Fase 2 manda in rovina artigiani e commercianti nei piccoli paesi. Il racconto da Francavilla

di Nello Cristaudo

 

La crisi economica  innescata dalla pandemia di coronavirus sarà peggiore della Grande Depressione del 1930, almeno così concordano molti economisti che ad essa l’hanno paragonata. E dicono pure che sarà anche più svantaggiosa di quella  finanziaria del 2008-2009, prevedendo,  quindi, la contrazione del PIL mondiale nel 2020  del 3% stando alle stime del Fondo Internazionale Monetario.

A risentire di tale recessione, che maggiormente ha colpito le attività imprenditoriali (commercianti, artigiani e piccole e medie imprese, possessori di partita IVA), sono i commercianti e gli artigiani dei piccoli centri che già da parecchio tempo hanno dovuto chiudere battenti senza avere ulteriori mezzi di sostegno che non provengano dalle loro attività.

Nella fase due – così come la definisce il Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte – gli sforzi di contenimento allentati gradualmente, dovrebbero dare la spinta all’economia facendola crescere grazie alla normalizzazione dell’attività economica aiutata dagli interventi del governo.

Ma proprio qui sta l’inghippo: le azioni messe in campo dal governo vengono ritenute insufficienti e nulle sia dalle organizzazioni di categoria che dalle opposizioni qualificandole come incomplete e carenti nelle loro attuazioni. In merito abbiamo ritenuto opportuno dare voce ad un commerciante e ad un artigiano di Francavilla i quali ci hanno gentilmente espresso  la loro opinione.

Gianfranco D’Aprile con Giuseppe e Salvatore

L’atto di accusa di Gianfranco D’Aprile, titolare di un salone per uomo insieme al fratello, è lapidario:

State distruggendo un settore economico e le famiglie che, lavorando in questo settore, ci campavano!! I luoghi di lavoro di parrucchieri, estetisti, centri di bellezza, sono tra i più controllati di sempre con standard di pulizia elevati.
Con questa programmazione neurolinguistica che avete creato, con la paura della morte, con le immagini delle bare e con i virologi che in TV sono diventati vere e proprie star, siete riusciti a chiuderci dentro, a chiudere le nostre vite! Non ci ucciderà il coronavirus, state cercando di uccidere il nostro pensiero, volete chiuderlo come le nostre attività! Altri lunghissimi 35 giorni senza lavorare!!! Che ne sarà di noi?”

L’amaro sfogo del giovane artigiano alla notizia che i barbieri e parrucchieri riapriranno dopo il 1° giugno che, ironia della sorte, cade di lunedì giorno di chiusura della categoria.  È amareggiato e ci dice anche che, lui uomo delle istituzioni (ricopre la carica di vicesindaco del comune di Francavilla di Sicilia), in questa nuova fase ha sentito solo belle parole ma di poca sostanza. “Ci impongono ancora di restare chiusi almeno fino al primo giugno. Ormai sono trascorse settimane dal ‘si chiude’ e  non ci è stato offerto una possibile via di salvezza, un’alternativa alla chiusura per tanta gente abituata a spezzarsi la schiena per portare il pane a casa. Così è stato di fatto legalizzato l’abusivismo, ci hanno detto arrangiatevi (riferimento agli illegali che non pagano tasse e vanno casa per casa)”.

Antonino Raspa

Non meno vibrata e forte è la protesta di Antonino Raspa, legale rappresentante di un bar pasticceria e di un ristorante pizzeria, il quale adeguandosi alla normativa vigente, si è visto costretto ad abbassare le saracinesche dei suoi due locali.

Insieme a mia moglie ed ai miei due cognati gestiamo le nostre attività imprenditoriali – ci dice il Sig. Raspa – Da premettere che pensiamo e ribadiamo che la salute viene prima di ogni cosa, però subito dopo, si dovrebbe considerare l’aspetto economico e su questo punto dobbiamo per forza di cose constatare che ci sono molti punti dolenti. Da quando è cominciata l’emergenza, da inizio marzo, le nostre attività hanno dovuto rispettare le regole imposte dal governo. Ma in questo periodo, di aiuti concreti, ne sono arrivati pochi e male in quanto le famose € 600,00 purtroppo non bastano, vuoi perché  in quasi due mesi e mezzo di crisi sono arrivati solo una volta, ma bisognerebbe pure spiegare che con  questi € 600 il sottoscritto dovrebbe usarli per i propri locali (solo gli affitti ci costano € 1.500 al mese, anche se c’è lo sgravio fiscale, però prima bisogna pagarli) e per campare la propria famiglia.”

Continuando nella sua delucidazione sul triste momento attraversato dalla categoria, afferma: “Il Governo ci propone  un prestito del  25% sui ricavi dell’anno precedente e ce li vincola dicendoci come spenderli, per cui oltre al danno di un prestito oneroso pure la beffa su come dovremmo sborsare.

La Regione Sicilia,  anche essa,  ci propone  un credito più o meno simile a  quello statale,  ma  almeno con un fondo perduto del 10% e non vincola le modalità di spesa delle somme: ma si tratta pur sempre di un prestito e per giunta attuato da pochissimi Istituti di Credito convenzionati.” E proseguendo la discussione ci dichiara: “Il Governo ha sbloccato il famoso Recovery Fund, peccato che prima di quest’anno avanzato,  non si sbloccherà, non sapendo,  peraltro, con quali modalità. Nel frattempo noi commercianti come dovremmo affrontare questa emergenza?”

Anche il nostro Comune ancora non si è mosso attivamente su come poter prevenire questa crisi; si sta discutendo su come poter sospendere determinati tributi locali ma ancora non è stato concretizzato nulla. In più molti Comuni hanno stanziato dei fondi per i commercianti, spero che sulla stessa scia anche il  nostro possa trovare dei fondi per fare la stessa cosa.

Allo stato attuale non ci è stata sospesa nessuna tassa, le bollette continuano ad arrivare e così non si può più andare avanti. Infatti, con questo nuovo decreto, il nostro  ristorante ovviamente non aprirà per l’asporto (chi viene a comprare un piatto di pasta per portarlo a casa?) mentre il bar lo apriremo sapendo da ora, che si lavorerà pochissimo per la paura del virus e per  la mancanza di soldi nelle tasche della gente colpita dalla crisi. 

Il mio è lo sfogo di un piccolo commerciante di un paesino che in questi mesi sta vedendo svanire tutte le certezze che eravamo riusciti a costruire negli anni e come me, sono sicuro, che tutti i miei colleghi la pensino allo stesso modo.

Conclude il suo intervento con una amarezza: “Il 1° giugno (data dove in teoria ci sarà una parziale riapertura) è ancora lontano, ma il dopo è una incognita maggiore delle incertezze del presente.”

L’Italia che non rinuncia e che combatte, siamo sicuri che troverà il modo di uscire fuori da questa profonda crisi economica cui l’ha introdotta il coronavirus. Una crisi più emotiva che razionale e con una comunicazione al limite dell’offensivo. Numeri e dati, per quanto tragici, vanno affrontati in maniera responsabile da chi ha il compito di governarci. Le decisioni vanno prese sulla base di informazioni (a volte carenti e quindi rischiose) per dare risposte certe ed esaustive senza sbandierare proclami che lasciano il tempo che trovano e senza buttare fumo negli occhi al popolo. È necessario fare una sorta di operazione verità trovando le risorse finanziarie per famiglie, operatori economici e categorie più deboli assicurando, da parte dello Stato, una presa di coscienza seria e non fittizia con erogazioni di prestiti garantiti dallo stato e a fondo perduto fino ad una certa cifra: i soldi ci sono, la BCE e la UE prendano coscienza maggiormente del periodo nero che stanno attraversando le categorie che producono ricchezza in un Paese  ed intervengano con maggior risolutezza, senza se e senza ma, in uno spirito di solidarietà vera e reale.

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