Oltre il buio

Di Salvo Zappulla

Ci sono libri che recensisco con leggerezza, giocando e divertendomi e ce ne sono altri che mi procurano commozione, angoscia, persino dolore. Come nel  caso di questo romanzo di Mirella Guagnano, “Oltre il buio”, edito da PAV edizioni. Per il suo contenuto, per la straordinaria ricchezza del suo contenuto, perché racconta di sofferenze, di cadute negli abissi e di rinascita. Anche la sofferenza è una ricchezza, fortifica, ci tempra; ci rende più forti se saputa affrontare. Diventa pedagogica, persino catartica. Scrivere questo articolo mi è costato enorme fatica, la morte è un argomento che si vorrebbe sempre evitare. Ma c’è, è lì, a ricordarci che siamo nulla, meteore sempre in bilico sul ciglio del burrone.

 Si può continuare a vivere dopo la perdita in modo violento, a causa di un incidente stradale, di due persone care come i propri genitori? Assenza che si rivelerà, per la protagonista del romanzo, un vuoto impossibile da riempire.  Il dolore dell’anima è un mostro tentacolare che avviluppa le viscere giorno dopo giorno, implacabile, silenzioso, spietato. Il male va affrontato con coraggio, scovato nella sua tana, sradicato ed estirpato dal proprio essere. Guai a tenerselo dentro. Ed è quello che fa Giulia, dopo essersi rifugiata nel buio della solitudine e dell’alcol, troverà conforto in una comunità e nell’amore di un ragazzo. L’amore può fare miracoli. Mirella Guagnano di questa perdita ne fa il fulcro del romanzo, un viaggio esistenziale negli abissi del dolore, nei labirinti della psiche umana, nei meandri oscuri che ogni essere umano si porta addosso.   

Una storia intima, drammaticamente esistenziale, dove i ricordi emergono molesti a soffocare il desiderio di vivere. Quando si perdono persone care la vita si ferma. Si sopravvive, non si vive. Cala un velo negli occhi  e quegli occhi non riavranno più la stessa lucentezza.   Citando Henri Guillemin, è il grido di dolore di un cuore dilaniato dalla fuga eterna di tutto quanto si vorrebbe amare per sempre e che ci è stato strappato. Ci si aggrappa a tutto per avere un filo di speranza, si chiede al buon Dio perché si è dimenticato di noi. Malik, nel suo film, The tree of life, (Palma d’oro 2011) al protagonista che ha appena saputo della morte del proprio figlio, fa dire: “Dio, cosa siamo noi per te?” rivolgendo gli occhi al cielo. La risposta è raggelante: “Dov’eri tu, quand’io creavo le galassie e gli abissi?”.

Come dire: siamo nulla, granelli di polvere nel deserto di fronte alla vastità del Creato. L’apatia, il desiderio di lasciarsi vincere dallo sconforto e di farla finita. Inconsciamente chi ha subìto il trauma della perdita di una persona cara sente il desiderio di raggiungerla in un altro posto.  E poi lentamente il risveglio, la rinascita, la voglia di dare ancora un senso a questa nostra fragile precaria esistenza. Uno spiraglio di luce che penetra le tenebre e apre alla speranza. Ed ecco allora che “Oltre il buio” diventa un documento prezioso da trasmettere agli altri, quasi un manuale che ci insegna come combattere il dolore o almeno imparare a conviverci; ci spiega come riappropriarci della nostra vita, che in fondo vale sempre la pena di essere vissuta.

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