L’attimo prima. Si può sfidare il destino?

di Salvo Zappulla

Si può sfidare il destino? Siamo noi a determinarlo, con le nostre azioni e le nostre scelte? O è già tutto scritto. Francesco Musolino, con questo suo romanzo d’esordio, “L’attimo prima”, edito da Rizzoli, ci pone di fronte a un bivio. Cosa sarebbe stata la mia vita se quel giorno, “L’attimo prima”, non fosse capitato che…  È così imponderabile la vita, così aleatoria che nessuno può programmarla, c’è sempre un fattore imprevedibile che scombussola i nostri piani. Mi è piaciuto molto questo romanzo, mi ha fatto riflettere sulla fragilità della nostra esistenza, la vacuità delle nostre sicurezze. Il protagonista, Lorenzo, è cresciuto a Messina, nel ristorante dei suoi genitori, desidera una carriera da chef ma, all’improvviso, tutto è cambiato. Lorenzo è un immaturo, fatica a uscire dal guscio, inizia a lavorare in un’agenzia di viaggi ma non riesce a vivere appieno la propria vita e si limita a immaginare quella degli altri. Sarà la sorella Elena a stanarlo, a renderlo consapevole della propria forza e a tirare fuori in lui il coraggio per affrontare i sentieri impervi del mondo. Un libro pervaso da una malinconia dolce, che a volte diventa struggente, si fa canto. Francesco Musolino usa le parole come note musicali, le adagia nella sua storia con cura, le culla con amore, senza strabordare, senza enfasi, con raffinata delicatezza. Una sinfonia fatta di parole; un caleidoscopio di sogni che s’intersecano, interagiscono, qualche volta si infrangono, si librano verso spazi siderali, trasportati da una nuvola di vapore. Una scrittura che ho trovato a tratti sommessa, quasi sussurrata, ammaliante, mi ha procurato una sensazione di benessere, come mi ritrovassi catapultato sul lettino dello psicanalista. L’autore riesce a creare atmosfere in cui ci si identifica, che coinvolgono il lettore, lo risucchiano dentro un vortice di emozioni, in un gioco di specchi che rimanda e moltiplica luci e ombre all’infinito, da cui difficilmente ci si può liberare. I personaggi sono credibili, vibranti, maschere umane perennemente in bilico, avvolti da un cono d’ombra, indifesi nella loro nudità interiore.

Caro Francesco, un esordio con i fiocchi il tuo, un romanzo che vuole trasmettere un messaggio di grande speranza. Perché hai voluto scrivere questa storia?

Tenevo particolarmente al fatto che questa non fosse una storia di caduta ma di risalita, di rinascita. Il futuro che abbiamo sognato da adolescenti nella nostra cameretta con il letto singolo, molto raramente diventa realtà. Lorenzo, il protagonista di questo romanzo, cresciuto nel ristorante dei suoi genitori a Messina, era convinto che sarebbe diventato uno chef famoso. Il suo futuro sembrava ineluttabile finché, per un capriccio del destino, tutto cambia in un momento e quel domani perfetto svanisce. Cosa resta? Un presente infinito, un ragazzo che non ha confidenza con le emozioni. Ma la vita non aspetta e tornerà presto a bussare al cuore di Lorenzo…

C’è un antidoto al dolore? Alla perdita di una persona cara?

Sì, c’è un nucleo emotivo autobiografico ma non era mia intenzione squadernare il cuore e raccontare tutto con un punto di vista ombelicale. Così ho inserito ricordi ed oggetti personali ma ho cercato la giusta distanza, compiendo un passo indietro perché questo diventasse il racconto di un ragazzo che mi somiglia, cui la vita ha riservato un percorso diverso e che dopo aver perso il futuro perfetto, deve ricominciare a vivere. Con fatica, sbagliando, del resto la vita non ha le istruzioni per l’uso.

La scrittura può avere una funzione terapeutica?

Senza dubbio. La scrittrice Karen Blixen era convinta che si potesse rendere tollerabile qualsiasi dolore inserendolo in una storia di finzione, facendo in modo che le parole diventino un balsamo sulle cicatrici. Ma è davvero così? Scrivendo questo libro ho capito che siamo tutti frangibili, tutti cadiamo e ci rompiamo – è inevitabile, fa parte della vita – ma soltanto in quel momento capiamo di cosa siamo fatti. E possiamo rialzarci, consapevoli della nostra forza.

Tu, oltre a essere scrittore, sei anche giornalista, organizzi corsi di scrittura, gestisci un blog. Insomma, mi sembra di capire che tutta la tua vita si spenda all’insegna della letteratura. Come nasce questa passione?

È nata grazie alla mia famiglia di lettori. Sono cresciuto in mezzo ai libri e a fratelli affamati di storie. Poi, fatalmente, è scoppiata la mia passione che si è coniugata con la scrittura e con il giornalismo. Dipanare la matassa è complicato ma certamente credo nel potere delle storie e nella loro forza primordiale. In fondo siamo ancora dentro una caverna, stretti attorno ad un fuoco, ad ascoltare un racconto per attraversare la notte.

Messina come casa, rifugio dell’anima. Le radici sono importanti? O possono diventare un limite?

Le radici contano per capire chi siamo. Sarebbe sbagliato rinnegarle o provare a sradicarle. Nascere e crescere in Sicilia, lo sappiamo, riserva bellezza e scomodità, un’isola bellissima ma crudele, una natura rigogliosa ma spigolosa. La Sicilia, diceva Sciascia, è tutta una dimensione fantastica. Dobbiamo far ricorso anche all’immaginazione – e alla perseveranza – per farci i conti ogni giorno. La Sicilia è croce e delizia, ecco.

Musolino

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