Perché i migranti tunisini sbarcano a Lampedusa e non a Pantelleria?

di Salvo Barbagallo

È noto che imperversano le polemiche sugli sbarchi di “migranti” a Lampedusa provenienti dalla Tunisia: i contagi da Coronavirus fanno paura, considerato che non si arresta il continuo flusso proveniente dal vicino Paese che si indirizza verso le isole minori e verso le coste della Sicilia. Sfugge il motivo, ma più che altro sfugge all’attenzione la circostanza che ad essere presa d’assalto sia principalmente Lampedusa e non Pantelleria, come accade, per esempio.

Forse – ma è solo una ipotesi – perché i flussi di barchini, motoscafi, barcacce, gommoni, eccetera, è ben programmato da chi (?) “dirige” questo traffico di esseri umani, che sembrerebbe conoscere bene le situazioni “politiche” (e altro) delle nostre isole mediterranee.

È Pantelleria l’isola più vicina alla Tunisia: solo 75 chilometri separano la città di Kelibia, appunto, da Pantelleria. Trecento chilometri e passa è la distanza dalle coste tunisine a quelle di Lampedusa, quasi seicento da Kelibia a Marsala, in Sicilia.

Pantelleria sembra essere “off limit” e il via vai nautico “clandestino” resta alla larga: forse perché a Pantelleria sono in funzione installazioni militari d’Italia e USA? Non conosciamo l’attuale consistenza della presenza di forze armate (italiane e straniere?), le ultime informazioni “utili” le abbiamo apprese anni addietro dal giornale online “Analisi Difesa” che indicava come Le infrastrutture risalenti alla Seconda guerra mondiale sono state riammodernate nel 2015 e c’è un bunker scavato nella roccia su più livelli di circa 1.700 metri quadrati, oggi condiviso con l’intelligence americana (…). Però proprio nei giorni scorsi a Pantelleria si è tenuta l’esercitazione “Proof of Concept Expeditionary”, un evento pensato per testare le principali e peculiari capacità di proiezione delle forze che la nostra Aeronautica militare è in grado di esprimere oggi al servizio della Difesa e della nazione.

Di questo evento ci informa Chiara Giannini sul quotidiano “Il Giornale”: Per la prima volta è stato messo in campo l’F-35B, il velivolo quinta generazione in versione Stolv (Short take off and vertical landing), al centro dell’esercitazione che si è svolta nel Mediterraneo centrale (…) Lo scopo dell’esercitazione è stato quello di verificare la capacità di proiettare, con brevissimo preavviso, un adeguato pacchetto di forze, completo di tutte le sue componenti. Oltre all’F-35, anche assetti logistici tra cui l’Air Landed Aircraft Refuelling Point (Alarp), sistema che permette il prelevamento del combustibile direttamente dai serbatoi del velivolo KC-130J e consente il rifornimento contemporaneo fino a quattro velivoli (…) La presenza di una cellula di Combat Controller del 17° Stormo Incursori e di un dispositivo di Force Protection dei Fucilieri dell’Aria del 16° Stormo di Martina Franca (in provincia di Bari), supportati dall’alto da un aeromobile a pilotaggio remoto MQ-9A Predator B del 32° Stormo con funzioni Intelligence, Surveillance, and Reconnaissance (ISR) in tempo reale, hanno consentito il mantenimento di una costante cornice di monitoraggio e sicurezza (…)

Ma bisogna capire il significato delle dichiarazioni del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, generale di squadra aerea Alberto Rosso, che ha preso parte alle manovre, per comprendere meglio. “Sulla scelta di Pantelleria per l’esercitazione” ha chiarito Alberto Rosso “Non c’è nessun segnale o indirizzo politico. Avremmo potuto scegliere qualsiasi base. Questa ha una pista corta e una capacità di supporto limitata, adatta quindi al tipo di attività (…). C’è l’attenzione a evitare qualsiasi retro pensiero che una presenza qui dell’Aeronautica può avere dietro un messaggio politico. Perché l’importante è essere sempre pronti per la difesa del Paese da qualsiasi tipo di minaccia”.

Nient’altro da aggiungere, se non sottolineare (ma potremmo essere in errore…) che chi dirige il traffico di migranti dalla Tunisia verso la Sicilia, sa quel che fa ed è piuttosto informato.

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