Pippo Baudo. Democristiano 24mila carati, ma per un anno anche radicale

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QUELLA VOLTA CHE STACCO’ UN ASSEGNO DA TRE MILIONI PER SALVARE IL PARTITO…

Valter Vecellio

Televisioni e giornali giustamente si sono occupati della morte di Pippo Baudo: c’è chi, come Giancarlo Governi ha scritto che non è morto, è “entrato nella storia”. Purtroppo (vale per Baudo e per chiunque) si possono fare entrambe le cose. Giancarlo intende dire che la sua memoria, il suo ricordo, non si smarriranno: Pippo Baudo “resterà”, e il suo modo di fare televisione, una continuità capace di rinnovarsi, andrà studiato da chi, un giorno, vorrà capire gli umori e i “percorsi” di questo Paese. Quale che sia il giudizio sul personaggio, appunto un personaggio; un pilastro della RAI. In queste ore ce lo hanno “raccontato” senza tralasciare praticamente nulla.

Eppure, qualcosa manca: Baudo, convintamente, coerentemente, pubblicamente democristiano a ventiquattromila carati, per un anno almeno è stato anche radicale; una volta, per salvare il Partito, stacca un assegno da tre milioni di lire. Un piccolo episodio nel corso di una lunga vita e carriera, che però contribuisce alla definizione del personaggio.

Una “lacuna” colmata grazie al racconto di Vito Pezzuto, uno degli animatori con Davide Giacalone, del piccolo ma combattivo quotidiano “La Ragione”. Occasione anche per ricordare un compagno che ci ha lasciato, René Andreani. “Matto” come pochi. Di quella “pazzia” che tanto servirebbe e di cui si ha nostalgia.

Ma veniamo al racconto di Pezzuto. Corre l’anno 1993. Il Partito Radicale si dota di una mozione che fissa “entro il 28 febbraio la soglia minima di 30.000 iscritti, pena il suo scioglimento”.

“Avevamo meno di un mese per farcela”, racconta Pezzuto, “per di più in un Paese stremato da Tangentopoli e che di partiti non voleva più saperne. Altro che mozione, quello era un autentico nodo scorsoio. A Genova mi scateno, senza guardare in faccia a nessuno. Iscrivo e intasco assegni e contanti da politici di ogni risma, da professionisti affermati (spillo la tessera anche a quello spilorcio di Victor Uckmar), dal presidente del Genoa Aldo Spinelli e quello della Sampdoria Riccardo Garrone («Senta, ma la ricevuta me la deve proprio fare?» «Ehmm, mi sa che almeno questa volta le tocca»).

Dopo pochi giorni Renè mi telefona da Roma. La sua vocina stentorea mi frantuma come al solito l’orecchio a sventola e non ammette repliche: «Molla tutto. Missione speciale: fatti trovare domattina a Sanremo». Il Festival della canzone ha appena aperto i battenti e noi ci immergiamo in un’atmosfera surreale, costellata di ragazzotti coi primi cellulari in mano e tutti con la coda di cavallo simil Fiorello. Guardiani arcigni bloccano l’ingresso. Che si fa? Semplice: fabbrichiamo due finti accrediti stampa per conto di “Radio Radicale” (validi solo per le prove) e iniziamo ad arare il terreno.

Dopo poche ore gli addetti alla sorveglianza alzano le mani in segno di resa: «Andate pure dove cazzo vi pare, che ci siamo stufati di corrervi dietro». Iniziano così quattro giorni di caccia grossa, interrotti soltanto da una manciata di ore di sonno. Poco alla volta il nostro carniere si riempie di prede pregiate: Marta Marzotto (al petto della quale attacchiamo una spilla con il numero del centralino del partito), il capo struttura della Rai Mario Maffucci, Alba Parietti, Tullio De Piscopo, Cristiano De Andrè, Jo Squillo, un’esordiente Biagio Antonacci («Tenete, sono gli ultimi soldi. La produzione mi ha pagato solo l’albergo e se stavolta non sfondo mollo tutto»), Renato Zero, Maurizio Vandelli, il futuro vincitore Enrico Ruggeri e non mi ricordo più chi altri. Solo Lorella Cuccarini rifiuterà l’obolo («Eh, ‘sta storia dell’aborto non mi va giù»). I pochi che ci sfuggono all’Ariston li becchiamo in albergo a notte fonda. Come Claudio Cecchetto, col quale cazzeggio fino all’alba («Tra qualche mese lancio una canzone degli 883. Si chiamerà “Sei un mito”, vedrai che botto»).

Manca però ancora un nome, il più importante: quello di Pippo Baudo. Democristianone, avversario storico di Pannella, uno dei nostri più accaniti e longevi censori. Facciamo scattare la trappola alle tre del mattino, bussando spavaldi alla porta della sua camera d’albergo (inaccessibile per tutti ma non per due pazzi ormai in trance agonistica). «Chi è?» «Partito radicale, apra subito!»

Lo sventurato risponde. «Vi stavo aspettando» mormora sconsolato. In camera tira fuori il libretto degli assegni, e ne stacca uno con la cifra di 3 milioni. Preso dalla sindrome di Stoccolma ha pure il coraggio di dire: «Ma lo sapete che Pannella l’ho sempre ammirato? Ce ne fossero in Italia altri come lui…».

Con Renè ci guardiamo sforzandoci di non ridere. Poi via, di corsa verso l’ascensore. Al piano terra troviamo la troupe di Striscia la Notizia in preallarme, col Gabibbo che fa festa all’assegno e poco distante Antonio Ricci che spara beffardo: «Conoscendo Pippo, mi sa che è cabrio…».

Noi ci godiamo il trionfo e stremati andiamo a dormire. La mattina del 28 febbraio ci alziamo intontiti ma salvi. In tutta Italia quella della tessera radicale è nel frattempo diventata quasi una moda, che una volta tanto rotola ovunque come una valanga libertaria e liberatrice.

A conti fatti, scopriremo infatti che di iscritti ne avevamo reclutati addirittura quasi 40mila. Un vero mistero, e forse non era un caso se “Mistero” era proprio il titolo della canzone che aveva appena vinto il Festival”.

That’s all folks. Anche se infinite sono le storie “pazze” del Partito Radicale e dei suoi militanti.

 


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