Nei documenti segretati la verità su Salvatore Giuliano

Una nota di Mario Di Mauro, presidente dell’Istituto Mediterraneo per la Democrazia Diretta -“TerraeLiberAzione”, riporta alla ricerca della “verità” su una pagina della storia di Sicilia dimenticata da tanti, ignorata dai più perché “non conosciuta”: la controversa vicenda di Salvatore Giuliano e della sua “banda” che influì sulla vita dell’Isola dal 1945 al 1950. E oltre. Mario Di Mauro sostiene (non certo a torto) che è il momento di sapere “la verità” perché in quest’anno 2016 scade il cosiddetto “Segreto di Stato” e i documenti riguardanti quel “caso” potranno (o dovrebbero) essere resi pubblici. La “nota” porta un titolo emblematico:

La Verità sulla”banda Giuliano”: Mattarella lo sa…

giudi Mario Di Mauro *

E’ passato tanto tempo da quando il reporter Micheal Stern inventava il “King of the Bandits” sulla più prestigiosa rivista di quel mondo, Life Magazine (23 Febbraio 1948). E’ passato tanto tempo da quel 5 luglio del 1950 in cui ufficialmente Turiddu Giulianu venne tolto di mezzo, sebbene “l’unica cosa sicura è che è morto”. Ce ne siamo occupati diverse volte negli ultimi decenni, siamo vecchi amici della famiglia Giuliano-Sciortino… se ritorniamo sull’argomento è perché in questo anno 2016 dovrebbe scadere il SEGRETO di STATO sulla vita e sulla morte di Salvatore Giuliano. Si sa di due voluminosi faldoni custoditi al ministero dell’Interno e di molti altri documenti custoditi al ministero della Difesa. Cosa ci sia ancora da nascondere facciamo finta di non saperlo…

Le prove, per esempio, che nella primavera del 1948 il leader della Democrazia Cristiana palermitana  incontra Salvatore Giuliano offrendogli la grazia (o una via di uscita, forse in Brasile, nelle vaste tenute di un principe siciliano). Della “trattativa” era informato il ministro degli Interni, un altro siciliano.

Il politico si chiamava Bernardo Mattarella. Il ministro era Mario Scelba. Il principe era Alliata. E’ solo una delle pagine del “romanzo criminale” di una Tragedia greca avvolta nelle nebbie dello Spettacolo coloniale che tutto ammuccia e mascaria.

Chiediamo al Presidente della Repubblica e al Ministro degli Interni la pubblicazione integrale di quanto segretato. Nulla di più.

Allo stesso tempo invitiamo pubblicamente il direttore dell’Enciclopedia Treccani a riaprire la voce “Giuliano” su almeno un punto: “EVIS -Esercito Volontario per l’Indipendenza Siciliana, formazione militare clandestina aderente al MIS (Movimento per l’indipendenza della Sicilia), attiva dal 1944 al 1946. Fra i suoi massimi esponenti furono il giurista A. Canepa (1908-45) e il bandito S. Giuliano”.

L’EVIS nasce e muore col professore CANEPA (il 17 GIUGNO 1945) e non ha mai avuto alcun rapporto di alcun genere con la “Banda di Montelepre”. Il resto non ci interessa, in realtà lo sappiamo. Invieremo ufficialmente un dossier all’amico Massimo Bray, direttore dell’Istituto Treccani. In verità la figura del professore Canepa – capo partigiano e raffinatissimo intellettuale europeo – è oggetto del più spaventoso depistaggio dell’intera storia siciliana del Novecento.

* Presidente dell’Istituto Mediterraneo per la Democrazia Diretta -“TerraeLiberAzione”


giu3In merito a questo delicato argomento, riportiamo un brano del volume “L’avvenire che non venne” (ormai introvabile) pubblicato nel 2004

 

di Salvo Barbagallo

(…) Il 14 settembre del 1948 viene presentata alla Camera dei deputati, una proposta di legge per la costituzione di una Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla situazione dell’ordine in Sicilia. Nella discussione che ne scaturisce l’onorevole Domenico Magrì,

democristiano, sdegnato dichiara: «…Noi sappiamo che il fenomeno Giuliano si va sempre più limitando, sempre più circoscrivendo sotto l’azione delle forze dell’ordine, e dico che è tempo di riportare ai limiti della realtà questo mito che è stato ingrandito, ingigantito dai gazzettieri che hanno bisogno dei pezzi di colore, dalle giornaliste isteriche e dalla ricerca affannosa e incontrollata di speculazione politica. Io vi dico, onorevoli colleghi, che è tempo che cessi questa scandalosa speculazione…».

Nel dibattito al Senato del 22 giugno 1949, a seguito dell’interpellanza del senatore Cerica al ministro dell’Interno «sulle condizioni della pubblica sicurezza nella provincia di Palermo», il senatore Casadei sottolinea come «… Prima del 2 giugno (1946) la Sicilia fu spettatrice di strani connubi. Si agitarono contemporaneamente contro la Repubblica noti capi dell’esercito, grandi nomi della proprietà feudale, alti nomi del clero. E la mafia e il banditismo appoggiarono attivamente talune correnti politiche, senza peraltro riuscire ad assicurarsi, nella fase di allora, una salda alleanza con quello che avrebbe potuto essere il futuro partito di governo. Sta di fatto che il banditismo, la mafia ed il separatismo furono lanciati in quel tempo nelle posizioni più esposte contro l’autorità dello Stato unitario. Il Governo, che risentiva ancora della spinta democratica del CLN, affrontò la situazione con vaste operazioni, e dopo qualche mese il problema dell’EVIS e delle grandi bande armate fu risolto. I risultati definitivi, però, non li conoscemmo mai. Si disse che nuovi rapporti erano andati creandosi fra il banditismo da una parte e l’Ispettorato di Polizia e l’Alto Comando Militare della Sicilia dall’altro. Ma tutto, come sempre, rimase nel buio. Vennero poi le elezioni del 20 aprile 1947. La vittoria clamorosa del Blocco del Popolo significò principalmente due cose: in primo luogo il formidabile slancio in avanti delle masse lavoratrici; in secondo luogo la fine di ogni illusione legittimista e separatista. Nelle critiche privilegiate fu un grido di allarme! E accadde che il banditismo e la mafia furono violentemente scagliate contro il movimento sindacalista, contro il movimento cooperativistico. E la fase che potremmo chiamare anticomunista del banditismo siciliano.

«E’ la fase di Portella della Ginestra del cui strage Giuliano si vanta pubblicamente sui giornali. E’ la fase in cui nessuna azione straordinaria di Polizia viene intrapresa in Sicilia; in cui nessun responsabile, salvo qualche esecutore materiale, viene arrestato (…). Fino a quando perdurò questa fase di persecuzioni contro le masse operaie? Fate attenzione: fino al 18 aprile 1948. Infatti dopo il successo elettorale governativo si constata subito che la funzione del banditismo diventa molto problematica, mentre la mafia più “legale” si costituisce un forte titolo di merito verso i partiti di governo (…). Ma il ministro dell’Interno sa in quali condizioni economiche, sociali, ambientali e politiche è inserito il problema che avrebbe il dovere di risolvere? Conosce il ministro dell’Interno l’esistenza di quella organizzazione a delinquere che è la mafia e i rapporti di questa col mondo ufficiale? (…). Orbene quando un ministro e, di conseguenza, i suoi sottoposti affermano che siamo di fronte a un semplice problema di Polizia, non solo urta contro la realtà dei fatti, ma dimostra di non avere compreso i termoni e quindi di non possedere le capacità per risolverlo. Che se poi egli affermasse una cosa che non pensa, allora il suo atteggiamento assumerebbe una gravità tale da aiutare obbiettivamente la non soluzione del problema(…)».

Mario Scelba
Mario Scelba

Alla richiesta al governo della sostituzione del ministro dell’Interno, Mario Scelba, e di una inchiesta che accerti le collisioni sospettate, De Gasperi risponde: «…Quello che è strano e che trovo veramente caratteristico in questa mozione è che questa volta il ministro dell’Interno, il quale è accusato di solito di essere l’uomo della repressione, l’uomo dell’ordine agrario, della dittatura poliziesca, oggi viene accusato di essere troppo debole per mantenere l’ordine e la tranquillità (…). Riguardo all’inchiesta, una breve parola. Una inchiesta in una Regione che ha novanta tra senatori e deputati regionali, e quidi un governo regionale, un’inchiesta è difficile giustificarla e legittimarla. Dovrebbero essere in fin dei conti i rappresentanti del resto d’Italia che vanno in Sicilia con uno scopo specifico corrispondente a un male specifico per una clinica specifica. Questo è evidentemente esagerato. Mi pare che non ci sia la base per ricorrere a questo sistema. Ma vengo ad una conseguenza pratica. Le inchieste che sono state oggetto di approfondito esame hanno portato senza dubbio vantaggi, ma esse non sono soprattutto necessarie per gli abusi avvenuti; esse, durante il corso di una operazione, sono fatali perché non fanno che deprimere l’impegno e il dovere delle forze di pubblica sicurezza.

«Non è possibile a quei carabinieri a quei membri della polizia, i cui compagni sono caduti, andare a dire: «Aspettate un po’, adesso viene un’inchiesta generale del Parlamento per vedere cosa avete fatto!». Si sa che le inchieste si trasformano quasi sempre in inchieste sul conto delle operazioni di polizia; questo vorrebbe dire interrompere per lungo tempo il corso naturale delle cose (…)».

Nella notte del 4 luglio 1950 Salvatore Giuliano viene ucciso, mentre alla Corte d’assise di Viterbo si celebrava il processo per la strage di Portella della Ginestra. La versione ufficiale è che il bandito è caduto a seguito di un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine. Dopo ventun anni l’ex ministro dell’Interno Mario Scelba si rammarica con un membro della Commissione Antimafia, il democristiano onorevole Giuseppe Azzaro, perché gli vengono mosse ancora accuse sull’increscioso episodio. Scelba sostiene d’avere fatto tutto il suo dovere, affidando nel 1954 a tre generali di corpo d’armata un’inchiesta sulla fine del bandito. II documento cui fa cenno Scelba viene acquisito agli atti della Commissione Antimafia: si sostiene che fu Gaspare Pisciotta a sparare a Giuliano, ma che questi rimase in vita, sebbene ferito. Fu il capitano Perenze a falciare Giuliano con una raffica di mitra. Giuliano poteva essere catturato vivo, ma così non si volle. Da vivo sicuramente avrebbe potuto fare i veri nomi dei mandanti di tanti assassini. E ciò non sarebbe certamente giovato a politici e politicanti di chiara estrazione. Il 3 giugno del 1951, per la seconda volta, si tengono in Sicilia le elezioni per il rinnovo dell’Assemblea regionale. La Democrazia Cristiana ottiene il 31,20 per cento dei voti (666.268); il Blocco del Popolo il 30,19 (644.384 voti); il Movimento Sociale Italiano, al suo pruno vagito, il 12,82 per cento (273.772 voti). II Movimento separatista non è neppure pure presente nelle liste: i parlamentari che lo avevano rappresentato si sono inquadrati, nella maggior parte dei casi, nei partiti di destra (…).

 

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