Rocco Chinnici e i tanti, tanti altri: basta ricordare?

di Salvo Barbagallo

Da una nota dell’Agenzia Ansa di due giorni addietro (29 luglio): “Un altro ricordo doloroso. 29 luglio 1983, via Pipitone, Palermo: la mafia uccide con un’autobomba Rocco Chinnici e, con lui, il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, il brigadiere Salvatore Bartolotta, il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi. Chinnici fu tra i primi a capire la dimensione e la peculiarità della mafia. Fu proprio lui, ad esempio, a insistere per il coordinamento delle indagini su Cosa nostra, l’unico modo per poterla combattere in modo efficace: fu l’inizio del famoso pool antimafia di Falcone e Borsellino”. Lo afferma in una nota il presidente del Senato Pietro Grasso. Sul luogo della strage, si è svolta una commemorazione e altre iniziative sono state portate avanti nella giornata per ricordare il tragico e criminale attentato.

Periodi oscuri della storia di Sicilia, nella storia d’Italia costellati da crimini spesso rimasti impuniti, le cui radici affondano nel malessere complessivo del Paese non circoscrivibile nel tempo per le conseguenze che ne sono derivate. Troppe le vittime, in un’agenda forse da scrivere in ogni pagina per ogni giorno dell’anno.

Basta ricordare? Certamente, ma non solo. Occorre ricordare quegli anni perché quanto si vive oggi (volente o nolente) è il risultato di avvenimenti spesso finiti in archivi polverosi, comunque lontani e (quasi) dimenticati da tutti.

Noi ricordiamo quegli anni con quanto scritto in alcuni capitoli di un nostro libro (anche quello finito nella polvere degli archivi) pubblicato nel 2004, “L’avvenire che non venne”, che descrive le angosce vissute in Sicilia. Pessimisticamente dovremmo aggiungere “L’avvenire che non verrà”… dal momento che poco o nulla sembra cambiare?


Da “L’avvenire che non venne”

 

Il 9 novembre del 1979 il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, giunge a Palermo: una visita sollecitata dal presidente della Regione Piersanti Mattarella; una visita che voleva significare la presenza dello Stato in Sicilia dopo la serie di omicidi perpetrati contro personaggi di sicuro vaglio. Nel corso dell’anno sono caduti il giornalista Mario Francese (26 gennaio), il capo della squadra Mobile Boris Giuliano (21 luglio), il magistrato Cesare Terranova (25 settembre).

Per Sandro Pertini l’impatto con la realtà isolana è abbastanza violento: ha un incontro con le vedove della mafia (in quella circostanza è presente anche la madre del sindacalista Salvatore Carnevale, signora Serio); un incontro con i terremotati del Belice che, dopo undici anni dal terribile evento sono ancora in attesa di una casa; un incontro con i rappresentanti del governo regionale, con Piersanti Mattarella e il presidente dell’Assemblea Michelangelo Russo; un incontro con giovani palermitani che gli pongono domande imbarazzanti.

A Pertini si mostra una Sicilia non certo oleografica, turistica e folkloristica, ma una Sicilia nei suoi aspetti più drammatici. Una visita, questa del Capo dello Stato, che non era apparsa come una passeggiata, ma come un avvenimento che assumeva particolare significato.

L’angoscia per Sandro Pertini non si conclude con questi incontri che denunciano una situazione al limite di rottura: mentre l’indomani sta per lasciare il capoluogo regionale, diretto a Catania, Pertini riceve la notizia di una strage avvenuta al casello di San Gregorio, dell’autostrada Catania-Messina. Tre carabinieri sono stati trucidati poco dopo le cinque del mattino, mentre stavano effettuando la traduzione del detenuto Angelo Pavone, dal carcere del capoluogo etneo a quello di Bologna.

Cosa era accaduto al casello autostradale? L’auto di traduzione, una «Mercedes» guidata dall’autista civile Angelo Paolella, con a bordo il brigadiere Giovanni Bellissima (24 anni, di Mirabella Imbaccari), e gli appuntati Domenico Marrara (50 anni, di Reggio Calabria) e Salvatore Bologna (41 anni, di Palazzolo Acreide) stava per immettersi sull’autostrada. Sono le 5 e 17, come testimonierà lo scontrino rimasto appeso alla biglietteria automatica che stava per essere ritirato dal Paolella, allorché i killers, nascosti dietro le colonnine delle biglietterie, aprono il fuoco. La sparatoria dura pochi secondi: viene colpito prima l’autista, poi i tre militi. Gli assassini, compiuto l’agguato, liberano il detenuto e si danno alla fuga.

Angelo Pavone, in realtà, non era stato «liberato», ma preso in consegna per essere «processato» dal tribunale della malavita, e condannato a morte: il suo cadavere verrà ritrovato (morte per strangolamento) abbandonato nell’immondizia nei pressi del cimitero di Gravina.

Giunto a Catania Sandro Pertini cambia il programma protocollare per andare a rendere un doveroso omaggio alle tre vittime, i cui cadaveri sono stati composti in una camera ardente allestita in una sala dell’ospedale Garibaldi.

Davanti alle salme il Capo dello Stato esprime il suo stato d’animo con poche, ma efficaci parole: «Siamo in guerra, siamo in prima linea».

Epifania del 1980 a Palermo, poco più di due mesi dopo la visita di Sandro Pertini. Via Libertà, alle 12 e 50 minuti, è quasi deserta. Il presidente della Regione Piersanti Mattarella sale sulla sua auto, una «Fiat 131», dopo aver aperto il cancello: gli è seduta accanto la moglie Irma Chiazzese, nei sedili posteriori la suocera e la figlia Maria. Il presidente mette in moto e porta fuori la vettura, quindi ridiscende dall’auto per chiudere il cancello, e torna a sedersi aspettando il figlio. Né Mattarella, né gli altri occupanti l’auto fanno caso ad una «127» chiara, con due giovani a bordo, che si stava avvicinando. Dall’utilitaria scende un giovane, occhiali scuri, giacca a vento, che si avvicina alla vettura del presidente dal lato sinistro, quello di guida. Il giovane estrae una pistola ed esplode contro Piersanti Mattarella quattro colpi.

Irma Chiazzese racconterà che il marito non si è accorto di nulla, ma che lei ha intuito qualcosa, ma non ha avuto neppure il tempo di reagire. La donna si getta sul marito, gli prende la testa fra le mani, viene colpita dagli stessi proiettili indirizzati sul coniuge. Il killer si ferma guardando la donna non spara più: si allontana verso l’auto dove l’attende il complice, che forse lo rimprovera poiché ritorna sui suoi passi, per sparare ancora sul corpo ferito del presidente.

Compiuta la loro missione i due killer scompaiono. Mattarella viene soccorso, ma morirà sette minuti dopo essere stato ricoverato in ospedale: sei ferite, delle quali cinque all’altezza del cuore.

Quale la natura del delitto? Questa la prima domanda alla quale gli inquirenti cercano di dare una risposta. Alcuni messaggi di rivendicazione dell’omicidio (sigle di opposti estremismi) fanno pensare, in un pruno momento, ad un attentato terroristico, ma in seguito risulteranno prive di fondamento.

Nell’ufficio del procuratore capo Gaetano Costa i vertici si susseguono, esaminando i risultati delle prime indagini. Si susseguono anche i pubblici dibattiti, ed in uno di questi (al Club della Stampa di Catania) presenti il vicepresidente della Regione, Carlo Giuliano, il sottosegretario alle Finanze, Giuseppe Azzaro, il preside della facoltà di Lettere dell’ateneo catanese, Giuseppe Giarrizzo, il prof. Sandro Giuliano (fratello del capo della Mobile, Boris Giuliano, assassinato un anno prima) dichiara: «Il fenomeno della criminalità può essere debellato solo con l’aiuto della coscienza popolare. E’ indispensabile isolare la violenza. E’ un processo a tempi lunghi: tutti hanno paura, ma la battaglia può essere vinta solo se si dà modo alla gente di riacquistare la fiducia nello Stato. O la mafia ha vinto, oppure sono sbagliati i metodi che la lottano. Cosa si può fare? Bisogna chiederlo agli esperti, ma a mio avviso nessuna indagine a posteriori può servire: soltanto le misure preventive possono cambiare lo stato delle cose. Se questi delitti provengono da mandanti che si sono arricchiti all’improvviso, con gli appalti, perché non fare immediati accertamenti sulle ricchezze acquisite? I metodi ci sono: basta applicarli. Si sta scoprendo solo adesso che gli omicidi possono avere un comune denominatore? Perché aspettare che si verificassero? Bastava tenere conto che nel 1977/’78 a Palermo si sono avuti ben 102 omicidi…».

Se nel ’77/’78 a Palermo gli omicidi hanno superato quota «cento», nel 1980 la cifra non si discosta molto: gli assassinati sono ottantotto, e fra questi personaggi illustri, quali appunto, Piersanti Mattarella, quindi il capitano dei carabinieri Emanuele Basile (il 14 maggio), il procuratore capo della Repubblica Gaetano Costa (6 agosto); il sindaco di Castelvetrano, Vito Lipari (13 agosto).

Se già aveva suscitato scalpore l’omicidio dell’ufficiale dei carabinieri per le modalità m cui si era svolto (Emanuele Basile venne assassinato davanti alla caserma dell’Arma, a Monreale), la mafia fa sentire tutta la sua arroganza con l’uccisione di Gaetano Costa. Il magistrato passeggiava tranquillamente in via Cavour, una delle strade più frequentate del capoluogo regionale, quando alle 19 e 30 un giovane sui ventisei anni, a viso scoperto, scende da una «A 112» e si insinua tra la folla raggiungendolo alle spalle. La dinamica dell’assassinio non muta molto da quella di altri episodi similari: il giovane killer scopre il revolver, occultato da un giornale, e prende a sparare contro il suo bersaglio, incurante delle urla di terrore dei passanti. Visto crollare a terra la vittima l’assassino, con estrema calma e disinvoltura, ripone l’arma fra i fogli del giornale, e si allontana indisturbato. Gaetano Costa stramazza a terra in fin di vita, davanti al «Supercinema Excelsior»: qualcuno chiede aiuto, e il ferito viene trasportato immediatamente all’ospedale civico. Nonostante le cure dei sanitari morirà poco dopo le venti.

Gaetano Costa, 64 anni, nato a Caltanissetta il 29 febbraio del 1916, concludeva in tal modo la sua brillante carriera aggiungendo il suo nome a quella lunga lista di personaggi decimati dalla mafia.

Gaetano Costa si trovava a Palermo da poco più di un anno: aveva iniziato la sua camera a Roma, ma nel 1944 si era fatto trasferire a Caltanissetta, dove svolse il ruolo di sostituto procuratore sino al 1965. Si era occupato di tutti i processi di grossa delinquenza e mafia del Nisseno e dell’Ennese. Fu procuratore capo sino al 1978, finquando non venne trasferito a Palermo.

La moglie del magistrato, Rita Bartoli, dichiarerà che il marito non era stato colto di sorpresa per quanto accadeva a Palermo: «Aveva capito da tempo che la mafia viveva in simbiosi con la pubblica amministrazione. Era un tema che aveva trattato anche davanti alla Commissione antimafia nel 1969, in aperta contrapposizione con quanti sostenevano che la Mafia, con la fine del feudo, andava verso una estinzione naturale. Lo hanno ucciso perché andava per una certa strada con fermezza, e sapevano che non potevano bloccarlo. Per questo l’hanno eliminato».

Gaetano Costa da un anno coordinava indagini parallele che differenti giudici istruttori conducevano da mesi sul traffico internazionale della droga, la cosiddetta «Sicilian Connection», con i vari legami negli Stati Uniti ed in altri Paesi. Inchiesta (il cui filone principale era giunto da Agrigento al tribunale di Palermo) condotta dal giudice istruttore Montisi, concernente l’operazione antidroga avviata da un anno a quella parte, e che toccava i boss di Raffadali Librici e Fretto, i boss di Caltanissetta e di Cinisi. Un’altra inchiesta veniva condotta dal consigliere istruttore Rocco Chinnici: riguardava il riciclaggio di «dollari sporchi»; un’altra inchiesta ancora concernente la mafia di Altomonte, ed infine quella rivolta alle famiglie degli Spatola, dei Gambino, degli Inzerillo, ed i relativi collegamenti con «Cosa Nostra». Di tutte queste inchieste il procuratore capo della Repubblica Gaetano Costa seguiva attentamente le varie fasi, gli sviluppi, in maniera instancabile. Nell’aria c’era la sensazione che si stava giungendo, forse, ad una svolta decisiva, a quella «testa di serpente» che riusciva a rimanere sempre nell’ombra. Ma Costa puntava ancora più m alto: ai collegamenti del traffico internazionale della droga, con la mafia degli appalti. Proprio per questo aveva chiesto alla Guardia di Finanza ulteriori indagini ed accertamenti bancari. Da aggiungere, inoltre, che l’inchiesta affidata al giudice Falcone sembrava essere pervenuta a risultati consistenti, dopo la denuncia di 55 presunti mafiosi appartenenti ai clan degli Inzerillo, Spatola, Di Maggio e Gambino, effettuata nei mesi precedenti.

Gaetano Costa stava per andare in ferie, dopo avere sistemato le sue carte, e dopo averle esaminate ancora una volta: si prefiggeva una pausa di riposo per riprendere con maggiore lena al suo ritorno a Palermo, fissato per i primi di settembre. Lo uccidono per non farlo procedere oltre.

La magistratura non si lascia intimidire: molte sono le inchieste che continuano a Palermo, ma anche in altre città d’Italia. La strada che si segue è quella del coordinamento delle indagini: un orientamento che scaturisce dagli incontri che i giudici siciliani hanno, in quei periodi, con i colleghi del continente, impegnati sul fronte della droga. Dallo scambio di idee, e dai rilievi sulla documentazione raccolta, emerge che il capoluogo siciliano è l’epicentro del traffico internazionale degli stupefacenti: da Palermo si dirama la ragnatela che tocca non solo le altre città italiane, ma anche quelle di altre Nazioni. Gli inquirenti riescono a delineare, nelle grandi linee, lo schema che impronta il lavoro dell’organizzazione criminale.

La scoperta di quattro laboratori di raffinazione della droga nel Palermitano, che portano anche all’arresto del noto boss Gerlando Alberti, consente alla magistratura di muoversi con più speditezza, mentre altri noti personaggi figurano imputati in processi in corso di istruzione, oltreché a Palermo, a Milano, Roma e Bologna. Il quadro complessivo che emerge riguarda l’intrecciata rete delle connessioni e delle connivenze.

Il successo delle indagini è dovuto, in gran parte, al lavoro avviato da Gaetano Costa: a quelle ricerche presso gli istituti bancari, per scoprire in che modo venisse riciclato il danaro sporco, frutto dei proventi del traffico della droga, in imprese commerciali apparentemente lecite. Quelle ricerche offrono un contributo fondamentale: la magistratura è in grado di comprendere le articolazioni economiche e finanziarie dell’organizzazione criminale; può controllare l’enorme e costante flusso di danaro che viene sfruttato per attività che vengono svolte alla luce del sole.

In questo periodo al Nord la magistratura colpisce le articolazioni periferiche, e nella rete degli inquirenti cadono piccoli e medi trafficanti. Vengono messi a segno colpi di un certo interesse, come quello della scoperta di quarantadue chili di eroina all’aeroporto milanese di Linate, in possesso dei fratelli Domenico e Antonio Adamita: un caso che fa parte integrante dell’inchiesta istruita a Palermo dal giudice Giovanni Falcone, e che colpisce le «famiglie» siculo-americane degli Inzerillo, dei Gambino e degli Spatola. In un’altra «retata» al Nord vengono arrestate otto persone, fra le quali il braccio destro di Gerlando Alberti, Francesco Scaglione, che controllava parte dei mercati di Milano, Genova, Bologna, Firenze e Torino.

Si deve, dunque, al nuovo indirizzo della magistratura palermitana, che agisce in pool e in coordinamento con quella delle altre città e in sintonia con gli investigatori americani della DEA (Drug Enforcement Agency) i successi di questi mesi, che hanno sviluppi eclatanti anche negli USA dove, ai primi di ottobre, nella hall dell’aeroporto Kennedy di New York, viene sequestrato un grosso quantitativo di eroina (valutato intorno ai quarantacinque miliardi) trasportato da un corriere di Partinico e occultato dentro mobili antichi.

L'uccisione del giudice Terranova
L’uccisione del giudice Terranova

Sono episodi di una guerra che continua, e Palermo si trasforma nella capitale delle indagini: la magistratura di tutta Italia, gli inquirenti europei ed americani, devono necessariamente fare punto di riferimento al capoluogo regionale, dove i giudici palermitani sono in prima linea. Anche i risultati delle inchieste condotte in America vengono indirizzate a Giovanni Falcone, il magistrato che è riuscito a dare una svolta alle inchieste sulla «Sicilian Connection».

Per Falcone i meccanismi sono ormai chiari: l’organizzazione criminale affida il traffico della droga ad elementi che, nella maggior parte dei casi, sono legati ai vari clan locali; questi elementi sono strettamente collegati a grossi imprenditori i quali, a loro volta, attraverso canali oscuri, riciclano il danaro sporco. Il livello finale di questa organizzazione criminale è quello costituito dalla «gestione degli affari». In pratica la struttura della «Sicilian Connection» è articolata su tre livelli: uno criminale, uno imprenditoriale, uno finanziario.

Queste le risultanze di anni di lavoro e di indagini in mezzo mondo.

Gli equilibri all’interno di questa struttura incominciano a vacillare sotto le pressioni degli inquirenti, ma anche per la lotta che si accende all’interno dei vari clan mafiosi, se è vero che anche personaggi ritenuti «intoccabili» incominciano a cadere sotto i colpi dei killer. E’ il caso di Salvatore («Totuccio», per gli amici) Inzerillo, assassinato alle 12 e 30 dell’ 11 maggio del 1981: un delitto si sostiene, che segna una fondamentale tappa nella lotta all’interno della mafia.

Salvatore Inzerillo, 37 anni, latitante da trentasei mesi, viene ucciso a bordo della sua «Alfetta» blindata in via Brunelleschi: i killer lo aspettano a bordo di un furgone rubato, e gli esplodono contro una gragnola di proiettili. Inzerillo appariva costantemente fra i nomi più «qualificati» nelle varie indagini che da tempo i magistrati portano avanti per chiarire, o comprendere meglio, la intrigata mappa del traffico degli stupefacenti. Totuccio inzerillo era venuto alla ribalta come il «re» indiscusso di alcune delle più tormentate borgate palermitane: quelle dell’Uditore e di Passo Rigano, ricevute in «eredità» dallo zio Rosario Maggio (il famoso «Don Sasà») che aveva abdigato in suo favore ritirandosi a vita privata. E’ opinione di molti che Inzerillo fosse stato il trait-d’union tra la vecchia mafia ed il clan dei corleonesi. Inzerillo veniva indicato, soprattutto, come uno degli iniziatori del nuovo corso della mafia, quello che avrebbe dovuto gestire la strategia dei traffici illeciti degli stupefacenti e il riciclaggio della moneta sporca.

La storia di Sicilia dal dopoguerra è costellata di cadaveri – poco noti o personaggi in vista -: una sorta di diario macabro dove vengono appuntati i fatti di sangue, che, inesorabilmente, finiscono con il coprire la volontà di riscatto che proviene dalla gran parte della gente isolana. Sono tappe che vanno ricordate per cercare di comprendere il perché la Sicilia è rimasta sempre emarginata da un contesto di produttività; per capire il perché in Sicilia le possibilità di sviluppo si siano sempre arenate.

Da una parte c’è la Sicilia considerata regione da sfruttare: una regione che non deve produrre ma solo consumare. Dall’altra parte c’è una Sicilia, territorio franco per la grande delinquenza; un’isola che viene trasformata in una piattaforma per gli affari più loschi, da diramare a ventaglio, in tutto il mondo. Chiunque si oppone a queste logiche, viene stritolato, eliminato come se fosse un corpo estraneo. Ci vanno di mezzo quei magistrati che volevano andare a fondo con le loro inchieste; ci vanno di mezzo quei tutori dell’ordine che hanno tentato di scavare a fondo in una materia che muta aspetto ogni giorno che passa.

Dunque, il rosario di morte continua a snodarsi, non sembra mai giungere la parola «fine» ad una storia il cui inizio si perde nella notte dei tempi. Ad ogni anno che passa centinaia di omicidi, nel mondo della delinquenza di piccolo cabotaggio o d’alto bordo, e fra i tanti assassinati, i nomi d’altro ambiente, quelli che stanno dall’altra parte della barricata a lottare, ognuno con i mezzi che ha, il grande crimine. Allora l’opinione pubblica si scuote e avverte il pericolo, ma finisce con il registrare la propria impotenza. Registra l’assenza dello Stato, l’inefficienza dei politici, spesso accusati se non direttamente di collusione con le cosiddette forze del male, quantomeno di immobilismo. E ad ogni morto ammazzato si ripete lo stesso rituale: le veglie funebri, le commemorazioni. La rabbia di una popolazione che subisce, ma che non ha i mezzi per reagire.

(…)

Giangiacomo Giaccio Montalto e Rocco Chinnici

 

Con la scomparsa del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa la Mafia non mette la parola fine alla lunghissima litania di sangue. La storia ha tappe che appaiono obbligate: ad un successo degli inquirenti, una catasta di morti, qua e là qualche nome illustre come a caratterizzare (o equilibrare) i tanti più o meno sconosciuti che, nella maggior parte dei casi, fanno parte dello stesso mondo criminale. Su questo fronte cadono nel 1983 due magistrati di spicco: Giangiacomo Giaccio Montalto e Rocco Chinnici. Il copione si ripete con tragica frequenza: un copione, quello dell’assassinio del magistrato «scomodo», che la Mafia siciliana non ha neppure bisogno di rileggere, prima di metterlo in atto. Un copione collaudato dal tempo, dall’esperienza, dai bilanci positivi, per quella che, una volta, veniva chiamata «onorata società». Nella eliminazione di un magistrato «scomodo» ci sono pochi rischi e molti risultati concreti. Primo fra tutti, parole roboanti a parte, quello di scoraggiare colleghi e successori a imboccare piste che possono, volontariamente o meno, portare in alto. E poi, sempre battendo il copione ben conosciuto, ma aggiungendovi magari qualche tocco di perfezionismo, è sempre possibile depistare, indirizzare le indagini verso falsi obbiettivi. Giangiacomo Giaccio Montalto viene ucciso il 24 gennaio alle ore 1 e 10 (il suo orologio, spezzato, si ferma a quell’ora), mentre si trova a bordo di una «Volkswagen Golf» che aveva appena posteggiato davanti all’ingresso della sua villetta estiva di Valderice, ad una quindicina di chilometri da Trapani. Il delitto viene scoperto quasi all’alba alle 6 e 45) da un contadino che transita per la strada. I carabinieri, accorsi sul posto, trovano il sostituto procuratore riverso sui sedili anteriore della vettura, il corpo letteralmente crivellato da colpi. Diciassette proiettili calibro «7,65» lo hanno colpito in più parti della testa e del torace, la morte è avvenuta all’istante. Secondo la ricostruzione degli investigatori, l’auto del magistrato sarebbe stata circondata dai killer, uno dei quali, armato con un mitraglietta e con una pistola semiautomatica con caricatore speciale, avrebbe sparato una sola raffica a Giangiacomo Giaccio Montalto attraverso il finestrino della portiera, lato guida. Solo due dei proiettili esplosi hanno mancato il bersaglio, andandosi a conficcare nella lamiera del cancello della villetta.

Nato a Roma il 20 ottobre del 1941, Giangiacomo Giaccio Montalto vince il concorso di magistratura e il 5 luglio 1970 viene assegnato al tribunale civile di Roma. Il 28 luglio del 1971 è trasferito alla procura della Repubblica di Trapani ritornando quindi nella zona di cui era originaria la sua famiglia. Suo nonno, infatti, fu sindaco socialista di Erice ai primi anni del secolo. Il padre e la madre abitano nella Capitale. Anche il padre della vittima è magistrato, più precisamente giudice di Cassazione. Il sostituto Montalto era sposato e padre di tre figli. La sera del delitto aveva cenato con due avvocati suoi amici in una trattoria di Buseto Palizzolo, un paesino alle porte di Trapani. Verso le 23, accompagnato dai due amici aveva raggiunto la villetta di Valderice per accendere il riscaldamento. Subito dopo ha accompagnato i due avvocati a Trapani ed è ritornato nella villetta dove erano ad attenderlo i killer. Secondo gli investigatori, gli assassini dovevano conoscere molto bene le abitudini del magistrato, il quale soleva recarsi frequentemente alla villetta ogni qual volta per il suo lavoro aveva bisogno di tranquillità e silenzio. Pare che nella pace della pineta di Valderice, Giaccio Montalto riuscisse a concentrarsi particolarmente nella preparazione delle requisitorie. Per questo motivo era solito portarsi appresso gli incartamenti relativi ai processi che stava seguendo. Un punto questo che non sarebbe sfuggito ai killer, i quali dovevano sapere che l’indomani mattina il sostituto Montalto avrebbe fatto una requisitoria in Corte d’Assise per un omicidio di criminalità comune. Giangiacomo Giaccio Montalto, nei dodici anni di permanenza alla Procura della Repubblica di Trapani, si era praticamente occupato di tutti i procedimenti riguardanti le cosche mafioso dell’intera provincia, la criminalità organizzata. In particolare si era occupato delle indagini sul rapimento senza ritorno di Luigi Corico, l’anziano esattore di Salemi, sulla misteriosa uccisione dei due carabinieri della casermetta di Alcamo Marina, Salvatore Falcetta e Cannine Apuzzo; su due delle «famiglie» più potenti del Trapanese, i Minore di Castellamare del Golfo e i Rimi di Alcamo. Nella sue inchieste aveva sempre messo in luce come Trapani e provincia, fossero gestite da un vero e proprio comitato d’affari, nel quale sarebbero stati implicati anche politici d’alto bordo. Aveva messo il dito nella piaga degli appalti del Belice, «miracoli» che non avevano incontrato l’approvazione della Chiesa, rappresentata dal parroco di Santa Ninfa, don Antonino Riboldi (poi vescovo di Acerra) che non aveva esitato a parlare di «furti a cielo aperto». Giangiacomo Giaccio Montalto, partendo proprio dalle dichiarazioni del sacerdote, aveva istruito il primo processo per il «sacco del Belice», spedendo in galera il costruttore agrigentino Giuseppe Pantalena, e con l’imprenditore elmenti dello staff dell’ispettorato per la ricostruzione delle zone terremotate. L’inchiesta, in seguito, venne avocata dalla Procura Generale di Palermo, unificata con un’altra dozzina di procedimenti similari. Mandare in carcere Pantalena e suoi soci in affari aveva dato al magistrato, per un giorno, abbondante spazio sulle prime pagine dei quotidiani, ma l’episodio lo aveva immediatamente isolato a Trapani. All’inchiesta sul Belice ne erano seguite tante altre, ed ogni nuovo ordine di cattura, ogni nuova comunicazione giudiziaria che veniva spiccata il cerchio dell’isolamento si stringeva maggiormente attorno al sostituto procuratore. Quattro mesi prima d’essere assassinato Giangiacomo Giaccio Montalto aveva lasciato la bella palazzina di via Trenta Gennaio, un edificio stile liberty, alla moglie Marisa e alle sue tre bambine, si era rifugiato nella villetta alle pendici del monte Enee, una zona ideale per un agguato. Per gli assassini ucciderlo è un gioco.

29 luglio 1983: un’autobomba comandata a distanza esplode in via Pipitone Federico a Palermo, provocando una strage. Fra le contorte lamiere delle vetture colpite dall’esplosione c’è il giudice Rocco Chinnici, capo dell’ufficio istruttore, due carabinieri della locale scorta e il portiere dello stabile dove abitava il magistrato. La tesi che viene prospettata nel primo rapporto degli investigatori, destinato al procuratore capo della Repubblica di Caltanissetta, Sebastiano Patanè, titolare dell’indagine per designazione della Cassazione, è che l’attentato dinamitardo si inquadra come una intimidazione centrata sul capo dell’ufficio istruzione, ma che intendeva colpire e condizionare l’operato di tutti i giudici degli uffici di istruzione della Procura generale impegnati nei grandi processi di mafia. La strage, insomma, non avrebbe avuto come obbiettivo quello di intralciare una singola inchiesta — ad esempio le connessioni tra mafia e centrali dello droga thailandesi e dell’Estremo Oriente — ma di bloccare, o quanto meno rallentare e condizionare tutto il cospicuo lavoro impostato a vari livelli dai magistrati di Palermo. Una indagine destinata a saldarsi con i casi Dalla Chiesa, Mattarella, La Torre.

Rocco Chinnici era in attesa di un rapporto, che aveva già discusso con gli investigatori, sulla scorta del quale intendeva procedere alla unificazione dell’inchiesta La Torre-Dalla Chiesa. Compiendo quella scelta, Chinnici intendeva consacrare processualmente l’esistenza di una superstruttura mafiosa, insospettabile, incensurata, vigile e presente ad ogni livello, soprattutto a quello economico della società isolana. Una teoria che il magistrato aveva espresso pubblicamente, in più circostanze, in occasione di dibattiti o seminari di studio sul fenomeno mafioso.

Anche attorno a quest’ultimo eclatante atto di criminalità organizzata, pronta a colpire nel mucchio, senza tenere in alcun conto la vita, crescono le polemiche, seguito naturale di una impotenza ad affrontare e risolvere un problema, quello della mafia, che si trascina da decenni senza possibilità di soluzioni. Dall’Assemblea regionale siciliana partono richieste al governo nazionale affinché si intervenga in maniera radicale, e si esprime «l’insoddisfazione delle misure fino ad ora adottate dallo stato in riferimento alla quantità ed alla qualità di uomini e mezzi impiegati nella lotta alla mafia in Sicilia».

Polemiche suscitano pure le pubblicazioni sulla stampa di appunti contenuti nel diario di Rocco Chinnici, ma gli autori delle fughe delle notizie restano ignoti.

A conclusione è la storia di sempre…..

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