Appunti sulla crisi della politica e sul dovere del fare
Una folla indistinta, tra vocio, rumore e fumo negli occhi, attratta e intrattenuta dalla visione di quelli che sembrano fuochi pirotecnici con effetti luminosi e colorati, dalla quale si stacca un uomo, visto di spalle, che sta per avviarsi verso il duomo di san Giorgio attraversando un percorso in salita e un po’ tortuoso. È questa la copertina di “Governare senza andare al Potere”, ennesimo libro, di prossima uscita, dato alle stampe da Carmelo Modica, conosciuto in città come “il colonnello”. Il sottotitolo, “Appunti sulla crisi della politica e sul dovere del fare”, la dice lunga sugli obiettivi che si prefigge la tematica affrontata dall’autore modicano.
«Dedico questo libro al mio amico professore Giuseppe Ascenzo che ha voluto precedermi, pochi mesi fa, nella, spero, casa del Padre», spiega l’autore. «È per lui che ho “pilotato” la composizione della copertina come uomo che si stacca dalla folla indistinta per avviarsi verso il duomo». I due si conosciuti circa cinque lustri or sono e da allora l’amicizia si è consolidata nel tempo condividendo tematiche politiche, sociali e culturali della città che li ha sempre accomunati, ovvero Modica. «È anche merito delle sue lezioni di filosofia, nate nei nostri quotidiani incontri al bar “Prima fila”, se questo libro avverte come insufficiente il semplice parlare di politica e preferisce non offrire risposte, ma criteri per interrogare il presente».
Proprio in quel bar – trascinati anche dalla loro attività pubblicistica – si tenevano le loro lunghe ed appassionate chiacchierate che, non di rado, rappresentavano il punto di partenza per stilare elaborati articoli da pubblicare su testate cui entrambi collaboravano (tra cui il mensile “Dialogo”).
Che cosa si propone il libro? «Racconta una storia che in Sicilia conosciamo da tempo, anche quando fingiamo di non riconoscerla. Racconta la fatica di governare un paese quando la politica ha smesso di stare nelle piazze vere e si è rifugiata nella vociata, quando la parola non serve più a chiarire ma a confondere, quando il rumore prende il posto del ragionamento».
Protagonista non è solo il territorio ibleo. «C’è una città di pietra, di scale larghe, di chiese che guardano dall’alto, di palazzi comunali che odorano di carte e di attese – scrive l’autore – ma c’è soprattutto la piazza siciliana trasformata: non più luogo di incontro, di sguardi, di passi lenti, bensì una piazza virtuale dove tutti parlano insieme, nessuno ascolta e nessuno risponde davvero di ciò che dice. Una piazza fatta di commenti, di allusioni, di “si dice”, di mezze frasi, di sospetti che si attaccano come polvere».
Il libro, in qualche modo, evoca quello che potremmo chiamare “chiacchiericcio”, come ama definirlo Carmelo Modica. «Un chiacchiericcio che somiglia alla vuciata dei mercati quando nessuno compra più nulla, ma tutti gridano. Un rumore continuo che non cerca verità, non cerca giustizia, non cerca soluzioni».
Tutto ciò non fa altro che consumare «chi ragiona» e che «ridicolizza chi resta coerente». Il libro grida a gran voce senza urlare. È un libro che «conosce il peso della storia, la lentezza dei cambiamenti, la diffidenza verso le soluzioni facili. Si chiede, piuttosto, come si possa continuare a governare senza entrare nel gioco del Potere, senza farsi sedurre dal consenso facile, senza cedere alla tentazione della vuciata» continuando «a camminare, anche quando si è soli».
C’è una sorta di immagine che attraversa tutto il libro, evocando e instillando mille e più mille gocce di riflessioni, e che «potrebbe diventare poesia: un uomo che cammina lasciandosi alle spalle una folla rumorosa, confusa, che parla tutta insieme. Non scappa, non disprezza, non maledice ma cammina perché ha scelto il silenzio della strada al frastuono della piazza». Un itinerario «verso qualcosa di solido, di antico, fatto di pietra e di responsabilità, come una chiesa che non promette miracoli ma custodisce memoria».
Immagini evocative che si susseguono come «passi lenti sulle basole», per riflettere su «scale salite senza applausi» e «decisioni prese senza platea». Parla di uomini e donne che non vincono, ma resistono; che non conquistano il “Potere”, ma cercano di governare «ciò che è loro affidato: il proprio lavoro, la propria parola, il proprio modo di stare nella comunità».
Forse, solo così, una comunità può tornare ad ascoltarsi?
Giuseppe Nativo
