Il mondo che vorrei, quello che non sei

di Monica Romano

Caro mondo,

non sei tu quello che voglio lasciare ai miei figli. Non sei tu quello per cui studio e lavoro ogni giorno. Quello per cui mi addormento a notte fonda e mi sveglio all’alba perché quel capitolo, quel che mi ero prefissata di finire, no! Non l’ho ancora concluso. Non sei tu quello per cui ho perso feste e compleanni, lezioni e rimpatriate. Perché voglio un 10 o un 30L? Perché un altro voto non può andar bene per la perfettina puntigliosa che è in me? No. Perché ho voglia di sapere, sogno di fare e non voglio essere mediocre. Pazzia, esaurimento e ansia si impossessano di me, sì, certo, ovvio. Ma credo che ne valga la pena. E tu devi aiutarmi!

Sento in TV di concorsi truccati, di posti già assegnati, di luoghi in cui non l’esperienza, non le capacità si cercano! Incarichi per cui il mio diploma, la mia laurea, il mio curriculum, non sono che bei quadri da poter appendere lì, sulla parete di camera mia. Leggo bandi dagli esiti preannunciati, intessuti sulla pelle del vincitore e non alla ricerca del migliore. Vedo professori non attenti all’interesse, alla vocazione di uno studente, ma pronti a frenarne l’ambizione. Perché non chiedono quali capacità abbia, ma di chi sia figlio. Ai colloqui “chi ti manda?” si domanda, non “cosa sai?”, né “chi sei?”. Mio padre avrebbe dovuto intessere una rete di contatti e non di affetti, captare per tempo le mie aspirazioni e mettersi in giro a cercare agganci. Mia nonna avrebbe dovuto cucirmi il giusto vestito. E mia madre costruirsi una certa carriera, quella più ambiziosa da lasciarmi. Ad un tavolo un elenco avremmo dovuto stilare, Tizio può condurre a questo, Caio apre le porte a quell’altro: quale più frutti porterà? Pare spregiudicato che la famiglia imponga una professione, ma indispensabile, a tal punto. Perché nessun biglietto da visita sarà più necessario, il solo cognome sufficiente sarà.

Bello, soddisfacente, orgoglio per un padre lasciare la propria attività ad un figlio, ma per insegnargli i trucchi del mestiere, e non la chiave per aprirne le porte. Il figlio seguirà le orme dei genitori, ma non per necessità, non per sfoggiare la sua carta d’identità, ma perché curiosità ne avrà suscitato.

Mi piacerebbe che i miei figli seguissero le mie scelte, ma per predilezione, vocazione e non per frustrazione. Non perché l’unica strada, non solo la più facile, ma la sola possibile. Piuttosto perché avrà cominciato ad entrare a piccoli passi in quel mondo, ne avrà scorto la passione nei miei occhi e avrà sentito che lì sarà anche il suo posto: lì la sua felicità.

Chi non crede di aver trovato ancora il suo posto,
ma sogna ancora la felicità
e lotterà per raggiungerla.

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