Sta costando miliardi il Ponte che non si fa

di Salvo Barbagallo

 

Quante volte la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina è tornata nelle “promesse” di premier e ministri? Quante volte i tanti protagonisti dei vari Governi nazionali che si sono succeduti nel corso di anni e anni hanno messo nelle loro “agende” la realizzazione della “grande opera” che avrebbe dovuto unire (finalmente!) le “due Italie”? Basti vedere i tempi di “realizzazione” dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria per rendersi conto che le volontà politiche sono fluttuanti, così come le promesse che vengono tirate fuori ad ogni competizione elettorale che, in un modo o in un altro, interessi il Sud. Una riprova è la cosiddetta ferrovia veloce che si ferma a Napoli, o le “altre” ferrovie veloci riguardano la Sicilia.

Ebbene, questa (forse) lunga premessa per dire che ora la Corte dei Conti vuole accelerare l’iter per la liquidazione (già in cessata attività dal 15 aprile del 2013) della Società Ponte sullo Stretto che ha chiesto allo Stato più di 300 milioni per il lavoro pregresso effettuato. Un iter in un certo senso bloccato quando l’ex premier Matteo Renzi alla fine del settembre 2016 aveva rispolverato il progetto sostenendo che la sua attuazione avrebbe creato “100 mila posti di lavoro”. Appunto, quelle “promesse” che regolarmente vengono tirate fuori o nei momenti di crisi o nell’approssimarsi di una competizione. In quel caso si era alla vigilia del Referendum Costituzionale, e in quel caso le “promesse” non furono sufficienti a fare passare la riforma della Costituzione che il Governo Renzi voleva imporre al Paese. Ora i magistrati della Corte dei Conti hanno sottolineato che – tra i contenziosi che la oppongono ai privati e il contenzioso con le autorità pubbliche – a pagare sono sempre i contribuenti, che devono tenere in vita una società inutile e che è costata soltanto nel 2015 poco meno di 2 milioni per il solo mantenerla in vita. Una situazione apparentante paradossale se si considera che non risultano iniziative della Presidenza del Consiglio dei ministri e del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti – oltre a quelle di resistenza in sede giudiziaria – per por fine al contrasto con la concessionaria. Ecco perché la Corte dei Conti ritiene che “si impongono iniziative volte a rendere più celere la liquidazione della concessionaria, dal momento che, prevedibilmente, le pendenze giudiziarie con le parti private si protrarranno ancora per un lungo periodo e la sopravvivenza della società ha comportato una costosa conflittualità fra entità che dovrebbero, al contrario, agire all’unisono nel superiore interesse“.

Si dovrebbe prendere veramente in considerazione ciò che la Corte dei Conti indica, i cui magistrati hanno ritenuto opportuno di non tenere come metro di decisione le “promesse” o le “intenzioni” dell’allora premier Matteo Renzi che sbandierò a destra e a manca la possibilità di portare a termine il progetto del Ponte sullo Stretto, cercando di illudere quanti ancora speravano. Nel verdetto che chiede una rapida chiusura della procedura di liquidazione della società Stretto di Messina, la Corte dei Conti ha calcolato che questa società ha speso dal 1981, anno della sua costituzione, al 2013, anno della decisione di liquidarla, 958.292 milioni di euro, cui vanno aggiunti altri sei milioni dal 2013 al 2016, perché la società esiste ancora, e spende.

Alla storia infinita del Ponte sullo Stretto, a conti fatti, la parola “fine” è difficile da mettere.

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