Il giovane di Randazzo che sparò a Togliatti

“Non sono pentito – dice il 97enne Antonio Pallante all’Adnkronos -. Ho pensato che fosse la cosa giusta da fare per salvare il Paese”.

21 gennaio 1921, 100 anni fa la scissione di Livorno.

Di Francesco Saita

(Adnkronos) – Non ha dimenticato quasi nulla di quel 14 luglio del 1948, quando tre colpi di pistola colpirono Palmiro Togliatti, il leader del Pci, appena uscito dalla Camera dei deputati, in compagnia di Nilde Iotti, sua compagna nel partito e nella vita. Eppure Antonio Pallante, che ha compiuto ad agosto 97 anni, quando premette il grilletto della sua calibro 38 a tamburo ne aveva solo 24. Era uno studente fuoricorso di giurisprudenza a Catania, già simpatizzante del ‘Fronte dell’Uomo Qualunque’, ma soprattutto, un giovane ossessionato dalla paura del comunismo in Italia. E non si è mai pentito: “Ho pensato che fosse la cosa giusta da fare per salvare il Paese”.

“Di quel giorno – dice in una intervista all’AdnKronos – ho ricordi chiari, e anche dei mesi precedenti”, c’era il pericolo del comunismo e io “ero convinto che l’unica soluzione fosse quella: eliminare il segretario del partito Palmiro Togliatti”. “Un gesto estremo che mi ripugnava umanamente, ma non vedevo alternative” ammette Pallante, che dalla sua Randazzo, alle pendici dell’Etna prese un treno con la pistola in tasca, solo andata per Roma.

La storia del paese, uscito dalle elezioni di aprile ’48, Pallante la ricorda così: “C’erano state le elezioni del 18 aprile e i comunisti avevano perso, ma per me non era cambiato niente”. E allora, l’ex seminarista, poi membro della Gioventù Italiana del Littorio matura la sua decisione.

Lui si immagina di poter dare una svolta al paese, nei suoi ricordi, spiega come bruciasse il rancore per i comunisti: “Al nord i partigiani rossi, specialmente nel famigerato triangolo della morte ma non solo, avevano eliminato sistematicamente chi non la pensava come loro”. “Massacrarono partigiani bianchi, preti, possidenti”, dice puntando il dito contro i comunisti. A Togliatti, poi, Pallante rimprovera un’altra cosa: “Quella pagina terribile, emersa negli anni in tutta la sua tragicità, sui soldati dell’Armir, catturati dall’armata rossa e mandati a morire a migliaia nei campi di concentramento sovietici senza che ‘il Migliore’ muovesse un solo dito per aiutarli”, una vicenda che il figlio del forestale di Randazzo, definisce con una sola parola “mostruosa”.

“C’era in ballo – si accora ancora – la sorte della mia patria: la libertà contro la dittatura” E noi “eravamo a un bivio” che “nella mia coscienza aveva un significato epocale, si doveva scegliere tra il bianco o il nero, la vita o la morte, il di qua o di là definitivi e irrevocabili”. Sparare a Togliatti, ribadisce gli sembrava la soluzione, la sua scelta di campo.

“Certo, a quell’età – dice a distanza di quasi 73 anni dagli spari che fecero disperare Iotti, che gridò ‘hanno ammazzato Togliatti’, dando poi vita alla reazione popolare, che lasciò senza vita nelle piazze italiane almeno 30 vittime – si è ingenui e solo un ingenuo, idealista come me, poteva pensare che eliminato Togliatti avrei risolto i problemi dei miei connazionali, ma io ci credevo”. “Avevo davanti dei modelli, modelli che hanno illuminato tutta la mia vita e che ancora adesso mi riempiono di entusiasmo”, aggiunge riferendosi agli eroi della sua giovinezza. Ai patrioti.

C’è il tempo per porre all’attentatore di Togliatti, al vecchio che dopo aver fatto l’amministratore di condominio nella città etnea, vive come uno dei tanti pensionati italiani, una domanda sulla politica attuale. “Conte, Salvini, Meloni Di Maio? Credo di essere chiaro dicendo che non penso proprio nulla di loro”. Poi aggiunge, quasi correggendosi: “Di Conte ho la forte impressione che si tratti di una persona perbene”.

Nel salutarci torna il ‘suo’ passato: sappia che “sono uno che ha amato e ama la patria ed è perciò disposto a combattere e soffrire per essa”, dice usando un tempo al presente, che forse non è solo una svista. “Non sono pentito”, assicura, ricordando il momento storico in cui esplose quei colpi che tennero con il fiato sospeso tutto il Paese, sull’orlo della guerra civile, con la celere di Scelba che si scontrava con gli operai in tutte le città italiane.

“Sono credente e il perdono l’ho chiesto anche prima” di puntare la pistola “ma mi sono dovuto sacrificare anteponendo gli interessi della patria”. Ora a prendersi cura di lui, dopo la morte della moglie nel 2013, sono i due figli, Magda e Carmine. “Sa – dice il figlio, chimico e poi manager – papà ha 97 anni e noi entriamo in preoccupazione per ogni raffreddore”.

21 gennaio 1921: la scissione di Livorno

Durante il XVII Congresso del Partito socialista Italiano, che si tenne a Livorno presso il teatro Goldoni dal 15 al 21 gennaio del 1921 con la partecipazione di 2.500 delegati, si scontrarono tre correnti: la corrente massimalista-unitaria (guidata da Giacinto Menotti Serrati), la più numerosa e forte, favorevole all’Internazionale comunista ma con molte riserve, ebbe 98.028 voti; la corrente comunista (guidata da Antonio Gramsci e Amadeo Bordiga appoggiata dall’Internazionale comunista), ebbe 58783 voti; la corrente riformista (guidata da Filippo Turati e contraria ai principi dell’Internazionale ), ebbe 14.685 voti.

La scissione venne proclamata la mattina del 21 gennaio con una dichiarazione letta da Bordiga: “la frazione comunista dichiara che la maggioranza del congresso, con il suo voto, si è posta fuori dall’Internazionale comunista. I delegati che hanno votato la mozione della frazione comunista abbandonino la sala; sono convocati al teatro San Marco per deliberare la costituzione del Partito comunista, sezione italiana della Terza Internazionale”.

La dichiarazione proseguiva: “considerato che la frazione si era costituita per la risoluzione del problema storico della costituzione del Partito comunista in Italia, attraverso la lotta contro le tendenze opportuniste e riformiste; riconosciuto che questo problema è stato risolto dall’esito del congresso di Livorno, affermando che la questione della tattica parlamentare dei comunisti, come è stata affacciata e sostenuta nel campo internazionale dalla frazione, era un contributo di critica che conserva il suo valore nella elaborazione del pensiero e del metodo comunista, deve ritenersi risolta nel campo d’azione delle deliberazioni del secondo congresso dell’Internazionale comunista; affermando che nel Partito comunista non è consentita la presenza di frazioni autonome ma deve vigere la più stretta omogeneità e disciplina, delibera lo scioglimento della frazione”.

La corrente comunista, formata dagli astensionisti della frazione di Bordiga, dagli elementi raggruppati attorno all'”Ordine Nuovo” di Gramsci e all'”Avanti!” piemontese, preso atto della vittoria dei massimalisti-unitari, abbandonò così la sala del teatro al canto dell’Internazionale e si trasferì al teatro San Marco, scortata da numerosi operai e giovani rivoluzionari che avevano assistito ai lavori del congresso, per procedere alla costituzione del Partito Comunista d’Italia, quale sezione dell’Internazionale comunista.

In un clima di grande entusiasmo e combattività si svolse al teatro San Marco il 1° congresso del PCd’I. L’atto costitutivo chiamava alla dittatura del proletariato, da esercitarsi attraverso il sistema dei consigli dei lavoratori operai e contadini.

Al primo Comitato Centrale vennero eletti 15 membri: Belloni, Bombacci, Bordiga, Fortichiari, Gennari, Gramsci, Grieco, Marabini, Misiano, Parodi, Polano, Repossi, Sessa, Tarsia, Terracini. (AdnKronos)

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