Don Pietro Carrera, sacerdote ed esperto di scacchi

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Di Marco Di Marco

Don Pietro Carrera ebbe i suoi natali a Militello in Val di Catania nel 1573, uno dei centri collinari che chiudono a sud ovest la piana dì Catania, e morì a Messina nel 1647. La sua carriera ecclesiastica ebbe inizio con gli studi presso il seminario di Siracusa, dove fu anche ordinato sacerdote. Fra i poeti lo cita Giovanni Ventimiglia nel suo De Poetis Siculis e in quanto storico lo citano Rocco Pirri e il De Grossis. Le sue opere spaziano dalla poesia alla storia locale, dall’antiquaria alla numismatica. Ma forse quello che non tutti sanno è che don Pietro Carrera fu anche un notissimo giocatore di scacchi. Durante gli studi sacerdotali visitò molte città siciliane e si misurò con parecchi scacchisti. Nel 1597, appena ventiquattrenne, conobbe a Palermo il campione Paolo Boi detto il siracusano già vecchio. I primi, mitici nomi dello scacchismo dell’età rinascimentale furono proprio quelli degli italiani che diedero inizio ad un’egemonia che sarebbe durata fino al 17° secolo.
Tra i giocatori più forti a scacchi figuravano Paolo Boi detto il siracusano, Giovanni Leonardo da Cutro detto il puttino (a causa della sua scarsa altezza), Alessandro Salvio, Pietro Carrera, il Polerio e Gioacchino Greco detto il calabrese. Questi nomi abbracciano un’epoca che va dal 1550 circa al 1700.
Paolo Boi e Leonardo da Cutro costituirono il binomio più prestigioso fino agli inizi del ‘600.
Sia il siracusano che il puttino potevano essere considerati, già a quel tempo, veri giocatori professionisti; col tempo e con l’avanzare dell’età, dovettero cedere il passo ad altri italiani emergenti quali erano appunto giocatori come Polerio, Salvio, Carrera e Greco.
Risale a questo periodo la Passopedia (pervenuta solo in parte), che era una raccolta di esametri latini sul gioco degli scacchi e sarà da questo suo lavoro che nel 1617 trarrà le regole per il suo Il giuoco de’ scacchi, dedicato al principe di Pietraperzia. Il noto trattato, diviso in otto libri, fu il primo libro stampato a Militello.
Vi erano esposti vari argomenti, tra cui le origini degli scacchi, le aperture l’importanza dei “partiti” (così erano chiamati allora i problemi o studi), l’assegnazione degli svantaggi, il finale di partita e gli scacchi alla cieca.
Nel libro Il giuoco de’ scacchi vengono date alcune analisi dell’apertura 1. e4 c5. Lo scacchista inglese Jacob Sarratt, nei primi anni dell’Ottocento, denominò questa apertura difesa Siciliana in onore della terra natale di don Pietro Carrera.
Non giocò spesso in torneo, ma vinse contro il campione Gerolamo Cascio in varie partite giocate in presenza del Principe di Pietraperzia; si misurò anche con Salvatore Albino detto Il Beneventano e, a suo dire, riuscì a superarlo.
Il trattato del Carrera è teoricamente importante, ma è soprattutto utile come fonte di notizie sui giocatori del suo tempo.
Divenuto sacerdote fu nominato cappellano di Santa Maria della Stella in Militello dal 1601 al 1604, e dal 1612 al 1617.
Inoltre fu il confessore di donna Giovanna d’Austria, consorte di don Francesco Branciforti principe di Pietraperzia.
Giovanna, figlia illegittima di Giovanni d’Austria, a sua volta figlio dell’imperatore Carlo V, era giunta a Militello nel 1604 come consorte del principe Francesco e vi rimase fino alla morte del marito avvenuta nel 1622.
In questi anni, il Carrera, protetto dalla “Signora” di Militello e dal suo mecenate, oltre a frequentare gli uomini colti presenti a corte, poté avere accesso alla ricchissima biblioteca che il Branciforti andava costituendo (circa 10.000 volumi).
Il frutto di tale permanenza fu la produzione di alcune composizioni in lingua italiana e latina, e il poemetto Zizza, scritto per magnificare l’operato del principe che aveva fatto sistemar e incanalare nel 1605 le acque di una sorgente, detta appunto Zizza. Oltre al Branciforti ebbe come mecenati il principe di Leonforte e il duca di Montalbano che gli sovvenzionarono i suoi numerosi viaggi fatti per la Sicilia e finalizzati ad illustrare e magnificare i possedimenti del re Filippo IV dì Spagna. Dopo la morte dì Francesco Branciforti, avvenuta il 23 febbraio 1622, Carrera, cinquantenne, si allontanò da Militello, per recarsi prima, nel 1623, a Messina e poi, nel 1624, al seguito del duca don Giacomo Bonanni, a Canicattini. Quello fu pure l’anno in cui il duca fece pubblicare a Messina l’opera Antica Siracusa illustrata successivamente, dopo la morte del duca, rivendicata dal Carrera come sua opera.
Nel novembre del 1625 troviamo il Carrera prima a Napoli e poi a Roma. Ritornò in queste due capitali nel 1636, sempre per motivi di studio. Nel frattempo, nel 1633, lasciato il servizio presso il Bonanni, si era trasferito a Catania.
Durante il suo soggiorno catanese il Senato della città gli commissionò un’opera che esaltasse la storia patria e le origini delle famiglie nobili di Catania. Carrera scrive il Delle memorie historiche della città di Catania, (il primo volume fu pubblicato nel 1639 e il secondo nel 1641).
In origine i volumi dovevano essere tre ma il terzo, dedicato alle famiglie nobili della città, dice il Ferrara, fu bruciato per non causare liti fra i componenti del Senato a cui era dedicata l’opera. Il contenuto del secondo volume, dedicato a Sant’Agata, rientra nel clima generato dall’accesa lite tra le comunità di Catania e Palermo. La polemica, che era già stata portata perfino davanti ad una commissione giudicatrice della Santa Sede, aveva come oggetto il luogo di nascita della martire cristiana e quindi le due città si disputavano l’onore di essere la patria di Sant’Agata. I fatti s’inquadrano in un momento critico della vita politico-culturale di Catania, cioè nell’ultimo decennio del ‘500.

Il ceto politico che governava la città fu costretto a prendere posizione nel contrasto fra Palermo, sede vicereale, e Messina città che da recente aveva ottenuto i privilegi di capitale della cuspide nord orientale della Sicilia.
Catania, quindi politicamente e culturalmente, doveva riconquistare i privilegi di cui aveva goduto sotto i Martini: il vescovo Ottavio Branciforte e le famiglie aristocratiche che si alternarono al governo di Catania, quindi, precettarono chiunque potesse dare lustro alla città o potesse soprattutto dimostrare, in tutti i modi, la legalità storica dei privilegi già posseduti o la possibilità di maturarne di nuovi.
Pietro Carrera soggiornò a Catania ancora otto anni, poi fu ricoverato all’ospedale di Messina, dove il 18 settembre 1647, morì alla veneranda età settantaquattro anni.
Il Carrera conobbe Ottavio Arcangelo (altro erudito del ‘600), mentre Vito Amico tentò, forse inutilmente, di consultare i manoscritti di don Pietro Carrera che probabilmente finirono in possesso dei padri Cappuccini di Militello o della Biblioteca dei Chierici Minori di Messina.

La critica degli storici, già dagli inizi del ‘900, non fu molto benevola nei suoi confronti. Fu bollato, assieme ad Ottavio Arcangelo e ad altri suoi contemporanei come falsario. L’abate Francesco Ferrara nella prefazione della sua Storia di Catania…, lo definisce credulo come Arcangelo. Giuseppe Maria Mira, libraio, bibliografo e bibliofilo palermitano, nella sua Bibliografia siciliana, esprime nei confronti dell’opera del Carrera (Delle memorie Historiche …), il seguente giudizio: “Questa eruditissima opera è mancante di critica, piena di falsità, e di credulità, e disordinata. Da ultimo lo storico Giuseppe Giarrizzo che ricordiamo per la sua opera “Ma Sant’Agata non era catanese”, lo bolla come scrittore da tempo dannato come falsario.
L’opera del Carrera fu anche al centro di un curioso episodio che vide il pittore Giuseppe Sciuti prendere a soggetto per l’illustrazione del sipario del teatro Massimo Bellini un racconto che era presente nel Delle memorie historiche …, e che parla di una vittoriosa battaglia dei Catanesi sui Libici; peccato che si trattava di un evento storico mai accaduto e partorito dalla fantasia dell’Arcangelo.
Soprattutto due sono i falsi di Carrera che hanno suscitato polemiche e creato convinti detrattori ma anche convinti fautori.
II primo è la cronaca La vinata e lu suggiurnu di lu Re Japicu in la gitati di Catania, l’annu MCCLXXXVII, narrati da frate Athanasio di Jaci. Purtroppo il manoscritto fu utilizzato da Michele Amari per la sua opera La guerra del Vespro Siciliano.
Lo scritto narra l’ingresso del re Giacomo d’Aragona a Catania nel 1287. Carrera dice di aver trovato a sua volta questa cronaca scritta da un frate benedettino di San Nicolò l’Arena nel 1640, ma in realtà non si è mai trovato ne l’originale né alcuna copia manoscritta. Si tratta di una serie di forzate dimostrazioni dell’esistenza del porto di Catania fin dal ‘200, di tentativi di avvalorare le antiche discendenze della famiglie nobili catanesi, di elogi sul coraggio contro i francesi e sulla fedeltà dei catanesi al casato aragonese.
II 1640 è l’anno della rivolta della Catalogna che cede alle lusinghe del re di Francia Luigi XIII, e i maggiorenti catanesi evidentemente non perdono tempo a far notare la fedeltà spagnola di Catania contro le simpatie francesi di Messina.
Il secondo è la prova che Sant’Agata (alla quale erano particolarmente devoti gli Aragonesi) era catanese di nascita. Si tratta della seconda parte dell’encomio di Sant’Agata di s. Metodio di Siracusa (patriarca di Costantinopoli) che Carrera dice di aver trovato a Messina presso il gesuita Vincenzo Ramondo. Anche stavolta dello scritto non esiste l’originale ma solo una traduzione in latino del seicento e anche questo secondo falso trae in inganno studiosi di fama come Jean Bolland e poi anche Lancia di Brolo e Vincenzo Casagrandi.

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