ‘è da chiedersi se si contribuisce veramente alla “pace” “cedendo” pezzi di territorio agli USA che ne fanno trampolino di guerra proprio nell’area del Mediterraneo.

Nel 2013 la rivista Mother Jones ha quantificato in più di 2 miliardi di dollari la spesa del Pentagono negli ultimi vent’anni per le basi di Napoli, Aviano, Pisa, Vicenza e per quelle in Sicilia. Spesa che negli ultimi anni si è triplicata in Sicilia solo per la realizzazione dell’impianto satellitare MUOS a Niscemi. Dunque appare improbabile che le basi militari USA in Sicilia possano rientrare nel “piano di ridimensionamento” previsto dalla Casa Bianca. D’altra parte l’attuale Governo nazionale italiano (così come i Governi che lo hanno preceduto) non ha mai ipotizzato di rivedere i Trattati bilaterali stipulati che riguardano la presenza “militare” statunitense in Italia, divenuta da tempo “stabile”. Nessun ministro Tricolore ha mai chiesto agli yankee di tornarsene a casa e portarsi via le bombe nucleari che “dormono” nei depositi nostrani, o ha chiesto il “vero” uso dei droni Global Hawks e Predator che decollano e atterrano nell’aeroporto di Sigonella, che dovrebbe essere esclusivamente sede del 41° Stormo dell’Aeronautica Militare Italiana.

A Paolo Gentiloni che lo salutava dopo la “soddisfacente” visita alla Casa Bianca, Donald Trump ha risposto “Non vedo l’ora di essere in Sicilia”, in occasione del G7 di Taormina, unitamente a una delegazione di 250 persone, un numero imprecisato di 007 della CIA, e chissà quanti marines (in borghese?) al seguito. Di certo, proprio nei lavori del G7, nessuno solleverà la questione delle basi militari USA in Sicilia…: l’Italia – come rivelato a Mother Jones da un ufficiale americano – è un Paese che offre flessibilità operativa, con poche restrizioni e piena libertà d’azione. Un Paese dove, per utilizzare le parole dell’ex ambasciatore Usa in Italia Melvin Sembler, il Governo dà al Pentagono tutto ciò che vuole”

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