Esce per la Nave di Teseo “Voglia di libri”

Mario Andreose (e sarà il primo ad ammetterlo) ha avuto vita professionale ‘fortunata’. Non solo per i risultati raggiunti di 60 anni di attività a ogni livello nel mercato editoriale italiano, ma anche perché, potendo vivere da vicino e da protagonista quella che a posteriori ci appare come un’età dell’oro (del libro) irripetibile, il suo è stato “un lavoro, direi, gratificato da un incantato apprentissage”.

Andreose usa questa espressione in riferimento diretto a due figure, Giacomo Debenedetti e Umberto Eco, che scandiscono il suo ultimo volume ‘Voglia di libri’ (La Nave di Teseo, 240 pp.) , ma se si considerano gli interlocutori di questi sessant’anni, può essere applicato a un numero sconfinato di scrittori e intellettuali conosciuti di prima mano.

Nel capitolo iniziale ‘in breve, di alcuni maestri’, ne cita una manciata (oltre ai due già citati, Alberto Mondadori, Enzo Paci, Erich Linder, Valentino Bompiani, Moravia, Sciascia, Maria Corti, Giovanni Reale), ma sono solo quelli che più direttamente hanno permesso a Andreose di crescere, affermarsi, capire. L’elenco dei ringraziamenti, si intuisce, potrebbe essere molto più lungo, e di altissimo livello (vedi l’indice dei nomi che chiude il volume)

Cinque anni dopo la galleria di ritratti del primo fortunato ‘Uomini e libri’, il nuovo lavoro raccoglie – riscrivendoli – testi apparsi in questi anni, che vanno a comporre un quadro a suo modo struggente di quella che è stata l’industria culturale ed editoriale italiana del secondo dopoguerra. Si parte da una Milano che a fine anni Cinquanta – ricorda Andreose – “per chi avesse avuto l’intenzione di entrare nel giornalismo, era allora l’America” e si procede per vagabondaggi intellettuali e imprenditoriali che lo portano da Parigi a Verona, da Francoforte a Venezia, passando per la Roma di Moravia e la Torino degli Agnelli e dei Romiti: in questi percorsi Andreose vive – sempre più con un ruolo centrale – la trasformazione del settore, fra intuizioni geniali e colpi di fortuna, ma anche – sempre più man mano che ci si avvicina al Duemila – da mancanza di visione imprenditoriale e colpi bassi.

E’ un percorso accidentato, ma sempre in prima fila, che spiega tante delle cose che sono successe ma anche le ragioni della condizione attuale dell’editoria italiana. A iniziare dall’ultima creatura dello stesso Andreose, la casa editrice ‘La Nave di Teseo’, frutto di una fuga in avanti con Elisabetta Sgarbi e Umberto Eco, fuga ‘obbligata’ visto lo scenario che si andava delineando con il rafforzamento della super-Mondadori. Ma il declino del ‘sistema’ era iniziato molto prima, anche per le intromissioni di ambienti (leggi P2) che poco avevano a che fare con la letteratura o la filosofia.

Chiude il volume una deliziosa appendice dedicata al ‘Fascino slavo del tennis’, in cui Andreose – che spiega di avere “imparato il tennis leggendo Gianni Clerici, molto prima di potere impugnare una racchetta” – crea un piccolo epos dei ‘gesti bianchi’, che parte da Rosewall, Lendl e Nastase e arriva a Djokovic, vincente non amato quanto meriterebbe e che in tempi di coronavirus ha dato all’autore un piccolo dispiacere per il suo “comportamento dissennato”. (AdnKronos)

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