Difesa Mori: “Da Report tentativo condizionamento opinione pubblica”

Lunga memoria depositata dai legali al processo d’appello sulla trattativa di Palermo
“C’è un importante tentativo di condizionamento dell’opinione pubblica che viene realizzato anche attraverso interviste rilasciate dai magistrati inquirenti rappresentanti l’accusa nel processo del quale si sta svolgendo il secondo grado, i quali continuano a propinare le proprie ipotesi, peraltro smentite da documenti a loro conoscenza che non vengono mai menzionati”. E’ la pesante accusa lanciata dai difensori del generale Mario Mori e del colonnello Giuseppe De Donno, i due alti ufficiali dei Carabinieri imputati nel processo d’appello sulla trattativa Stato-mafia di Palermo. I legali si sono rivolti al Capo dello Stato Sergio Mattarella ma anche alla ministra della Giustizia Marta Cartabia, al vicepresidente del Csm David Ermini e ai vertici della Rai. Gli avvocati Basilio Milio, che difende Mori, e Francesco Romito, che difende De Donno, fanno riferimento alla trasmissione ‘Report’ andata in onda il 24 maggio scorso. I legali parlano di “una inchiesta giornalistica, realizzata ancora una volta con un approccio rivelatosi del tutto deficiente dei necessari requisiti di completezza ed imparzialità, tratta talune vicende che hanno interessato il Generale Mori, utilizzando alcuni documenti smentiti da altri mai citati, manipolando intercettazioni, omettendo di citare sentenze ormai irrevocabili anche da circa un ventennio, così determinando oggettivamente una indebita interferenza sul processo in corso”.

“Tesi – spiegano i legali – esposte al di fuori dei luoghi deputati all’accertamento dei fatti, ossia le aule di giustizia, sembrando così esorbitare sia dal necessario riserbo che chi è – o è stato – parte in causa deve tenere in costanza di celebrazione di un giudizio, sia dalle funzioni che la legge assegna loro, non essendo opinionisti o influencer ma magistrati”. “Ciò avviene nonostante la Rai sia un ente assimilabile ad un’amministrazione pubblica in quanto, oltre a beneficiare della riscossione di un canone di abbonamento per la copertura dei costi del servizio pubblico, avente natura di imposta, è concessionaria ex lege dell’essenziale servizio pubblico radiotelevisivo, che è previsto debba esser svolto nell’interesse generale della collettività nazionale per assicurare il pluralismo, la democraticità, l’imparzialità e la completezza dell’informazione”. Per i due difensori Report “finisce oggettivamente per strumentalizzare il servizio pubblico al fine di influenzare l’opinione pubblica tramite la diffusione di notizie segnate da incompletezza e selezione unidirezionale dei documenti e delle testimonianze disponibili, come può esser riscontrato leggendo la memoria”.


Tra le contestazioni della trasmissioni, ci sono ad esempio alcune intercettazioni a carico del boss Totò Riina in carcere, in riferimento alla mancata perquisizione del covo del boss mafioso Riina. “Le frasi vengono artatamente assemblate, come se fosse una sola pronunciata senza soluzione di continuità: “Minchia, furbu, furbu, furbu. Sono uno più vigliacco dell’altro perché io non ho potuto mai capire perché non vennero a fare la perquisizione”. “La duplice manipolazione si apprezza inequivocabilmente rivedendo il video, atteso che il timer della videoregistrazione segna minuti “8.51.34” quando Riina dice “Minchia, furbu, furbu”, minuti “8.52.54” quando Riina dice “Sono uno più vigliacco dell‟altro” e minuti “8.54.16” quando in sovrimpressione viene attribuita a Riina la frase “Perché io non ho potuto mai capire perché non vennero a fare la perquisizione” (in realtà l’orecchio ascolta, con difficoltà, Riina che dice “non mi sono mai dato pace … perché non sono venuti a fare la perquisizione”). Il pubblico che guarda la trasmissione, però, difficilmente fa caso ai minuti indicati dal timer e, quindi, non se ne può accorgere, venendo così facilmente ingannato”. E ancora: “E’ evidente, altresì, che senza la fraudolenta manipolazione – strumentale ad accreditare la circostanza che nemmeno Riina si spiegasse le ragioni della mancata perquisizione – non sarebbe stata possibile quella narrazione – lamentano i legali – Dal testo originale supra riportato, emerge l’esatto contrario, ossia che Riina appella il Gen. Mori “furbo” in relazione all’affermazione che secondo lui il Riina non tenesse documenti a casa. E non già, come si trae dal narrato complessivo, con riguardo al fatto che, alla spiegazione di Mori, non credesse nemmeno Riina, tanto da definirlo “furbo””.

“Incidentalmente va detto che non ci si intende affidare certamente alle dichiarazioni di un criminale quale Riina per difendere gli assistiti dalle accuse mosse loro – aggiungono i legali – Ma si è inteso riportare anche tale conversazione perché, anche nella sentenza di primo grado, così come nel programma televisivo, i dialoghi del Riina sono utilizzati se funzionali al teorema, e sono ignorati nel caso contrario. Lo stesso dicasi per l’attendibilità di Riina, affermata se conviene, negata se in contrasto con il pregiudizio da divulgare. E questo, a nostro avviso, è inaccettabile”. E citano parte della sentenza di assoluzione del generale Mori sulla mancata perquisizione del covo di Riina: “L’istruzione dibattimentale ha, al contrario, consentito di accertare che il latitante non fu consegnato dai suoi sodali, ma localizzato in base ad una serie di elementi tra loro coerenti e concatenati che vennero sviluppati, in primo luogo, grazie all’intuito investigativo del cap. De Caprio”. “Ci si domanda se queste omissioni relative anche a sentenze passate in giudicato, pronunciate in nome del popolo italiano, siano espressione della libertà di informazione riconosciuta dalla Carta costituzionale o integrino comportamenti gravemente scorretti non solo sotto il profilo deontologico, dal momento che si fanno conoscere esclusivamente atti e provvedimenti non irrevocabili, purché funzionali ad ipotesi accusatorie”, dicono gli avvocati Milio e Romito. (AdnKronos)

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