Violenza e orrore senza frontiere

Di Salvo Barbagallo

Non ci sono più frontiere per la violenza, l’orrore si respira nell’aria ma l’organismo “umano”si adatta a tutto, e tutto scivola via perché le cose nefaste capitano “agli altri”, e fin quando non si è colpiti direttamente l’orrore dura poco e viene sopraffatto dal gossip del quotidiano. I terroristi hanno colpito la Francia, uccidendo i redattori di un giornale satirico: c’è stato orrore e condivisione del dolore, ma c’è stato anche chi ha detto “se la sono voluta”. Ora si prova raccapriccio per le vittime dell’attentato al museo di Tunisi: persone comuni che erano in vacanza, e di certo “non se la sono cercata” la loro fine, ma quando è durato questo “raccapriccio”? E’ vero, troppi i problemi che le persone comuni devono affrontare, troppi i problemi che devono risolvere i governanti del Paese per pensare continuamente ai “pericoli” che vengono da fuori, ai pericoli che non si comprendono da dove nascono e perché si moltiplicano con assurda velocità.

Vengono uccisi i Cristiani per la loro fede, a decine vengono uccisi, ma presto queste “esecuzioni” vengono dimenticate, così come “archiviate” nella memoria sono le teste mozzate dai jihadisti e non desta sorpresa (o repulsione) l’apprendere che migliaia di occidentali militano nelle milizie del Califfato. Alla fine non desta sorpresa neanche la reazione negativa alla notizia che Vanessa Mazzullo e Greta Ramelli, le due italiane rapite e rilasciate dietro riscatto statale, vogliono tornare in Siria,  là dove vennero catturate e tenute prigioniere: la passione per il volontariato è di certo importante, ma il “bene” si può fare ovunque, hanno commentato in molti.

Condividiamo quanto scrive Giacomo Costa su “Huffington Post”: “… se prendiamo sul serio il fatto che la guerra è mondiale, cadono gli alibi che permettono – a chiunque nel mondo, ma in particolare a noi occidentali – di considerarcene fuori, o tutt’al più di pensarci solo come potenziali vittime di guerre altrui. Che cosa vuol dire davvero che “noi” siamo in guerra? Con quanti diversi ruoli siamo coinvolti, magari non come singoli, ma come Paesi o come Occidente? Non sono forse (anche) fra noi «Questi pianificatori del terrore, questi organizzatori dello scontro, come pure gli imprenditori delle armi, [che] hanno scritto nel cuore: “A me che importa?”» (per riprendere le parole di Papa Francesco a Redipuglia)?”.

Siamo in guerra, ma non ne siamo pienamente convinti: l’indifferenza verso le questioni che non ci toccano direttamente (come detto) riesce a coprire ogni cosa, soprattutto se orribile. Per adesso si preferisce mettere la testa sotto la sabbia, “copiando” i comportamenti degli struzzi. Ci auguriamo che non accada qualcosa di tragico, così come in diversi Paesi vicino all’Italia già è accaduto. Ma poi: se dovessero verificarsi eventi violenti, saremmo subito in grado di “scaricare” la colpa su qualcuno, non certo su noi stessi.

La violenza, l’orrore e il terrore ormai da tempo non hanno confini.

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