Motta Santa Anastasia durante il periodo Svevo

Di Santi Maria Randazzo

Il Castrum Sanctae Anastasiae costituì in epoca normanna e sveva uno dei più importanti presidi militari dell’isola, sia per la sua inaccessibilità naturale e capacità difensiva, sia per il ruolo strategico in termini di offesa-difesa che giocava rispetto alla città di Catania, della piana di Catania e della valle del Simeto, nonché perché sentinella posta sul confine tra il Val Demone e il Val di Noto. Con riferimento alle finalità della politica federiciana in ambito castellare, occorre comunque precisare che, in realtà, l’obiettivo finale delle norme sull’apparato castellare emanate da Federico II era quello di permettere allo stesso Federico II, oltre che il totale controllo politico-militare del territorio del Regnum Siciliae, di poter acquisire le strutture militari con più valenza strategica anche nell’Italia continentale meridionale, in possesso del Papato e di nobili di cui l’Imperatore non riteneva di potersi fidare: tale obiettivo andava coniugato con la razionalizzazione dell’amministrazione castellare finalizzata a una sostanziale riduzione dei suoi costi gestionali. Federico di Svevia, a partire dal 1232, inizia a trasformare definitivamente tutta la struttura castellare del Regno di Sicilia e anche quella specificatamente siciliana, adeguandola ai suoi disegni strategici e alle necessità politico-finanziarie dello Stato del Regno di Sicilia, dove venne creato un apposito ramo dell’amministrazione statale, ovvero l’amministrazione castellare che, in qualche modo, ricalcava l’organizzazione castellare di Re Ruggero II in parte modificata durante l’età di Tancredi.

Nella nuova riorganizzazione delle strutture militari del Regno di Sicilia, soggette al disposto del capitolo XIX delle Assise di Capua, e per l’esigenza di ridurre le enormi spese, si reputò necessaria da parte di Federico II la distruzione di oltre cento castelli, il cui mantenimento da parte dell’amministrazione castellare del Regno di Sicilia era oltremodo oneroso, e che non potevano essere lasciati incustoditi, in particolare nella parte continentale del Regno di Sicilia, giacché eventuale immediata facile preda per lo Stato Pontificio assieme ai suoi alleati costituiti dalle grandi città italiane che già manifestavano esigenze di autonomia e libertà e che potevano assumere, come di fatti lo assunsero, il ruolo di nemici dell’Imperatore Federico di Svevia: peraltro nel 1232 la conflittualità interna al Regno di Sicilia non era ancora del tutto sopita e la tensione all’autonomia delle grandi città siciliane costituiva ancora un problema da risolvere.

In Sicilia Federico lo Svevo, specie dopo la rivolta di Catania del 1232 che si unì a Messina e alle altre città siciliane che si erano ribellate alla sua politica di monopolismo politico ed economico e di compressione delle libertà civiche introdotte in Sicilia, si rende conto della necessità di costituire nella città etnea e in altri siti di alta rilevanza strategica un presidio militare che gli permettesse di averne l’assoluto controllo sulle città e sui territori circostanti: il problema, che a Catania riveste un’enorme importanza strategica, viene brillantemente risolto con la costruzione del Castello Ursino che rende sul piano strategico, nel territorio metropolitano, solo parzialmente obsoleto e militarmente meno determinante il Castello di Motta Santa Anastasia e anche quello di Aci, rispetto alla difesa di Catania.

A conferma dell’iniziale valutazione di essenzialità funzionale, infatti, sia il castello di Aci sia quello di Motta, siti ad alta valenza strategica anche rispetto alla città di Catania, vengono inseriti nel regio demanio, privando il vescovo di Catania della loro infeudazione e del loro possesso (qualora l’avesse effettivamente avuto dopo la morte della Regina Costanza); venendo inizialmente inseriti nell’elenco dei cento castelli da distruggere. La notizia certa dell’inserimento del Castrum Sanctae Anastasiae nell’elenco dei cento castelli da distruggere determina, inoltre, la possibile conseguente considerazione che questo potesse essere stato ricostruito dopo il 1197, ovvero dopo la morte di Enrico VI, da parte del vescovo di Catania: innalzato, quindi, nel periodo per cui varrà successivamente la disposizione demolitoria costituita dal testo del capitolo XIX delle Assise di Capua e delle disposizioni conseguenti alla rivolta del 1232. In relazione all’esito operativo della decisione di distruggere i famosi cento castelli del Regnum Siciliae compresi nella lista federiciana, ovvero sulla distruzione effettiva e totale di tali castelli, tra cui il Castrum Sanctae Anastasiae, vi sono opinioni divergenti circa la sua effettiva realizzazione. Per quanto attiene alla distruzione del Castrum Sanctae Anastasiae vi è da una parte Hans Niese, il quale sostiene che i castelli di Aci e Motta furono effettivamente distrutti ( 1 ), mentre Matteo Gaudioso sostiene che, in realtà, i due castelli non furono mai demoliti ( 2 ). Rispetto alle significanze storico-contestuali che sono relative alle titolazioni del sito dell’odierna Motta Santa Anastasia in quell’epoca, si può rilevare come la costante tipologica che nei documenti svevi e angioini si correla alla Rocca di Motta Santa Anastasia nel corso del XIII secolo, è il termine ‘Castrum’ o ‘Terra’. Il termine ‘Castrum’, nel contesto epocale e territoriale di cui parliamo, sta a indicare, con riferimento a quel periodo e alle classificazioni operate, l’esistenza di una fortificazione di tipo elusivamente militare, senza presenze di civili all’interno del perimetro difensivo della struttura classificata quale Castrum, come ci testimonia lo storico prussiano Eduard Sthamer che arriva a tale conclusione dopo aver esaminato attentamente la documentazione svevo-angioina. Infatti, lo Sthamer esaminando attentamente la documentazione dell’epoca sia sveva sia angioina, ci informa che: «gli atti svevi ed angioini di quest’epoca utilizzano l’espressione Castrum solo nel senso più stretto di castello […]. E si tratta sempre di fortificazioni tali che in esse si trovi insediata solo una guarnigione militare e nessun altro tipo di abitante […]; [dove vengono insediate famiglie il termine noto è Fortellicia, ambedue castelli fortificati per pure finalità militari; sc.]» ( 3 ).

Dobbiamo, perciò, concludere – sulla base dei termini che abbiamo riscontrato nei documenti storici e storiografici che riguardano il paese di Motta, durante il periodo che va dal 1212 al 1266 – che la condizione urbano-sociale che caratterizzava il Castello di Motta Santa Anastasia, ovvero la struttura militare fortificata posta sulla Rocca di Santa Anastasia, avendo a quell’epoca il titolo di Castrum Sanctae Anastasiae, esclude che vi fosse all’interno del suo perimetro militare una comunità civica, ma che vi fosse solo una guarnigione militare che la presidiava assieme al personale non militare necessario alla sua gestione. Ciò, evidentemente, non era in ogni caso incompatibile con la presenza, immediatamente fuori dal perimetro militare, nel suburbio o nelle campagne meno vicine, di una comunità rurale presente sul territorio attuale del paese, di Burgenses, di villani e servi della gleba asserviti al feudo vescovile e non, distribuiti in abitazioni rurali poste nel territorio annesso al feudo di cui erano pertinenze; anzi siamo quasi certi della presenza di una comunità di Burgenses e/o di possessori di beni allodiali, che forse poteva vantare antichi diritti.

Dal momento in cui Federico di Svevia inizia a riorganizzare lo Stato nel Regno di Sicilia, in un contesto in cui si trova a dover contrastare la politica dei Pontefici Romani verso l’Impero e verso il Regnum Siciliae, organizza un’amministrazione politico-militare dello Stato finalizzata al più assoluto controllo interno sul territorio e sulle popolazioni e che gli fornisca in modo rapido e massiccio le risorse di cui necessitava per l’attuazione della politica imperiale. Un passaggio fondamentale per il raggiungimento di questo obiettivo politico e militare viene raggiunto attraverso l’emanazione di una legislazione specifica che riguarda le costruzioni militari, primi tra tutti i Castra; l’interesse dello Svevo verso i castelli derivava dal ruolo fondamentale che, in tale epoca, tali strutture militari ricoprivano nel controllo interno del territorio dello Stato federiciano e nella possibilità che esse offrivano nell’opposizione e resistenza ai nemici esterni. Confermando il principio giuridico secondo cui la costruzione di un castello e la sua gestione era un atto di esclusiva competenza dell’Imperatore, Federico di Svevia sottrasse alla diretta gestione e influenza dei potenti vassalli tutte le costruzioni militari di rilievo strategico; ordinando la già riferita distruzione di circa cento di essi nell’intero territorio del Regno di Sicilia, laddove gli stessi non erano strategicamente funzionali alla difesa dall’esterno o potevano costituire pericolosa occasione di occupazione e resistenza interna nel regno. Anche alcuni Castra dati in feudo alla nobiltà e ai feudatari in genere, o che erano stati costruiti senza la necessaria autorizzazione imperiale, subirono questo destino, compreso il Castrum Sanctae Anastasiae che, come già detto, venne inserito in un elenco di castelli da distruggere; il Castrum Sanctae Anastasiae.

Tutti i castelli, che in tempo di pace erano sottoposti a un castellano e a pochi uomini di guarnigione, furono muniti di mercenari oppure occupati dai feudatari vicini» ( 4 ). Tutti coloro che potevano essere in sospetto di non essere assolutamente fedeli all’Imperatore, o che avrebbero potuto non esserlo in futuro, furono sostituiti, come avvenne per il castellano del Castello di Santa Anastasia. Tale vicenda, peraltro, ci fornisce una prova diretta che il Castrum Sanctae Anastasiae sia stato, probabilmente o almeno in parte, risparmiato nel 1232, e che esso sin da quella data dipendesse direttamente dall’Imperatore: abbiamo infatti una lettera dell’Imperatore Federico di Svevia: questi, infatti, scriveva da Foligno il 5 febbraio 1240, in risposta al Secreto di Messina che lo informava dei provvedimenti presi, e gli confermava la sua  approvazione per aver rimosso i castellani di Aci e Sant’Anastasia, non ritenuti idonei o, per meglio dire, affidabili: «De castro Iacii et Sancte Anastasie, a quibus castellanum tamquam non ydoneum amovisti, iamdudum provvidimus nostre beneplacidum maiestatis» ( 5 ).

La struttura castellare dell’odierna Motta Santa Anastasia durante il periodo federiciano venne, comunque, inglobata nell’apparato dei castelli del Regnum Siciliae come testimoniano alcune lettere dell’Imperatore anche se, come vedremo, non direttamente soggetta alla gestione della amministrazione castellare. A causa, purtroppo, del deterioramento o della distruzione dei documenti della cancelleria sveva, per gli elementi che sono stati riportati solo parzialmente da alcuni storici, non possiamo documentare in modo assolutamente certo se il Castrum Sanctae Anastasiae sia stato sottoposto alla gestione della amministrazione castellare del Regno di Sicilia (gestione Curiale), o sia stato inserito tra i Castra Exempta, ovvero tra quei castelli sottoposti al diretto controllo dell’Imperatore Federico II. I dati disponibili, comunque, ci inducono comunque a ipotizzare che il Castrum Sanctae Anastasiae fosse inserito tra i Castra Exempta controllati direttamente dall’Imperatore.

La relativa incertezza circa la collocazione del Castrum Sanctae Anastasiae nell’ambito dei Castra Exempta deriva dal fatto che dalla documentazione disponibile, lo stesso Sthamer non ha potuto riscontrare interamente i documenti svevi dell’epoca che avrebbero potuto far chiarezza su questo aspetto della storia dei castelli siciliani e anche sulla storia di Motta e del suo Castello: dai documenti esaminati, infatti, lo studioso prussiano dichiara di non essere in condizione di poter elencare tutti i Castra Exempta in quanto, come riferisce: «la lista dei castra exempta tramandata dal registro di Federico II è purtroppo lacunosa» ( 6 ), e, pertanto, non viene riportata nel suo lavoro.

Come vedremo dall’esame di altri elementi che ci ha fornito la nostra ricerca, siamo indotti a credere – pur in assenza del nome del Castrum Sanctae Anastasiae in quella parte dei documenti pubblicati con riferimento all’elenco dei Castra Exempta che lo Sthamer ha potuto esaminare all’inizio del Novecento e che già allora erano in parte rovinati – che vi siano elementi oggettivi e correlati che ci permettono di sostenere che il Castrum Sanctae Anastasiae era inserito tra i Castra Exempta alle dirette dipendenze dell’Imperatore svevo. Lo Sthamer sostiene che nel 1239 Federico II operò la sostituzione dei castellani proprio in quelle strutture castellari che, per la particolare importanza che a essi veniva riconosciuta dall’Imperatore, dalla gestione della amministrazione castellare del Regno di Sicilia passarono alla diretta gestione dell’Imperatore; tali castelli vennero definiti Castra Exempta. Quanto affermato dallo Sthamer, quindi, ovvero che i castelli ove nel 1239 furono disposte le sostituzioni dei castellani (tra cui il Castrum Sanctae Anastasiae) avessero acquisito la condizione di Castra Exempta, ci permette di affermare che nel 1239 il Castrum Sanctae Anastasiae esisteva, che fu scorporato dalla amministrazione castellare del Regno di Sicilia, che lo aveva avuto in gestione dal 1232 al 1239, e inserito nel 1239 tra i Castra Exempta, sottoposto alle dirette dipendenze gestionali di Federico II: probabilmente per la sua rilevante importanza strategica attribuita a esso dallo stesso Imperatore Federico II. Il fatto, inoltre, che la sostituzione del castellano del Castrum Sanctae Anastasiae sia stata determinata dal Secreto e non dal Provvisor Castra dovrebbe essere considerato elemento definitivo di prova per attestare la sua appartenenza ai Castra Exempta.

Bibliografia:

  1. Hans Niese –Il Vescovato di Catania e gli Hohenstaufen in Sicilia – in ASSO,XII, 1915, p.80.
  2. Matteo Gaudioso – La questione demaniale in Catania e nei casali del Bosco Etneo – Libreria Musumeci Editrice –Catania 1971, p. 12.
  3. Eduard Sthamer – L’amministrazione dei castelli nel Regno di Sicilia sotto Federico II e Carlo D’Angiò – trad. di F. Panarelli – Mario Adda Editore, Bari 1995, p. 6.
  4. Ernst Kantorowicz – Federico II Imperatore – Garzanti – Milano 1981, p. 49.
  5. Cristina Carbonetti Venditelli – Il registro della Cancelleria di Federico II del 1239-1240 – a cura dell’Istituto Storico Italiano per il Medioevo – Roma 2002, vol. II, p. 503.
  6. Eduard Sthamer, cit., p. 57.

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