Via D’Amelio: perché i conti non tornano

di Valter Vecellio

Per la strage di via D’Amelio (il 19 luglio di ventotto anni fa), come per tante storie di mafia, si conosce la fine, si ignora l’inizio.

A via D’Amelio vengono uccisi Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, e Claudio Traina.

La verità su quella strage è – a distanza di tanti anni – ancora una nebulosa; tanti gli interrogativi che attendono risposta. Dal punto di vista processuale, dal 1994 sono andati a sentenza tre processi, ma solo l’ultimo è rimasto intatto. I cosiddetti Borsellino-Uno e Bis si fondano sulle dichiarazioni di un falso pentito Vincenzo Scarantino, smentito solo nel 2008 da un altro pentito, Gaspare Spatuzza. Il Borsellino Quater è ancora in corso e ha dovuto demolire i primi due processi. Come tutto ciò sia accaduto, va ancora spiegato. Non è il solo buco nero. Chi era a conoscenza della decisione di Borsellino, in vacanza al mare, di andare a via D’Amelio?

Quel pomeriggio a via D’Amelio dei ragazzini giocano per strada, non danno fastidio a nessuno, ma un condomino li manda via. Quel condomino si chiama Salvatore Vitale; è un mafioso, abita in quella strada, è il proprietario del maneggio dove andava Giuseppe Di Matteo il figlio di un pentito, che viene rapito e strangolato, il corpo sciolto nell’acido. Che ruolo ha avuto Vitale? Capitolo a parte, la questione dell’agenda rossa mai trovata, e da qualcuno certamente sottratta. Ma perché Scarantino accusa falsamente sette persone e se stesso?

Ci sono poi le accuse scolpite dalla figlia di Borsellino, Fiammetta: parole inequivocabili. Racconta di manovre per occultare la verità; di indagini effettuate dalla procura di Caltanissetta definita massonica; di sedicenti amici e colleghi che di punto in bianco non si sono più fatti vivi; di come suo padre fu lasciato solo, in vita, e dopo; di come Borsellino, negli ultimi suoi giorni, avesse concentrato l’attenzione ai legami tra mafia, appalti e potere economico… 

Una storia di cui si sa la fine, ma non l’inizio. E con una quantità di conti che non tornano. Episodi che non possono essere solo coincidenze, e legittimano inquietanti sospetti. Veri e propri buchi neri.

Facciamo qualche passo indietro. È necessario per comprendere il contesto, capire gli scenari. Per esempio, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, mandato a fare il prefetto a Palermo. Che fine hanno fatto i suoi appunti sul vorticoso giro di appalti: scomparsi.

Il foglio della relazione di servizio redatta dall’agente Calogero Zucchetto; è il primo ad arrivare sul luogo dell’omicidio Dalla Chiesa. Scomparso. Anche Zucchetto viene ucciso dalla mafia

L’agenda del capo della sezione investigativa della squadra mobile di Palermo Ninì Cassarà, ucciso dalla mafia. Scomparsa.

L’agendina che Cassarà sequestra a casa di Ignazio Salvo: scomparsa.

Alcuni fascicoli di una rogatoria in Svizzera per riciclaggio di denaro inviati da Cassarà: scomparsi.

Gli appunti del poliziotto Nino Agostino, ucciso assieme alla moglie Ida Castelluccio: scomparsi.

Giovanni Falcone: qui accade qualcosa di sconcertante: irreperibile il suo diario. Irreperibili alcuni file del computer trovato nell’abitazione di Palermo. Irreperibili i file nel computer nell’ufficio al ministero di Giustizia. Cancellato il disco rigido del computer trovato nell’abitazione romana.

Gli appunti del maresciallo Antonino Lombardo, che ha svolto un ruolo importante nella cattura di Riina, e misteriosamente si suicida all’interno della caserma Bonsignore di Palermo. Scomparsi.

Si arriva così alla famosa agenda rossa di Borsellino: era nella borsa che il magistrato ha con sé quando viene ucciso a via D’Amelio: scomparsa.

Una storia di cui si sa la fine, ma non l’inizio. Nella strage di via D’Amelio muoiono in sei. In realtà, le vittime sono sette; e questa è la storia della settima vittima: è una ragazza di 17 anni, Rita Atria. Vive a Partanna, vicino Trapani. In paese si fronteggiano gli Accardo e gli Ingoia, una ventina di morti ammazzati in pochi mesi; tra quei morti anche don Vito padre di Rita; e il fratello Nicola. La madre di Rita le intima mille volte di non immischiarsi negli affari della cosca, di non fare domande, di non cercare risposte. Lei invece ascolta e vede. Capisce e ricorda. Un giorno racconta quello che sa di quei clan chiusi, impenetrabili, fornisce a Borsellino le chiavi di lettura per conoscere equilibri e gerarchie; collabora con la giustizia, per la famiglia è un’infame, viene ripudiata.

Poi, come sappiamo, Borsellino viene ucciso; anche Rita comincia a morire. Quel giudice per lei non è solo un giudice, è il padre che non ha mai avuto; una depressione da cui non si solleva più. Non trova una ragione per vivere, (NdR: sette giorni dopo, il 26 luglio) si lancia dalla finestra del quarto piano dell’appartamento romano in cui ha trovato rifugio.

La tragedia non finisce qui. C’è l’ultimo oltraggio: la madre, con un martello spacca la tomba dove Rita riposa, distrugge la fotografia della figlia che ha infangato l’onore della famiglia. Dirà di averlo fatto perché quella fotografia non le piaceva…

LA VOCE DI NEW YORK

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