Garibaldi, l’inarrestabile combattente

Una “nuova” visione di Garibaldi e dell’impresa dei Mille in un romanzo appena completato di Santi Maria Randazzo che presto troveremo in libreria, con un titolo emblematico: “Da Staten Island a Marsala”. Il contenuto del libro si preannuncia interessante poiché offre aspetti poco conosciuti, o poco messi in rilievo, dell’Eroe dei due Mondi, e traccia, inoltre, un percorso con mille sfaccettature dell’Impresa dei Mille. In anteprima La Voce dell’Isola presenta l’incipit di quest’ultima fatica di Santi Maria Randazzo.

Da Staten Island a Marsala

di Santi Maria Randazzo

Guardando dopo essersi spinto non senza fatica fuori dall’oblò della sua cabina a bordo della nave che lo aveva portato in America, ed osservando il profilo dell’orizzonte terrestre del nuovo mondo pacatamente illuminato dalla debole luce di un sole americano inerte e pigro, nel mentre una ormai consueta, oppressiva, struggente tristezza e nostalgia attanagliavano il suo ancora ardente   cuore guerriero sempre pronto a nuove avventure, Giuseppe Garibaldi, in quell’alba americana inespressiva,cupa e nebbiosa del trenta luglio 1850 lottava con se stesso per non abbandonarsi alla rassegnazione ed alla depressione causata da quell’esilio a cui era stato costretto dal governo sabaudo. Ormai giunto a quella non gradita ma obbligata meta americana del suo esilio voluto dal governo piemontese e dopo quasi due lunghi mesi di navigazione, il tempo che aveva impiegato il piroscafo Waterloo per attraversare l’Atlantico dopo essere partito da Liverpool, Garibaldi poté finalmente scorgere, anche se in modo alquanto vago ed in una prospettiva soffusa e colorata di un bianco sbiadito da cui era composta una tenue nebbia, i contorni della costa degli Stati Uniti e poco dopo le enormi banchine del grande porto di New York brulicanti di gente: era arrivato a Staten Island  dove, da lì a breve, la nave Waterloo su cui aveva viaggiato sarebbe attraccata, nel mentre la sua mente gli riproponeva il ricordo della sua casa in riva al mare, a Nizza.

Dopo quel lungo, obbligato e sofferto viaggio Garibaldi era ormai arrivato negli Stati Uniti d’America, terra che sarebbe stata la sua nuova, provvisoria, obbligata patria in esilio per un tempo ancora incerto, che egli  desiderava non si prolungasse oltre lo stretto necessario, in attesa che maturassero le condizioni politiche che gli avrebbero potuto permettere di ritornare, non più esule, nella sua patria: l’Italia. La stanchezza e la sofferenza fisica e mentale accumulate durante il lungo viaggio facevano sì che Garibaldi fosse, in qualche modo, contento della fine di quel non desiderato viaggio, durante il quale aveva sofferto di dolori acuti alle articolazioni delle anche, delle ginocchia ed alla schiena che avevano accentuato il suo stato depressivo e che lo avevano costretto ad una quasi totale immobilità. Finalmente quel penoso viaggio era oramai giunto al termine ed egli attendeva ora con impazienza di poter sbarcare a terra per poter rivedere i tanti amici che si trovavano da tempo a New York e che di sicuro lo stavano attendendo, sapendo già del suo arrivo. Il suo cuore, palpitante nell’attesa di rivedere i tanti amici già costretti all’esilio, era al tempo stesso gonfio di una infinita tristezza pensando alla sua patria lontana alla sua Nizza; riandò con il pensiero alle vicende che avevano determinato il fallimento dell’esperienza politica della Repubblica Romana, avvenuta anche a causa della imperizia militare dimostrata da Mazzini che non aveva voluto seguire i suoi consigli; fallimento in seguito al quale e per ciò che ne era conseguito, era stato condannato all’esilio, aveva dovuto abbandonare la sua patria, la sua città natale, Nizza, sua madre che non avrebbe forse più rivisto, i suoi figli, i suoi amici ed i suoi compagni di lotta.

A Roma durante l’esaltante vicenda della Repubblica Romana inutilmente Garibaldi aveva cercato di consigliare Mazzini sulle necessità organizzative militari da intraprendere per difendere la città dai prevedibili attacchi che sarebbero presto arrivati, ma i suoi consigli erano rimasti inascoltati e dopo quegli eventi culminati con il fallimento della Repubblica Romana era venuta meno quell’intesa che aveva caratterizzato fino a quel momento i suo rapporti con Mazzini. Durante quel viaggio impostogli dalle autorità di tutta Europa e dal governo piemontese in particolare, in quegli interminabili, deprimenti e monotoni giorni della traversata dell’Oceano Atlantico, Garibaldi si era ritrovato inevitabilmente a fare mille volte il bilancio della sua vita e delle sue scelte, passando in rassegna i momenti esaltanti delle sue vittorie, dei suoi amori e quelli deprimenti della perdita di Anita; quelli delle sue sconfitte, come quella subita nelle vicende della Repubblica Romana dell’anno precedente, che aveva posto fine ad un sogno rivoluzionario, determinato dalla potente e congiunta reazione delle monarchie europee, che aveva portato alla restaurazione degli antichi equilibri politici in Europa ed in Italia, e le cui conseguenze lo costringevano, ora, all’esilio in America.

Il suo stato di salute ed il suo fisico che erano stati messi a dura prova nel corso di quel viaggio non contribuivano, certo, a mitigare la sua depressione; I forti dolori reumatici di cui aveva sofferto durante la traversata dell’oceano gli avevano provocato una forma di paralisi agli arti inferiori e lo costringevano adesso, impossibilitato a muoversi con le proprie gambe autonomamente, per poter sbarcare a Staten Island porto di New York, ad essere sollevato di peso per essere sbarcato a terra dai facchini del porto. Proprio lui, l’inarrestabile combattente rivoluzionario dei due mondi, impossibilitato a scendere con le proprie gambe dalla nave Waterloo su cui aveva viaggiato: tutto ciò contribuì a rendere ancora più depresso l’umore di Garibaldi, arrivato negli Stati Uniti contro la propria volontà, perché condannato all’esilio dal governo piemontese, che gli aveva imposto di allontanarsi dall’Italia in alternativa alla carcerazione.

La notizia del suo arrivò a Staten Island, già annunciata, non passò certo sotto silenzio presso la comunità italiana di New York e lo stesso New York Times la pubblicò nelle sue pagine, riferendo che molti estimatori di Garibaldi, Italiani esuli e non, lo stavano aspettando per tributargli una festosa e meritata accoglienza nella terra del suo forzato esilio. Ed effettivamente sulla banchina del porto di Staten Island, dove Garibaldi sbarcò, vi erano ad accoglierlo in tanti: c’era anche il Generale Giuseppe Avezzana, che era stato ministro della Guerra della Repubblica Romana ed ora anche lui esule politico costretto all’esilio in America, Felice Foresti ex carbonaro già condannato a morte dagli Austriaci e costretto ad espatriare, lo stesso Antonio Meucci che aveva avviato un’attività industriale a New York, e tanti altri: tutti attendevano con ansia di incontrarlo per poterlo conoscere di persona e di poterlo salutare perché ammiravano in Giuseppe Garibaldi la sua indefessa volontà di combattere a favore della libertà dei popoli, il suo spirito cavalleresco e la nobiltà d’animo che lo avevano indotto anche a rischiare la vita pur di perseguire gli ideali politici che animavano la sua azione in favore della libertà dei popoli in ogni parte del mondo e per unificare l’Italia.  La nutrita colonia di Italiani di New York, dove tanti erano gli esuli, avendo saputo dell’annunciato arrivo di Garibaldi, avevano organizzato per la sera dell’arrivo di Garibaldi a New York una manifestazione di benvenuto che si sarebbe dovuta concludere con un banchetto in onore dell’eroe dei due mondi. Quell’ondata di diffuso entusiasmo provocata dall’annuncio dell’arrivo di Garibaldi a New York, divenuta ancora più alta ora che lui era sbarcato a Staten Island, preoccupò a tal punto le autorità americane che, per timore che allo spirito ed agli intenti rivoluzionari degli esuli italiani, determinati dall’arrivo di Garibaldi in America, anche gli esuli di altre nazionalità potessero unirsi a quella platea e condividere quella atmosfera farcita di idee rivoluzionarie, provocando disordini; vietarono pertanto la manifestazione di accoglienza all’eroe dei due mondi; e Garibaldi, anche se sofferente ed ammalato, rinunciò, seppur a malincuore, a partecipare al banchetto organizzato in suo onore.

Biografia Santi Maria Randazzo

Nasce a Catania il 24 maggio 1952, dopo essersi diplomato all’Istituto Magistrale “ Lombardo Radice” di Catania consegue la Laurea in Pedagogia, il Diploma di Servizio Sociale e completa il corso di Laurea in Psicologia non conseguendo il titolo per non aver redatto la tesi di laurea. Dopo un triennio come Assistente Volontario presso la cattedra di “Teoria e storia della didattica” svolge i suo lavoro presso il Comune di Catania come Assistente Sociale, prima, e come Funzionario, successivamente coordinando, fra l’altro, per 7 anni il Centro Sociale di Librino a Catania. Fa parte per molti anni del Comitato Provinciale Antidroga e svolge attività in diversi progetti avviati dal Provveditorato agli Studi di Catania. Dal 2000 inizia la sua attività di studioso di Storia, Archeologia e Cinema pubblicando libri e articoli su varie riviste, che possono essere consultati gratuitamente sul sito academia.edu gestito dall’Università di Edimburgo. Il suo ultimo libro “Il Ritorno Degli Aragonesi In Sicilia” ha avuto l’introduzione dello storico francese Henry Bresc ed è stato citato in lavori pubblicati in svariate nazioni. Dal 2019 Santi Maria Randazzo si è cimentato nella scrittura di racconti brevi ed adesso di un romanzo storico sull’epopea garibaldina, appena completato, in attesa di trovare un editore interessato a pubblicarlo.

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