90 anni: semplicemente Clint

di Valter Vecellio

Semplicemente Clint

Una prova lampante della consapevolezza del debito di Clint Eastwood verso i suoi registi si può trovare in una fotografia pubblicata per “Lo straniero senza nome”. Nell’immagine Eastwood e Verna Bloom sono davanti a una tomba in un cimitero che ha una grande importanza nel film. Eastwood si appoggia a una pietra tombale con la sinistra, tiene il cappello sul cuore con la destra. Il nome sulla lapide è: Donald Siegel. Appena dietro a quella tomba, un’altra, si legge: S.Leone. È un buon esempio dell’umorismo sornione di Eastwood. Tutte e due le tombe si vedono nel film, ma non abbastanza a lungo per permettere di leggere le iscrizioni…

L’episodio è raccontato nel libro “Clint Eastwood” (Signet Book, New American Library, New York 1974). Il libro è di Stuart Kaminsky, uno scrittore polacco-americano che insegna all’università Northwestern di Chicago, e scrive libri “gialli” deliziosi ambientati negli anni Quaranta; Kaminsky, vero topo di cineteca, non a caso è scelto da Sergio Leone per supervisionare la sceneggiatura del suo capolavoro “C’era una volta in America”. Già: perché Eastwood l’abbiamo impiombato in clichè fasulli e riduttivi: l’innominabile “Joe” di Per un pugno di dollari; “monco” di Per qualche dollaro in più; ancora l’uomo senza nome de Il buono, il brutto e il cattivo; il poliziotto anarchico-conservatore della serie Dirty Harry. Una saga, quest’ultima, che tanti, frettolosamente hanno liquidato con sprezzo come inno al “macho” fascista, autoritario, violento. Pochi si sono accorti che in Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo!, Eastwood, alla fine getta via la stella di sceriffo; esattamente come fa, nel 1952, Gary Cooper in “Mezzogiorno di fuoco”. Solo che allora in quel gesto si volle vedere una velata contestazione alla propaganda oltranzista condotta dal senatore Joe McCarthy.

Sono ormai anni che Eastwood – pur se inizialmente snobbato da qualche critico “raffinato” e “intelligente” – è sulla cresta dell’onda. A Ludovica Ripa di Meana, che per la rubrica televisiva “Odeon” gli chiede come se lo spiega, Eastwood risponde: “Probabilmente perché mi sono capitati dei film che sono piaciuti al pubblico. Ma è solo fortuna. Il mio modo di vivere non mi ha fatto perdere il contatto con la gente. Io credo di sapere che cosa vuole l’uomo della strada, perché prima di fare l’attore ho fatto il manovale, il bagnino, il ragioniere…Perciò quando faccio un film penso sempre a ciò che può piacere alla gente”. Questo pensare al pubblico è il massimo impegno che a un attore si può e si deve chiedere.

Tra i tanti film di questo grande attore che si possono citare (una battuta tipica dei produttori di Hollywood a corto di idee, è: “Se proprio tutto va male, possiamo sempre fare un film con Clint”), uno che merita di essere citato: quel “Two Mules for Sister Sara” (“Gli avvoltoi hanno fame”, con un’altrettanto brava Shirley McLaine; e “La ballata della città senza nome”, con un formidabile Lee Marvin. Western “decadenti”, dove si sfocia nell’auto-parodia; dove tuttavia forse meglio che in altri film Eastwood rivela appieno le sue qualità e dimostra di essere l’unico e l’ultimo vero divo dell’orizzonte western. Peccato solo che non ci siano più registi come Leone o come Sam Peckimpah, capaci di sfruttarne al meglio il grande potenziale. Si può solo sperare che continui ad auto-dirigersi.

Io faccio uno di questi agenti del servizio segreto che mettono la propria vita in prima linea per salvare il Presidente in caso di attentato. È un film molto ben fatto, di cui vado fiero, perché non è solo un action-movie, bensì mostra quello che sentono questi uomini straordinari, alcuni dei quali ho conosciuto, fa vedere come vivono. Il mio personaggio, per esempio, ancora porta le cicatrici dell’assassinio di Kennedy, della cui scorta faceva parte, senza successo, evidentemente. Per un agente del servizio segreto non esiste sconfitta o fallimento più doloroso. Ci siamo ispirati a Clint Hill, l’agente che tutti ricordiamo a Dallas, nelle celebri immagini televisive, correre e saltare sull’auto di Kennedy, ferito mortalmente. Hill concesse un’intervista a 60 minutes, in cui scoppiò in lacrime: un uomo distrutto. Piangeva istericamente, rimproverandosi che se avesse reagito con un secondo di anticipo si sarebbe preso la seconda pallottola, quella mortale, e avrebbe salvato Kennedy. È una cosa incredibile. Non tutti sanno che molti degli agenti addetti alla sicurezza di Kennedy non si sono più ripresi dal colpo subito. Avrebbero preferito dare la propria vita per salvare il Presidente, piuttosto che vivere una vita di cui hanno smarrito il senso…”.

È Clint Eastwood, che parla, racconta di “In the Line of Fire”, thriller diretto da Wolfang Peterson; nel film Eastwood interpreta appunto il ruolo di un agente dei servizi segreti che deve difendere il presidente degli Stati Uniti: “Sarà, dopo molti anni di lavoro per Hollywood e la Warner Bros, un film indipendente e duro. Poi dirigerò Kevin Costner in un’avventura hollywoodiana” (ndr.: si tratta di A Perfect World). Sarà l’ennesimo personaggio segnato dalla vita: disincantato con una leggera punta di cinismo; con un suo codice taciturno; e la dice lunga il sodalizio con Leone: “Con Sergio ci siamo incontrati per la prima volta nel 1964. Io venivo dalla serie televisiva “Rawhite”, dove facevo il cow boy Roddy Yates, che era in pratica il mio unico lavoro, iniziato nel 1958. Ero entrato nella Universal nel 1953, con una paga di 75 dollari la settimana, per fare piccole parti, poco più che comparsate. Insomma, Leone aveva visto “Rawhite” e mi invitò in Europa a fare Per un pugno di dollari. Leone aveva fatto un solo film, che si chiamava Il colosso di Rodi, non esattamente un capolavoro. Mi dissi: vabbé, mi faccio un viaggetto in Europa e cambio aria per un po’. Male non mi può fare. La serie TV era finita, ed ero disoccupato. Ehi! Mi offrivano pure quindicimila dollari! Così accettai l’invito. Andai in Spagna, dove si girava. Sergio sapeva dire solo ‘goodbye’, io solo ‘Arrivederci’. Comunicavamo a gesti, non esattamente un certament filosofico. Lui voleva che il mio Gringo parlasse di più, io protestai dicendo che non c’era bisogno di farne un logorroico. La spuntai, e così nacque il mito del cow boy taciturno. Fu un successo clamoroso. Dopo i tre spaghetti-western (ndr.:”Per un pugno di dollari”, “Per qualche dollaro in più”, “Il buono, il brutto e il cattivo”), io cominciai a lavorare in America con i “Dirty Harry”. Ero famoso all’estero, ma in casa ero ancora una mezza calzetta. Ci tenevo a fare bella figura con i miei. Per me Gringo era finito. Leone voleva farne altri. Gli risposi di no. Ci rimase male, poveretto. L’ho visto soltanto anni fa, quando andai in Italia per il lancio di “Bird”. Mi chiamò e uscimmo a bere. Ci trovammo benissimo insieme, come non ci era mai capitato. Non lo rividi più, dopo poche settimane era morto. Credo mi avesse voluto dare il suo arrivederci, in Paradiso, spero”.

Eastwood amato-odiato. Interpreta la serie del tenente Callaghan, e si guadagna la fama di fascista, destrorso. “La realtà è che la fiction sembrano ormai così mescolate! Avevo sempre detto di non essere né di destra, né di sinistra. Ho scelto di vivere senza etichette liberal, fasciste, anarchiche. Semplicemente come americano che si racconta. Chi si ricorda l’evaso di “Fuga da Alcatraz?” Gli chiedono: che tipo di infanzia hai avuto? E lui, “Breve”.

Dunque? Uno spirito troppo indipendente, né repubblicano né democratico. “Mi definisco piuttosto un libertario che ama l’indipendenza al quale piace che ciascuno venga lasciato in pace. Non approvo che il Governo si immischi troppo negli affari della gente. Che ci posso fare, sono cresciuto negli anni della Depressione, e per me solo col lavoro, con l’iniziativa individuale, sempre che venga permessa, ci si può guadagnare un posto al sole…”.

Il “fascista” Eastwood, con il suo “Unforgiven” ha vinto l’Oscar: campione d’incassi; soprattutto ridà fiato a un genere, il western, che troppi frettolosamente, hanno dichiarato morto e sepolto. Western amaro, lontano dagli “ottimisti” guasconi alla John Ford. Piuttosto ricalca la scia di Sam Peckimpah: “Sua moglie è morta, la sua fattoria è in rovina, i figli crescono senza certezze, lo sceriffo Gene Hackmann è corrotto, l’amico nero viene picchiato, i maiali muoiono per la peste. Con gli amici di un tempo parte alla volta di una città di frontiera. Tornare ad essere ciò che era stato una volta è una sconfitta disincantata…”.

Per lo scrittore Norman Mailer “non c’è nessuno più americano di Clint”. Per il critico Pauline Kael, è il tipico esempio di “medioevalismo fascista”. Chissà se Kael ha mai visto “Bird”, il bellissimo film che Eastwood ha realizzato ispirandosi a Charlie Parker; chissà se ha visto “Cacciatore nero, cuore bianco” dove racconta le ossessioni di John Houston, al tempo delle riprese di “La regina d’Africa”…chissà se ha capito qualcosa di “Unforgiven”: “Volevo raccontare una parabola sulla violenza, con diretto riferimento al cinema. Troppo spesso sul grande schermo o in televisione l’atto di uccidere o di sparare ha una carica positiva, liberatoria, quasi di puro divertimento. E così viene percepita da chi guarda il film. Io invece vorrei far capire che le pallottole uccidono o fanno molto male, che non c’è nulla di glorioso o gratificante nel premere un grilletto. Ecco perché, nel film, quando il giovane compare del vecchio killer uccide per la prima volta un nemico, rimane scioccato. E decide che non lo farà più in vita sua”. Eastwood spiega di non amare i “perdenti” e i “vincenti”: “Penso, piuttosto, che l’incertezza e la vulnerabilità siano più interessanti della vittoria a ogni costo. E i miei personaggi parlano poco perché sono convinti che le parole possano spesso ferire molto più che le pallottole”.

Fin dai tempi di Mark Twain non c’è scrittore americano che non aspiri a scrivere il “Grande Romanzo Americano”. Molti hanno scritto qualcosa che si avvicina, ma siamo ancora in attesa. Eastwood dirige e interpreta film: prendeteli tutti (sono ormai tanti), metteteli in fila, guardateli con pazienza e attenzione. Il Grande Romanzo Americano lo ha scritto lui. Continua a scriverlo.

So long, Clint.

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